“Dormiva a casa meno di cento giorni l’anno”: il Carlo Petrini che pochi hanno conosciuto


Credo che ci sia più di una coincidenza memorabile nel fatto di onorare la straordinaria traiettoria terrena di Carlo Petriniche ci ha lasciato a 76 anni – nella coincidenza temporale quasi perfetta con i 30 anni dalla scomparsa di Franco Colombani e il venticinquesimo dalla scomparsa di Matteo Correggia.

In una conversazione che abbiamo avuto poco più di un anno fa, Carlo mi disse che il messaggio, in origine elaborato per la ristorazione dal Patron del Sole di Maleo, era stato un’ispirazione importante per decidere di portare quella stessa attenzione agli ingredienti e ai territori da cui le mani sapienti degli artigiani potevano ricavarli a tutto il grande pubblico.

Il genio impulsivo dietro Slow Food

In questo c’era un tratto che chiunque, avendo avuto la fortuna che ho avuto io di lavorare gomito a gomito con Carlo per diversi anni e in diversi ruoli, ha imparato a conoscere molto bene. Carlo si innamorava in maniera repentina e totalizzante di una buona idea indipendentemente da dove venisse: la metabolizzava a tempo di record e la traduceva in una proposta di azione – oggi, in tempo di intelligenza artificiale, diremmo: in un prompt – con una rapidità, assertività e capacità di chiamare alle armi senza eguali.

Un modus operandi rapsodico, basato sull’ispirazione molto più che sulla programmazione e l’analisi, che ha comportato anche importanti conseguenze, sia per le istituzioni a cui ha dato vita sia per i progetti più estemporanei: quante idee in libertà, di cui chiunque nell’ambito più ristretto ha sentito parlare qualche volta per mesi, qualche volta anche solo per settimane, sono rimaste embrioni, nonostante Carlo le rappresentasse sempre con un’intensità che dava all’ascoltatore la sensazione che non avrebbe potuto non realizzarsi quello che egli stava disegnando nell’aria.

Perché così, d’altra parte, erano nati il Salone del Gusto, Terra Madre, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e, naturalmente, prima e sopra ogni altra cosa, Arcigola, presto diventata Arcigola Slow Food e infine semplicemente Slow Food. E così è stato per le due metamorfosi di Slow Food, che oggi è nella sua terza vita da quando, 40 anni fa, un gruppo di pionieri firmò l’atto costitutivo italiano, che tre anni dopo avrebbe rappresentato la pietra angolare della scenografica fondazione internazionale a Parigi.

Slow Food nacque dall’ispirazione subitanea di fare qualcosa perché la cultura materiale fosse riconosciuta nella sua importanza centrale, e non soltanto nella sua ancillarità propria di ogni bisogno elementare, dai compagni del progressismo che troppo spesso guardavano al piatto come tuttora fa una certa sedicente intelligencija. Il memorabile episodio della festa dell’Unità di Montalcino, con la querelle che ne scaturì e con la vittoria morale dei barbudos braidesi che prevalsero nella battaglia storica per avere cibo con una dignità riconosciuta e praticata perfino nelle normalmente molto popolari feste di partito, è una perfetta sineddoche dello spirito di Carlo Petrini, detto Carlin, a proprio agio con la cuoca Maria del Boccondivino come con Carlo III d’Inghilterra, purché nel segno di qualcosa di grande, da pensare e mettere a terra.

Le transumanze in Valle Po con Michele Serra

Come altri certamente prima e dopo di me, ne sono stato testimone anch’io. Insieme abbiamo fatto due transumanze a piedi, tra il 2009 e il 2010, sulle strade della Valle Po, con Michele Serra e altri amici, per rinverdire i fasti della popolazione margara e ricordare a tutti il suono commovente dei campanacci. Un’impresa ciclopica fatta solo per rendere visibile un mondo, e anche lì con una grandiosità tipica del modo di pensare e di agire di Carlo: volle che le mandrie partissero, ma solo dopo un Te Deum in Duomo, a Saluzzo, con coro e orchestra alle 6:30 del mattino, perché le cose giuste vanno fatte senza inutili pudori.

L’amicizia con Matteo Correggia e Franco Colombani

E così fu, senza inutili pudori, il ricordo che Carlo tratteggiò nella parrocchiale di San Vittore dell’amico Matteo Correggia, scomparso tragicamente nel 2001 per uno di quegli incidenti del lavoro che ogni anno falcidiano l’agricoltura italiana, mentre lui stesso stava combattendo la propria personale battaglia contro una grave infezione alimentare che lo avrebbe provato per molto tempo, lasciandogli il fisico minato e gli avrebbe dato l’aspetto ieratico, sofferente nonostante il sorriso sempre vivace, degli ultimi 25 anni.

