Una parabola discendente. È l’immagine che scaturisce dal rapporto dell’Oiv sul vino mondiale. Il 2025 è stato, infatti, un anno di ulteriore sofferenza per il settore, col commercio internazionale negativamente condizionato soprattutto dai dazi imposti dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti, dalle incertezze sui mercati e da una domanda che non sembra volersi riprendere. John Barker, direttore generale dell’Organizzazione internazionale della vite e del vino, lo ha detto chiaramente: «Le tensioni commerciali legate alle politiche tariffarie hanno rappresentato un ulteriore fattore di pressione esterna che produttori, esportatori e operatori della filiera hanno dovuto affrontare nel 2025». Condizione che obbliga a cercare nuove opportunità e adeguare rapidamente la capacità produttiva alla domanda.
Tuttavia, in uno scenario di generale riadattamento dei parametri vitali del comparto, si possono cogliere anche segnali positivi da parte di Paesi che possono rappresentare in un futuro non molto lontano dei mercati alternativi e delle nuove opportunità per gli imprenditori vitivinicoli, soprattutto europei, considerando la leadership produttiva del Vecchio Continente (60%). Osservare, ad esempio, la crescita di India e Brasile, grandi realtà con cui l’Unione europea ha recentemente sottoscritto importanti accordi commerciali di libero scambio, stimola la capacità di resistere e la voglia di affrontare ulteriori sfide per questo comparto che necessariamente deve adeguarsi alle nuove condizioni.
In caduta sotto i 34 miliardi di euro
Il colpo inferto nel 2025 al trade dai dazi americani, ma anche le flessioni di Cina e Regno Unito, hanno fatto scendere il volume d’affari a 33,8 miliardi di euro, con un crollo di oltre due miliardi di euro, che significa -6,7% sul 2024 e -4,4% sulla media quinquennale. Cifra molto lontana, per circa 4 miliardi di euro andati persi, dal record del 2022 in cui erano stati raggiunti i 37,6 miliardi di euro. I prezzi del vino si mantengono alti: a 3,56 euro al litro (-2,1%), ovvero il 24% in più del periodo pre-pandemia. Ma sono calati anche i quantitativi di vino scambiati a livello internazionale(-4,7%), nettamente al di sotto dei 100 milioni di ettolitri (94,8 mln/hl). Di fatto si torna ai livelli del 2010. In difficoltà ci sono ben dieci dei 12 principali stati esportatori di vino, con l’eccezione di Nuova Zelanda e Portogallo.
Le tipologie: primo calo dei prezzi delle bottiglie dal 2020
A pagare l’effetto della congiuntura negativa sono stati, secondo l’Oiv, i vini in bottiglia (che pesano per il 66,4% in valore e per il 51% in volume), subendo il primo calo dei prezzi medi dal 2020 (-3,3% a 4,53 euro/litro), con un giro d’affari in flessione di quasi 9 punti percentuali e volumi a -5,7%. Gli spumanti, perdono il 2,7% in quantità e il 6,1% nei valori, con prezzi medi diminuiti del 3,5% nel 2025 a 7,54 euro al litro. Il vino in bag in box (che pesa per il 3,6% in volume e per il 2% in valore) ha perso il 5% nelle quantità e il 4,8% nella spesa, rispetto al 2024, a prezzi medi sostanzialmente stabili (1,89 euro/litro). Infine, il vino sfuso, che pesa per il 34% negli scambi internazionali a volume, ha perso nel 2025 il 3,8%, con un giro d’affari a -5,3 per cento.
Top exporter: disastro Usa, bene Portogallo e Nuova Zelanda
Tra i top exporter, spiccano i segni meno di Italia (-2% a volume e -3,4% a valore), Spagna (-2,2% e -3,9%), Francia (-2,3% e -3,7%). L’Italia ha pagato l’esposizione verso gli Usa, la Spagna ha perso in Germania ma è riuscita a tenere in positivo i vini sfusi, la Francia ha pagato le nette flessioni di Cina, Stati Uniti, Germania e Belgio. Difficoltà evidenti anche per Cile (-9% e -8%) e Australia (-5,6% e -15,4% a valore). Disastroso 2025 per gli esportatori di vino degli Stati Uniti (-17,9% e -36% nel giro d’affari che scende sotto il miliardo di euro).
