Artimino è un vero proprio laboratorio a tutto tondo. Siamo a Carmignano, in Toscana, la tenuta della famiglia Olmo è un progetto globale che abbraccia la produzione di vino e l’ospitalità. E grazie alla creazione di una fondazione dedicata a Giuseppe Olmo si propone anche come luogo privilegiato per eventi culturali.
Il 9 maggio, con la supervisione del professor Fulvio Mattivi della Fondazione Edmund Mach e di Attilio Scienza, professore emerito dell’Università di Milano, nella cinquecentesca villa di Artimino si è svolta una giornata di studio che ha coinvolto nomi importanti della ricerca. Si è parlato del ruolo del vino e della sua stigmatizzazione, di dieta mediterranea (la professoressa Licia Iacoviello l’ha descritta come modello culturale oltre che nutrizionale, in un’epoca in cui le disuguaglianze sociali penalizzano le famiglie a basso reddito e basso tenore di istruzione) e si è parlato anche di consumo consapevole, insito nella nostra cultura, così come hanno ricordato la professoressa Fabiola Sfodera dell’Università Sapienza di Roma e il professor Giovanni de Gaetano, ematologo e presidente dell’Irccs Neuromed, che ha affabulato la platea con il suo discorso “Io, medico e ricercatore, sto con la cultura millenaria di Omero”.
Ha concluso la giornata il professor Fulvio Ursini, professore emerito di Biochimica dell’Università di Padova con la relazione “Cosa fa bene, cosa fa male e l’opportunità dell’ambiguità: il caso del vino”. Nel dibattito contemporaneo sulla salute pubblica si tende sempre più spesso a cercare risposte semplici a problemi complessi: qualcosa o fa bene o fa male, qualcosa o è sicuro o è pericoloso. Il caso dell’alcol, e in particolare del vino, è esemplare: la stessa sostanza può comportarsi da fattore di rischio di tossicità o da stimolo positivo a seconda della dose, del contesto e della risposta dell’organismo. Eppure, proprio questa ambiguità è ciò che molte politiche sanitarie faticano ad accettare. Il caso del vino, che è molto di più di una bevanda alcolica, ci ricorda una lezione più generale: la salute non è il risultato dell’eliminazione di ogni rischio, ma dell’equilibrio tra stimoli, limiti e capacità di adattamento. Trasformare ogni ambiguità in un tabù può semplificare il messaggio, ma rischia di impoverire sia la comprensione della biologia sia la qualità del nostro rapporto con la libertà e con la responsabilità.
Di questo e non solo abbiamo parlato con Annabella Pascale, amministratore delegato di Artimino e presidente della fondazione Giuseppe Olmo, dedicata a quel “Gepìn” campione delle due ruote che nel 1935 stabilì il record dell’ora (45,090 km.), e fu medaglia d’oro olimpica. Successivamente fondò la Cicli Olmo e altre aziende creando un gruppo industriale di rilevanza internazionale. Oggi a mantenerne vivo il ricordo e rilanciarne la sfida è la nipote Annabella che rappresenta la terza generazione della famiglia.
Perché un convengo sul ruolo del vino e sulla dieta mediterranea?
Abbiamo voluto mettere al centro l’approccio della dieta mediterranea verso la misura, dato che stiamo subendo un attacco mediatico ma anche culturale contro il vino e il nostro stile di vita.
Il titolo del convegno era proprio sull’elogio della misura. Avete deciso di alzare la voce.
Sì, e soprattutto lo facciamo con voci autorevoli, perché è quello poi che fa la differenza. Sicuramente è nell’anima della Fondazione, ma da produttrice non posso fare altro che cercare di divulgare il più possibile queste informazioni, perché il vino non è solo una bevanda, è un prodotto della cultura, per cui è giusto che abbia il suo posto all’interno del panorama della gastronomia e della dieta mediterranea. È la storia della nostra civiltà.