Ero presente a quel ricordo perché due anni prima, proprio nella cantina di Matteo, avevo incontrato per la prima volta Carlo, all’apice dello splendore fisico, del successo di iniziative che stavano letteralmente cambiando la percezione del cibo in Italia, dell’affermazione di una guida realizzata da Slow Food e Gambero Rosso insieme, che all’epoca cambiava la vita ai produttori di vino con le proprie valutazioni. Soprattutto, lo conobbi nella gioia della feconda amicizia con Giovanni Ravinale, Azio Citti e il fedele compagno di tutte le battaglie fino ad oggi, Silvio Barbero.

In quella cantina del Roero, con Giovanni vestito da fratucin e Azio che guidava i canti accompagnati dalla chitarra di Luca Morino, c’era quello che più tardi si sarebbe chiamato il fenomeno glocal.
Sì, perché Carlo, che nel decennio successivo avrebbe dormito a casa non più di cento giorni all’anno, pur girando il mondo in lungo e in largo, visitando e animando comunità, condotte, presìdi ma anche università, palazzi governativi, congressi e conferenze, era sempre, nel fondo del cuore, l’organizzatore delle raccolte di ferro vecchio e giornali per la San Vincenzo della sua città; l’arrembante condottiero di Radio Onde Rosse e l’occupante dell’ufficio del sindaco di Bra, alla metà degli anni Settanta, nel segno di una delle tante battaglie politiche locali che per lui non hanno mai significato niente di meno di una comunicazione quale ambasciatore della FAO.

L’eredità di Carlo Petrini

Esiste un’eredità di Carlo Petrini? Per rispondere a questa domanda occorre chiedersi se esista l’eredità di un seminatore, che magari non crea tutti i propri semi ma certamente li sparge e li fa arrivare anche laddove non erano mai arrivati. Come nella parabola evangelica (un lessico e una narrativa che grazie a Papa Francesco l’agnostico Carlin ha potuto frequentare nuovamente nella sua terza età), il seminatore, con l’ampio gesto, diffonde i semi sulla terra buona, certamente, ma anche tra i sassi, sulla strada e laddove sono in agguato i rovi, che mettono a rischio di soffocamento le piantine.

Non lo fa perché ami scialare, bensì perché a guidarlo nel proprio agire è il valore che, a mio modesto avviso, meglio rappresenta la stella polare della vita di quest’uomo che non sarà dimenticato: la fiducia.
La fiducia (incrollabile) nella bontà delle proprie idee, nella propria capacità di mobilitare tutto ciò che fosse necessario mobilitare, ma anche la fiducia che è sempre stato in grado di suscitare nell’interlocutore, indipendentemente dalla distanza sociale, economica e politica.

Un uomo per cui buttare il cuore oltre l’ostacolo, immaginare un’impresa per tutti folle (e per qualunque persona dotata di raziocinio incongruente con le risorse disponibili), per poi non mollare il telefono e le visite a chiunque potesse dare una mano economicamente e organizzativamente: questo è stato Carlo Petrini. Con l’inevitabile sfrido che un simile agire comporta, con un turnover forsennato di persone che ne hanno costituito i punti di riferimento e l’aiuto, con la capacità di coinvolgere, interfacciare, ispirare, motivare, oltre ogni delusione passeggera.

Le contraddizioni di Carlo Petrini

il primo numero del Gambero Rosso con l'articolo di Carlo Petrini

E naturalmente, tutto quanto di positivo c’è in questi ricordi non vale l’oblio per le posizioni opinabili in materia di progresso scientifico, per il velleitarismo di qualche ricetta e per la superficialità di molti messaggi che, rivolti a tutti, inevitabilmente rinunciavano all’approfondimento da cui scaturisce sempre anche qualche dubbio.

Un grande condottiero non nutre dubbi e, se lo fa, lo fa nel privato; per questo oggi, pur potendo molti di noi elencare disaccordi e distanze su singoli aspetti e decisioni, possiamo però tutti convenire su un saluto affettuoso che si inserisce bene nel suo storico, incrollabile amore per il Sud America: hasta siempre, comandante Carlo. La golondrina torna al nido, ritrova gli amati genitori e nonni, ma anche tanti amici e tanti interlocutori con cui riprendere qualche vecchia baruffa, certamente, e anche più di un ricordo felice. La coppia che quarant’anni fa fece Gambero Rosso, supplemento del Manifesto, si riforma in cielo e c’è solo da sperare che, dopo quello di Stefano Bonilli, anche lo sguardo di Carlo Petrini vegli benevolo sul futuro del pensiero intorno al cibo di questo sgangherato, bellissimo paese.


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