Fanno eccezione il Portogallo, che guadagna l’1,1% in quantità (a 3,4 mln/hl) grazie soprattutto a spumanti e sfusi, a fronte di un -1% a valore, e la Nuova Zelanda con incrementi di ben 17,7% in quantità grazie a imbottigliati, spumanti e sfusi, con una tenuta del giro d’affari (-0,5% a 1,1 miliardi di euro).
Sul fronte delle importazioni di vino, quelle negli Stati Uniti sono scese nel 2025 a 5,5 miliardi di euro (-12% sul 2024). I numeri sono negativi per quasi tutti i Paesi, anche a causa di incertezze logistico-commerciali, con eccezioni per Germania (+4% valore), Portogallo (+8,4% volume e +7,4% valore), Belgio (+1,4% volume) e Italia (+0,6% valore). Nonostante questa flessione, l’Oiv nota come la quota del vino esportato a livello mondiale rimanga a un livello elevato, pari al 46 per cento.
Consumi ai minimi dal 1957
Quarto anno consecutivo di calo dei consumi di vino, dal 2021. I 208 milioni di ettolitri del 2025 significano un -2,7% in un anno e un -14% dal 2018, ma anche il peggior risultato dal 1957. Nel lungo periodo la traiettoria è discendente: cambiamento delle abitudini, inflazione, ricambio generazionale, prezzi alti dei vini nei vari canali di vendita. La responsabilità diretta è di tre Paesi: la Cina, che ha perso 2 mln di ettolitri ogni anno dal 2018 scendendo dal quinto all’undicesimo posto in classifica, la Francia (attualmente seconda) che nel 2025 segna -3,2% e gli Stati Uniti (primo consumatore con 31,9 mln/hl) con 4,3 punti percentuali persi lo scorso anno.
I Paesi Ue nel complesso segnano -3% (Italia -9,4% a 20,2 mln/hl, Germania -4,3% e Francia -3,2%) e si preparano a scendere sotto la soglia dei 100 milioni di ettolitri. Anche il Regno Unito perde il 2,4% nel 2025. Ma anche in questo caso c’è chi registra numeri positivi.
Dai dati Oiv, nel Vecchio Continente si coglie l’incremento di Portogallo (+5,6% sul 2024 e +7,6% sul quinquennio), Austria (+6%), Repubblica Ceca (+5,4%) e Romania (11% a 3,5 mln/hl, nettamente al di sopra della media quinquennale). Sorprese positive arrivano anche dal Brasile, principale mercato del Mercosur, che pur venendo da un difficile 2024 guadagna in un anno il 41,9% e con 4,4 milioni di ettolitri registra il proprio record dal 2020. In Oriente, spicca il recupero del Giappone, secondo mercato più importante asiatico, che tocca i 3,3 milioni di ettolitri di vino consumato con un aumento del 6,8% che lo riavvicina ai livelli del 2020.
La Francia riduce il vigneto di 34mila ettari
Non solo scambi e consumi, anche il vigneto mondiale perde terreno. La superficie 2025 è di 7 milioni di ettari, in diminuzione dello 0,8%. Secondo Oiv, si tratta di un ulteriore stabilizzazione delle superfici (che progressivamente scendono dal 2003) che si collega agli espianti in corso in entrambi gli emisferi. Un calo che interessa «tutti i tipi di uva, ma è stato particolarmente pronunciato per l’uva da vino», si legge nel rapporto. Nel dettaglio, è l’Europa a pesare di più, con la Spagna che perde 12mila ettari (scendendo a 919mila ettari) e la Francia 34mila (-4,4% a quota 740mila ettari) per una robusta politica di espianti finanziata da Parigi. L’Italia è stabile a 726mila ettari (-0,3%), così come Romania, Portogallo, Germania, Grecia e Bulgaria.
