Mangiare bene non è più sufficiente. Quanto meno, non costituisce più l’unico aspetto per cui si sceglie un locale. Sembra ormai che la dimensione culinaria sia diventata complementare alla dining experience, un semplice dettaglio utile a definirla. Sarà forse perché nel frattempo la cultura gastronomica media è cresciuta, a cominciare da chi azzarda di poter sfoggiare una carbonara migliore di quella mangiata fuori. Ma è tutto il settore che, assieme alla società, sta cambiando; in effetti, alla pizzeria, al bistrot o al ristorante classico oggi si affiancano cene a quattro mani, pop-up restaurant, progetti itineranti e supper club. Dalle formule ibride alle novità assolute, segnalano tutte l’evoluzione inarrestabile della ristorazione, sempre pronta a sfornare una nuova diavoleria che catalizzi l’interesse del consumatore aggiornato.
Cosa sono gli home restaurant
In questo vortice, si cerca ancora l’esperienza esclusiva, ma non più ‘escludente’, che nel cliente può suscitare quel senso di disagio e inadeguatezza rispetto al contesto, al di là della qualità sopraffina del servizio. Solo così si può comprendere l’exploit odierno del Home Restaurant, una delle ultime proposte che riesce a mettere insieme buon cibo e intimità, riproducendo quell’atmosfera che appartiene soltanto alla tavola di casa.
Michael Chicca mentre impiatta all’interno del suo home restaurant Chicca (foto di Marica Micci)
Come funzionano
Come suggerisce il nome, l’home restaurant non è che un ristorante casalingo. Vale a dire quella dimora in cui si viene ospitati per mangiare cibo preparato dal residente. Qualcosa di molto simile a una cena a casa di parenti o amici, con la differenza che nel nostro caso è richiesto un compenso. La formula, a metà fra la convivialità più tradizionale e il nuovo che avanza, sta vivendo in Italia una seconda vita.
Ebbene sì, perché nonostante il successo più recente, testimoniato pure dall’omonimo cooking show con il giudice di Masterchef Giorgio Locatelli (quasi “cavia” dei cuochi amatoriali che si sfidano all’interno delle rispettive abitazioni), non rappresenta un modello davvero inedito. Nasce infatti negli Stati Uniti anni prima: nelle città di New York e San Francisco la sua declinazione underground, il “guerilla restaurant”, vede la luce nel 2006 come risposta clandestina di alcuni chef alla crisi economica, oltre che al monopolio di qualche insegna cittadina. Anche se, a dire il vero, i prodromi di questa offerta domestica sarebbero da rinvenire nelle casas particulares cubane degli anni Novanta, quando il governo di Fidel Castro concede alla popolazione locale la possibilità di accogliere turisti in casa, iniziativa redditizia privata da cui trae spunto successivamente il B&B (Bed and Breakfast) che conosciamo tutti.

Nel pieno della home experience di Rito, ristorante casalingo di Stiffe (foto di Julian Manuel Ferri)
Il boom in Italia
Trovato terreno fertile oltreoceano, il fenomeno si afferma nel Regno Unito fino a diffondersi a macchia d’olio nel vecchio continente. E se è vero che già nel 2017 – secondo il rapporto Coldiretti/Censis – sono più di tre milioni di persone a frequentare con cadenza regolare gli home restaurant italiani, mai prima d’ora si era giunti a un tale sviluppo, stando almeno ai dati raccolti da Home Restaurant Hotel, piattaforma leader che nel primo semestre del 2025 ha registrato una crescita esponenziale dei propri utenti del 113%.
Statistiche che se da una parte rispondono alla volontà diffusa di sperimentare altro (oltre alla ristorazione convenzionale), dall’altra riflettono il bisogno di interazione della collettività, acuito dallo stato di isolamento forzato vissuto durante la pandemia. Periodo in cui parecchi si sono messi “in proprio” improvvisandosi cucinieri, con l’idea di rispolverare un ventaglio di proposte caserecce, tra cui il ristorante domestico. Ad ogni modo, ne chiarisce la portata la prima firmataria dell’ultimo ddl in materia (S. 1756), la senatrice Sabrina Licheri: «In Italia stimiamo più di 10 mila realtà attive (secondo certe stime arrivano fino a 20 mila n.d.r). Numeri che rispecchiano la tendenza globale, anche in relazione alle esigenze economiche di un tessuto sociale in cambiamento. Dovremmo pensare all’attività di home restaurant come strumento di socialità e di sharing economy, che pure nel nostro paese sta conoscendo una fase di notevole espansione».
