L’episodio sconcertante dell’auto che si lancia contro un gruppo di giovani all’esterno di una discoteca a Taormina non è solo una drammatica pagina di cronaca. E’ l’ennesima notte in cui abbiamo abdicato. E’ lo specchio deformante di una crisi generazionale sempre più profonda. Vedere dei giovani alle 3 di notte muoversi tra tensione, urla e poi follia fuori da una discoteca, fino al punto di investire deliberatamente un coetaneo, rivela un vuoto emotivo che la società non riesce più a colmare, ed è – peggio ancora – una voragine che si va ad allargare ed esasperare. E’ un incontro che diventa scontro tra l’illusione della libertà e il crollo dei limiti.
A poco servirà capire cosa sia accaduto perché niente può giustificare l’accaduto. La ricostruzione lascerà il tempo che trova. Sin qui abbiamo negli occhi e nelle mente quel filmato. Prima un’inversione ad U che già in quel momento mette a repentaglio le persone e poi soprattutto l’immagine agghiacciante di un’aito che torna indietro per investire dei giovani. Ma come ci siamo ridotti? Ma a che punto siamo arrivati? Ci rendiamo conto di cosa siamo diventati?
Il problema non è quello che si è verificato a Taormina. C’è un mondo intero che a tutte le latitudini è diventato così. Dietro questa ferocia improvvisa che si ripete puntualmente, in tante città e troppi contesti, c’è l’eco impietoso di un fallimento educativo speculare, quello di genitori spesso assenti, distratti o incapaci di trasmettere il valore sacro del limite e la soglia ineludibile del rispetto per l’altro, da osservare sempre e comunque. Quando la rabbia sostituisce il dialogo e la vita umana viene calpestata per l’impeto di una lite, diventa evidente che abbiamo smesso di insegnare ai nostri figli come gestire la frustrazione e il conflitto. Le immagini di quanto avvenuto a Taormina addirittura, a quanto pare, circolavano sui telefonini e quindi nelle chat dei giovani.
E allora non è soltanto la testimonianza di un singolo fatto inaccettabile, ma l’ennesima conferma che siamo di fronte ad una catena di errori. Siamo al cospetto di un fallimento sociale sul quale non possiamo più fare finta di niente e voltarci dall’altra parte, perché tanto il luogo comune è che accade ovunque e che la tendenza non può essere cambiata. La tendenza va fermata e ognuno deve avere coscienza e fare la propria parte, sapendo che la linea rossa è stata oltrepassata. Siamo una società adulta che ha abdicato al proprio ruolo di guida, lasciando i ragazzi e la ragazze soli a navigare nel buio di una notte priva di punti di riferimento morali. Gli abbiamo lasciato credere che renderli liberi fosse il pass incondizionato per farli diventare subito adulti e per consentirgli di poter fare tutto. Invece non può funzionare così.
Ha ragione lo psichiatra Paolo Crepet che ha analizzato in modo impietoso lo stato sociologico delle cose. Ci siamo resi conto? Probabilmente no. Padri le madri lasciano fare tutto ai figli, non sanno neppure dove sono e con chi stanno, cosa fanno e sino a che ora sono fuori. E poi ci sono sempre giustificazioni.
Ragazzi vanno in giro e aggrediscono qualcuno, c’è chi usa i coltelli, chi passa alle mani e chi si permette il lusso di prendere una macchina e tentare di investire qualcun altro. Come la dobbiamo definire? Frustrazione e superficialità alle estreme conseguenze, stupidità che scade nella bestialità di comportamenti assurdi e nell’istinto animalesco che stride con la civiltà che dovrebbe essere tipico di un essere umano. La Natura è più furba di quanto crediamo, molto più di noi che la irridiamo e ne emuliamo poi i peggiori istinti incontrollati.
“Non c’è futuro per questi ragazzi. In parte glielo abbiamo tolto noi, in parte non sanno costruirselo loro. Continuiamo a sminuire e a dire che sono ragazzate, come pensa qualcuno. Io sarei severissimo. Ci vuole severità”, diceva Crepet. E ha ragione. Bisogna essere severi per insegnare a capire il mondo e far comprendere che nulla è dovuto e tutto si deve conquistare, che il valore della vita non può essere mortificato in questi modi beceri e idioti.
E smettiamola di parlare di “mele marce” e “casi isolati”. Non è così. Non più. Siamo di fronte ad un fallimento educativo assoluto e conclamato, totale e senza appello. Bisogna vergognarsi e riflettere. Anche chi non c’entra con questo vulnus sociale e morale, perché a ben pensarci chi di noi non ha mai creduto che tanto il mondo deve andare così e che si può fare. Non possiamo continuare ad essere ignavi e limitarci ad allargare le braccia, sperando che queste cose accadano lontane da noi. La cultura del “tanto succede ovunque” è la comfort zone di una società fallita. Una società che non ha il coraggio ribellarsi e smetterla con questo sprofondo che mortifica ciò che hanno insegnato i nostri avi e che sono stati loro.
La realtà, che da illusi crediamo di dominare, ci sta prendendo a schiaffi e noi non siamo nemmeno capaci di guardarci attorno e realizzare che la linea rossa è stata superata. Non c’è più nulla di scontato, nè di garantito. Sull’onda di questo disagio e degrado il futuro sarà una montagna da scalare a mani nude per i giovani. Lasceremo macerie, caos e odio. L’unica alternativa è rimboccarsi le maniche e tornare a educare, insegnare i valori e il senso della vita. E’ il tempo dei fatti se si vuole invertire la tendenza, le chiacchiere stanno a zero.
La cultura debordante del qualunquismo e della spocchia negli atteggiamenti ha ormai soppiantato quell’equilibrio fragile ma essenziale dell’amore per gli altri. L’identità e la personalità sono state sostituite dall’omologazione e la meccanicità di gesti stolti, spesso compiuti per il futile gusto di farli, per sentirsi “in” anziché “out” nel branco. La vocazione alla conquista dei traguardi con la fatica e il talento, si è piegata al rito del possesso facile delle cose dovute, il culto sregolato dell’inerzia del vivere alla giornata. La condivisione è stata sostituita dall’individualismo sfrenato, la logica del volersi bene è stata piegata da quella del doversi distinguere e prevalere, la ricerca estrema di forme di protagonismo anche a costo di brutalizzare gli altri. Siamo dentro una bolla sigillata dai social network e ci rimaniamo, illusi che vada bene così. Ci siamo convinti che possa bastare tutto questo. Ma tutto cosa? E’ davvero tutto o non è nulla? Se vogliamo continuare ad essere così, siamo destinati irrimediabilmente a non essere più niente.
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RedazioneTn24
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