Nell’extra Ue, è stabile il vigneto della Cina (733mila ettari), continuano a scendere quelli di Turchia (-1,3% a 395mila ettari), Cile (-3,7% a 154mila ettari) e Argentina (-1,9% a 196mila ettari) mentre gli incrementi più importanti sono di India (+2,1% a 197mila ettari) e Brasile (+9,6% a 91mila ettari) che raggiunte il suo livello massimo dal 2020, dopo cinque anni di crescita ininterrotta.
Terzo anno consecutivo di vendemmia scarsa
La produzione mondiale di vino (esclusi succhi d’uva e mosti) si rialza leggermente nel 2025, a 227 milioni di ettolitri (+0,6%). Ma si tratta del terzo anno consecutivo di scarsa vendemmia, dal momento che il livello generale resta sotto la media del quinquennio del 9,4%. Qui, la crisi climatica ha giocato un brutto scherzo ai viticoltori: piogge eccessive, gelate tardive, siccità sia nell’emisfero nord sia in quello sud. Va considerato, inoltre, che in alcuni distretti globali il calo produttivo è dovuto anche a scelte strategiche prudenti in relazione alle note difficoltà di mercato.
L’Italia, che si conferma primo produttore mondiale, con 44,4 mln/hl di vino (+0,7%) è citata dall’Oiv per gli alti livelli di giacenze e per il tentativo di controllo del potenziale da parte di numerose denominazioni. La Francia (36,1 mln/hl come nel 2024) ha subito, invece, gli effetti della siccità ma anche delle campagne di estirpazione delle superfici; la Spagna (28,7 mln/hl con -7,7%) è stata trascinata al ribasso dal -11% della regione Castilla-La Mancha).

vendemmia azienda Donnafugata sull’Etna – Sicilia – foto Fabio Gambina
Al contrario, i segni positivi sono diversi ed è il caso di Romania (+3,7%), Ungheria (+10%), Austria (+17,5%), Grecia (+16,8%), ma anche da Georgia (+5% a 2,6 mln/hl), Moldavia (con +53% e un record di 1,8 mln/hl). La Russia (con +11,5% e 5,7 mln/hl) è a livelli produttivi molto alti (+22,5% sul quinquennio) una circostanza determinata dal calo delle importazioni di vino e dalla volontà di potenziare il settore interno, soprattutto in conseguenza della guerra con l’Ucraina iniziata nel 2022. La Cina perde il 17% dei volumi e scende al 18 posto in classifica, dopo aver raggiunto il quinto nel 2012. In netto recupero le stime Oiv per Australia, Nuova Zelanda, Brasile e Sud Africa. Per tutto l’Emisfero Sud, l’Oiv stima un +7,7% ma sotto le medie quinquennali per quasi 5%.
Fiducia in intese bilaterali e obiettivo equilibrio produzione-consumi
L’Oiv ha tracciato dalla sua sede di Digione un quadro difficile, che è sotto gli occhi di tutti. Ma ha anche voluto evidenziare la capacità di adattamento e una certa «resilienza» che sta caratterizzando il settore vitivinicolo. Il direttore generale Barker ha ricordato come, nonostante le negatività, la produzione e il consumo di vino siano «sostanzialmente in equilibrio, con un minimo impatto del calo dei consumi sui livelli delle scorte». Inoltre, nonostante la produzione sembri superiore al consumo, bisogna considerare gli usi industriali (distillazione, produzione di aceto, prodotti a base di vino e superalcolici), che sono stimati in media a 30 milioni di ettolitri all’anno: «Nel 2025, il divario tra produzione e consumo globale di vino è stimato a circa 18,7 mln di ettolitri».

John Barker, direttore generale Oiv
Insomma, il 2025 non è tutto da buttare. Per quanto riguarda gli scambi internazionali, secondo l’Oiv, il commercio e il giro d’affari dei prodotti «restano tutto sommato saldi – ha concluso Barker – e i recenti accordi commerciali bilaterali o multilaterali contribuiranno a creare condizioni positive per i mercati in evoluzione».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Loredana Sottile
Source link