Nella prospettiva considerata dall’esponente del Movimento 5 Stelle, la forma ristorativa andrebbe sganciata dalle dinamiche commerciali più canoniche e valutata alla luce del desiderio del singolo di incontrare nuove persone, ciò che lo spinge a mettersi alla prova ai fornelli, oppure a sedersi al tavolo da commensale alla ricerca di qualcosa di altrettanto speciale quanto una cena nella ristorazione di fascia medio-alta (in genere le home experience risultano più accessibili). Parallelamente, si ritiene che lo stesso progetto domestico vada inquadrato in quella totalità dispersiva e pervasiva che è divenuta la cosiddetta economia della condivisione, modello diverso di business che attraverso piattaforme digitali favorisce un mercato del lavoro più flessibile e a costi fissi inferiori, offrendo soluzioni alternative di guadagno ai privati che mettono a disposizione beni e servizi. In questi termini, non pochi cuochi amatoriali, se non vecchi professionisti del settore, a prescindere della passione per la cucina o della voglia di socializzare (si parla in senso lato di Social Eating), hanno iniziato a vedere nel home restaurant una pratica per integrare il loro reddito.

La senatrice Sabrina Licheri, prima firmataria dell’ultimo ddl in materia di home restaurant (@sabrinalicheri)
Le regole (poco chiare)
Non desta quindi particolare stupore constatare che, in linea con altri segmenti della sharing economy, anche qui manchi una regolamentazione nazionale compiuta in grado di normare ogni aspetto dell’attività. Cosa adesso praticamente all’ordine del giorno, vista la presenza di innovazioni che avanzano con passo più veloce dell’azione legislativa. Quello che traspare però è che nessuna delle forze politiche abbia mai sottovalutato la lacuna normativa, tenuto conto dei numerosi disegni di legge che negli anni si sono avvicendati, senza dimenticare quello tuttora al vaglio dei deputati. Un’esigenza espressa su più livelli, e non solo da qualche associazione di categoria. Tant’è che le regioni — che hanno competenza legislativa in materia — sono corse ai ripari tracciando delle linee guida simili che hanno quale riferimento pronunce giurisprudenziali, circolari e note informative dei ministeri.
Al momento, come spiega l’esperta in legislazione agroalimentare Selena Vacca, basandoci sul parere del Consiglio di Stato del 2023 e sulle risoluzioni dei ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Interno, le cui posizioni vengono peraltro condivise da una disciplina approvata dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, un home restaurant è da equiparare a un’attività di somministrazione di alimenti e bevande in conformità alla l. 287/1991. Dunque, pur con un regime fiscale differente, necessita della SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) da trasmettere all’ufficio SUAP del comune di riferimento. In aggiunta, nonostante la natura occasionale del servizio, deve garantire una copertura assicurativa, la certificazione HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) e l’indicazione sul citofono dell’esercizio in modo da consentire i controlli delle autorità preposte, benché venga effettuato nell’ambito della propria ordinaria conduzione familiare.

Pasta integrale, brodo di buccia di patate e tartufo, uno dei piatti del home restaurant Rito (foto di Julian Manuel Ferri)
Qualsiasi disposizione futura dovrà essere in sintonia con il principio della libertà di iniziativa economica privata sancita all’art.41 della Costituzione, fermo restando il presupposto dell’utilità sociale, insieme alla salvaguardia di sicurezza e salute, al pari dell’ambiente, della libertà e della dignità umana. Perciò, ogni vincolo di fatturato o limite massimo di ospiti — ad esempio i 5 mila euro e 500 coperti annui previsti — va definito in maniera tale che non strozzi gli operatori. Premessa che forse aiuta a comprendere meglio le parole della Sen. Licheri: «Se intendiamo tutelare la libertà di “auto-impresa” come previsto dalla Costituzione non possiamo imporre dei paletti rigidi, […] che il ddl vuole superare».
Le critiche dei ristoratori
In assenza di una disciplina di rango primario che si applichi indistintamente a livello nazionale, c’è chi lamenta una disparità di trattamento. Al pari dei tassisti o degli operatori del settore alberghiero insofferenti nei confronti del servizio Uber oppure del sistema Airbnb, fra i ristoratori qualcuno ha messo il broncio, lamentando di dover fare i conti con una gestione aziendale ben più gravosa rispetto a quella che spetta al format casalingo, dai costi del personale alla tassazione, incluse le spese per le uscite di sicurezza obbligatorie.