Da dove nasce l’idea di dare una nuova dimensione culturale a un’azienda vitivinicola già così affermata?
L’idea della Fondazione Giuseppe Olmo nasce come progetto corale di tutto quello che può essere e di quello che Artimino può dare, perché ricordiamoci che innanzitutto è una splendida residenza medicea, la villa La Ferdinanda, detta anche la Villa dei 100 Camini, e un borgo, oggi patrimonio Unesco. I Medici in questo erano bravissimi, e hanno interagito con personalità immense come Galileo Galilei, ospite della Villa, o Leonardo da Vinci che ha operato in zona. È stata concepita come luogo di festa e di riposo, ma i Medici sono stati anche fautori di quello che è il nostro vino più emblematico, il Carmignano. Siamo in un luogo magico, il simbolo di un territorio bellissimo, che ha sempre avuto anche la vocazione a diffondere informazione e cultura. Per noi è stato un passaggio inevitabile recuperare alla Tenuta anche questa dimensione: qui si parla di viticoltura, gastronomia, turismo, di cultura in senso lato.
Qual è l’obiettivo della Fondazione?
La Fondazione ha proprio l’obiettivo di dare qualcosa alla società, quindi dare informazione corretta, e fare focus sia sulla viticoltura sia sul mondo dell’industria del design. Che poi sono le due anime del nostro gruppo di famiglia. Il Gruppo Olmo è proprietario di Artimino e anche di diverse altre aziende, e spazia dalla produzione delle biciclette Olmo a tutto il mondo dell’industria legato al poliuretano.
In passato che iniziative avete patrocinato?
La fondazione è nata nel 2024, quindi abbiamo collaborato con un progetto di Elisabetta Sgarbi che da più di vent’anni opera su Milano con un’iniziativa interculturale che si chiama la Milanesiana, che ospita grandi personaggi, artisti, premi Nobel, ogni anno con una tematica diversa. Sì, li abbiamo portati qui per la 26ma edizione, dal titolo “L’infinito tra matematica e letteratura” con Abdulrazak Gurnah, Premio Nobel per la Letteratura 2021 (con il suo nuovo libro Furto) e il matematico Paolo Zellini, è venuto Paolo Fresu a suonare la sua tromba… per cui è stato un bellissimo evento di contaminazione culturale e ci sembrava un buon modo per avviare le attività della Fondazione. Dopodiché siamo partiti con un convegno capitanato dal professor Attilio Scienza, direttore della nostra Commissione Scientifica, che ha portato personalità che lavorano in diversi ambiti.
Qual era il tema?
“Il vino alla svolta tecno-culturale: nuove intelligenze, nuovi saperi, nuove competenze per i nuovi consumatori”. Questo convegno ha fatto il punto su queta delicata epoca dove la produzione di vino si trova ad affrontare sfide nuove come il Climate Change e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale. Scienza e gli ospiti hanno affrontato Il tema delle rivoluzioni, il tema del cambiamento. È stato un bel racconto che, come sempre, può appassionare esperti ma anche il pubblico più generalista, perché sono cose che poi toccano tutti.
Ad Artimino c’è sempre qualcosa di nuovo all’orizzonte, qualche sfida, qualche nuovo progetto.
Sicuramente ogni anno è una sfida, siamo sotto il cielo. Per affrontarle è fondamentale la capacità di questo comparto di sapersi riorganizzare. Però da quando siamo entrati io e mio cugino Francesco Spotorno Olmo, come terza generazione della famiglia, abbiamo apportato un approccio diverso sia al turismo che al vino. Circa 12 anni fa è stato intrapreso un percorso di crescita qualitativa totale, che partiva dalla produzione di vino e di olio per abbracciare l’offerta turistica. Tre anni fa abbiamo iniziato una partnership con il gruppo internazionale Melià, che ci sta aiutando nella gestione delle strutture ricettive, e ci ha liberato un po’ le mani, permettendoci di dedicarci totalmente all’azienda vitivinicola e all’olio EVO. È giusto che In ogni ambito ci sia il professionista giusto, per cui la nostra forza è stata anche quella di continuare la ricerca e affiancarci a personaggi che potessero aiutarci al meglio.