Polemizzano con gli home chef, che a loro avviso si approfitterebbero delle semplificazioni, delle lacune normative e dell’insufficienza di controlli efficaci. Non si sottrae alla polemica neanche Luciano Sbraga, Vice Direttore Generale della FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi): «Gli home restaurant non rappresentano un problema semplicemente perché aumentano la competizione per gli altri ristoranti. Siamo già dentro un mercato estremamente competitivo. Semmai ne pongono uno di concorrenza leale; significa che le regole dovrebbero essere le stesse per tutti. Mentre taluni ritengono che non vadano osservate dato che si tratta di un’attività marginale non imprenditoriale, fatta magari per integrazione del reddito. E invece si scoprono super attici dove si fanno cene che hanno il costo di un fine dining stellato».

L’intervento del vice direttore generale della Fipe Luciano Sbraga (@FipeConfcommercio)
Il dirigente non crede nemmeno nella definizione di paletti che circoscrivano l’esercizio, alludendo a scenari di poca trasparenza ed evasione fiscale: «Non sappiamo come gestiscono veramente queste attività. Quando avviene tutto entro le mura della propria abitazione è facile debordare dai confini prefissati. Chi verifica poi che il limite annuo di retribuzione e ospiti sia stato osservato? Si può mai vivere con 5 mila euro? Allora, restano barriere che sulla spinta del mercato si sbriciolano senza alcuno sforzo. E se vengono superate, viene meno la natura occasionale della prestazione, con la conseguenza che l’home restaurant deve trasformarsi in un’impresa con tanto di partita Iva». Qui Sbraga sembra assecondare la suggestione di qualche addetto ai lavori convinto che diversi professionisti facciano del servizio in casa una scorciatoia per continuare a praticare il mestiere a condizioni più favorevoli.
Per giunta, si mostra piuttosto scettico rispetto all’eventualità che il modello venga valorizzato per promuovere il turismo enogastronomico e far conoscere realtà marginali: «Per far riscoprire il territorio e raccontare la cultura locale abbiamo davvero bisogno di un’altra forma di ristorazione, dell’esperienza interna a una casa? Esistono già migliaia di agriturismi e stabilimenti balneari in grado di farlo. Diverrebbe soltanto una strada per frammentare ulteriormente la domanda».
La replica di Home Restaurant Hotel
«In merito all’articolo […] il CEO della piattaforma Home Restaurant Hotel desidera innanzitutto ringraziare la testata per la citazione e per l’attenzione rivolta a un settore in costante crescita e di fondamentale importanza per il turismo esperienziale. Tuttavia, nell’ottica di una corretta informazione verso i cittadini, gli operatori e le istituzioni, il CEO ritiene doveroso intervenire per correggere diverse imprecisazioni tecniche e giuridiche contenute nel testo, che rischiano di alimentare confusione su un quadro normativo già complesso.
Sull’assenza di molteplici disegni di legge e lo stallo al Senato
Contrariamente a quanto riportato, non esiste una pluralità di disegni di legge attualmente al vaglio; l’unico riferimento normativo di rilievo è il DDL 2647, tristemente fermo al Senato dal lontano 2017. Tale stallo legislativo è la causa primaria del vuoto normativo nazionale che la nostra piattaforma denuncia da anni.
Sulla competenza legislativa e l’art. 117 della Costituzione
L’articolo cita iniziative regionali e comunali come “ripari” normativi. È necessario precisare che, come sancito dal Bollettino Antitrust del 2017 (nuovamente confermato nel 2025), il settore degli Home Restaurant rientra nell’ambito della Concorrenza e non del Commercio. Ai sensi dell’Articolo 117 della Costituzione, la materia della Concorrenza è di esclusiva competenza statale. Pertanto, in assenza di una legge quadro nazionale, è fatto divieto a Regioni e Comuni di legiferare in materia, rendendo di fatto nulle o illegittime molte delle restrizioni locali citate.
Sull’insussistenza di SCIA e Partita IVA viene erroneamente riportata la necessità di presentare la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) o di possedere una Partita IVA per operare. È bene chiarire che i pareri del MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) richiamati nell’articolo sono stati tecnicamente superati e “bocciati” dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) già nel 2017. Ad oggi, per l’attività di Home Restaurant, non esiste alcun obbligo di SCIA né di Partita IVA, trattandosi di attività privata e occasionale. L’intervento legale e il contrasto alle “Fake News”a tutela della categoria e della verità giuridica, la piattaforma Home Restaurant Hotel ha conferito mandato sin dal 2024 all’illustre Professore Avvocato Carlo Taormina. Il Prof. Taormina ha già depositato formali denunce presso le Procure della Repubblica di Bologna e Reggio Calabria per contrastare quello che appare come un sistema di disinformazione e “fake news” volto a imporre obblighi burocratici (come SCIA e P.IVA) inesistenti per il settore».
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Eugenio Marini
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