E restringendo proprio al vino, quali sono i prossimi obiettivi? Che lavoro avete portato avanti in questi ultimi anni?
Adesso iniziamo a godere i frutti di un lungo lavoro di ristrutturazione di vigne e cantina, finalmente abbiamo in mano i vini per i quali abbiamo lavorato a partire da 12 anni fa, perché per raggiungere certi livelli ci vuole tempo, ed è stata fondamentale la collaborazione con Riccardo Cotarella, il nostro enologo consulente, che si è appassionato a questo territorio e questa Docg piccola e quasi sconosciuta. Il professor Attilio Scienza ha capitanato una zonazione di tutto il territorio artiminese (sono 700 ettari in totale, la maggior parte bosco), e nello specifico di 70 ettari di vigne. Lui è un sostenitore dell’importanza della biodiversità, quindi siamo andati a studiare tutto il terroir grazie anche al dottor Vincenzo Ercolino che in questi anni mi ha affiancato nella direzione strategica dell’azienda. Per cui siamo riusciti ad avere nomi importantissimi che, affascinati da questo territorio, hanno potuto lavorare al meglio nella realizzazione dei nostri vini e di alcuni nuovi prodotti che poi sono cinque nuovi vini, dei monovarietali.
Una novità.
Si tratta di tre rossi e due bianchi. Naturalmente c’è un Sangiovese in purezza, il Moreta, e anche un Cabernet Franc, il Poggipiè, perché in questo territorio il cabernet c’è da più di 300 anni per cui lo consideriamo un vitigno autoctono. Poi il Merlot, Vediavoli, che da sempre fa parte della nostra storia. Infine – forti dei risultati della zonazione – ci siamo sfidati con due bianchi. Quindi un Sauvignon Blanc, il Custode delle Tele, e uno Chardonnay, il Punto Ombra, un omaggio all’ultima residente della Villa di Artimino, la contessa Carolina Maraini Sommaruga, appassionata di ricamo, che lo ha inventato. Questo progetto nasce proprio con l’intento di raccontare il terroir, perché ci siamo sempre concentrati sul raccontare Artimino con prodotti legati alla storicità, quindi la Docg del Carmignano, con tutto quello che è la tradizione medicea, che è un uvaggio. E poi il Chianti Montalbano: nel nostro caso è un Sangiovese, ma può essere chiaramente anche un blend ed è una storia antica, un marchio toscano, un vino tra i più conosciuti al mondo.
Perché si è deciso di punta sulle varietà in purezza?
I monovarietali raccontano proprio il terroir, quindi l’opportunità di far conoscere un Artimino come luogo di sperimentazione e produzione dal carattere personalissimo, dove le diverse vigne, veri e propri cru, possono esprimere la loro singolarità. Come nel caso del Sangiovese, che ci ha stupito, che reagisce in maniera davvero diversa a seconda del versante, quello del Carmignano e quello del Chianti Montalbano. Ma abbiamo isolato anche un clone tipico della Tenuta, che stiamo studiando e propagheremo. Ci piacerebbe addirittura dire che è un clone identitario di Artimino. E che valorizziamo nel Sangiovese Moreta, completamente diverso dagli altri. E poi dai nostri uliveti (abbiamo 16mila piante di ulivo all’interno del Barco Reale) nascono due oli IGP, di cui uno, il 100 Olivi, è ottenuto dalla cultivar mignola, marchigiana, impiantata dalla contessa Maraini nel 1911. Un olio particolarissimo. Insomma, c’è tanto da assaggiare ad Artimino.
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Marzio Taccetti
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