Il Porto Carlo Riva, a Rapallo, è uno di quei luoghi dove il Tigullio mette in fila le barche come fossero argomenti: 253, per l’esattezza, fino ai 60 metri fuoritutto, in un marina concepito oltre 50 anni fa e ristrutturato corggiosamente otto anni fa dopo una perfida mareggiata. Il 5 e il 6 giugno, sotto una luce di inizio estate che la Liguria sa rendere quasi solenne, gli yacht ormeggiati hanno fatto da fondale, piu immaginato che visto nella tensostruttura destinata all’incontro, a una platea di imprenditori under quaranta, ministri, banchieri, leader di partito in cerca di palcoscenico. Sul palco, davanti al microfono che David Parenzo ha tenuto vivo per due giorni, Maria Anghileri ha aperto il cinquantacinquesimo Convegno nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria con una parola che pesa più di quanto sembri: promessa. “People. La nostra promessa di futuro”, recitava il claim. E una promessa, lo ha detto lei stessa senza giri, in Italia si è incrinata.
La diagnosi arrivata da quel palco è inequivocabile. Il Paese non cresce. I giovani sono arrabbiati e bloccati. Siamo la nazione più indebitata d’Europa, e questo nonostante una prudenza sui conti pubblici che la stessa Anghileri ha riconosciuto al governo. Imprese e lavoratori, ha aggiunto, restano la miniera da cui si estrae l’ottanta per cento del gettito fiscale, e lo ha definito ingiustificabile. Dietro le cifre, un fenomeno che dovrebbe inquietare più di una manovra sbagliata: l’esportazione degli imprenditori, i giovani che se ne vanno portandosi via l’azienda, scoraggiati dall’incertezza normativa, dal costo dell’energia, da una burocrazia che in Italia ha ormai la consistenza di un clima immutabile.
Tutto vero. Tutto documentato. Eppure la parte più interessante di Rapallo non sta nella diagnosi, che è nota da anni e che chiunque frequenti le imprese conosce a memoria. Sta nella postura. Il modo in cui un’associazione imprenditoriale sceglie di pronunciare quelle verità racconta molto più dei numeri che cita.
Per gran parte del Novecento la rappresentanza imprenditoriale ha costruito la propria identità, come si dice, per sottrazione; definendosi rispetto a qualcosa: la controparte sindacale, l’interlocutore con cui contrattare il prezzo del lavoro; la parte sociale convocata al tavolo quando si trattava di spartire i sacrifici.
Dice un amico imprenditore certo non più giovanissimo, ma presente sulla Calata Andrea Doria, senza più la cravatta e la giacchetta a spalla: “Era una grammatica, alcune volte quasi folklore, da trincea; funzionale a un’economia nazionale, nazionalistica e sicuramente e fordista, dove il conflitto distributivo stava al centro della scena. Quella grammatica oggi non basta più. Non perché il conflitto sia scomparso, ma perché il perimetro è cambiato. La posta non è più la divisione di un prodotto interno che cresce, è la sopravvivenza stessa della base produttiva europea in un mondo tornato, di colpo, quasi solo geopolitico”. Lucido, tagliente e impietoso. Non ci sono scuse.
Senza andare lontano, è la lezione che Mario Draghi ha consegnato all’Unione nel rapporto sulla competitività, e che da allora ha ripetuto con un’insistenza pedagogica fino a misurare concretamente l’infantilismo recalcitrante del pubblico a cui era rivolto il messaggio. Il divario di crescita con gli Stati Uniti che si allarga, la quota di settori in cui la Cina compete frontalmente con l’Europa salita a due quinti, l’energia che resta più cara di quella americana, l’intelligenza artificiale dove il continente ha prodotto una manciata di modelli fondazionali contro le decine d’oltreoceano. Lo ha detto con il suo understatement da banchiere: l’inazione non minaccia soltanto la competitività, minaccia la sovranità. È un linguaggio che le associazioni imprenditoriali dovrebbero fare proprio, perché ne ridisegna il mestiere. Da guardiani di un interesse di categoria a custodi di un fondamentale collettivo che diventa ben e comune.
Qui sta il passaggio che a Rapallo si è intravisto senza compiersi del tutto. L’associazione del futuro non è una parte sociale che rivendica, è uno stakeholder che partecipa. La differenza non è semantica. Chi si pensa come parte sociale chiede, e misura il proprio successo dalla concessione ottenuta. Chi si pensa come stakeholder si assume una quota di responsabilità sul risultato, e quel risultato lo misura dalla crescita prodotta. La prima posizione è comoda, perché scarica sempre altrove la colpa. La seconda è scomoda, perché obbliga a mettere la firma accanto a quella della politica.
Da questo discende una richiesta esigente verso chi quelle associazioni le guida. Maturità imprenditoriale dimostrata, non proclamata: vertici che siano, prima di ogni altra cosa, imprenditori credibili, “presenti nel presente” socioeconomico con la forza di chi ogni mattina firma buste paga e ordini e pagamenti, e non con l’autorevolezza presa in prestito dalla carica. Una presenza dominante nel reale, fatta di numeri propri prima che di numeri altrui. È la condizione minima perché la voce della rappresentanza pesi a un tavolo dove siedono governi che maneggiano bilanci da centinaia di miliardi.
Lo si capisce meglio allargando lo sguardo, perché la generazione che a Rapallo ha parlato italiano sta affrontando le stesse domande in tutto il continente, con risposte che disegnano una mappa istruttiva.
In Francia il Centre des Jeunes Dirigeants ha spostato il baricentro sulla performance globale. L’idea, cioè, per cui il risultato d’impresa non è più soltanto economico ma anche sociale e ambientale: dirigenti resilienti ma inquieti, che davanti al caos politico scelgono di isolare l’azienda e di curare la cultura interna. Una postura difensiva, in fondo. In Germania Die Jungen Unternehmer hanno il riflesso opposto: attivismo civico, pressione lobbistica esplicita, una difesa dell’economia di mercato che reclama meno Stato e legge nei sussidi una distorsione della concorrenza. Vogliono semplificazione fiscale e deregolamentazione, e puntano sul recupero della competitività tecnologica nel deep tech e sulla digitalizzazione di un’amministrazione pubblica rimasta indietro. È la voce di chi si sente erede di un modello, quello tedesco, e scopre che il modello non è più invincibile.
In Spagna la Confederación Española de Asociaciones de Jóvenes Empresarios ha l’understatement del pragmatico: massimizzare i fondi europei, organizzarsi in poli regionali forti tra Madrid, Barcellona e Malaga, ottenere di poter aprire un’impresa in quarantotto ore e con cento euro. Più a nord la questione cambia natura. Nei Paesi nordici l’impresa è guidata dai valori prima che dai margini: in Svezia e in Finlandia molti giovani la considerano solo se offre un lavoro dotato di senso, allineato a un’etica; la sostenibilità è integrata dal primo giorno, le gerarchie sono piatte, e si preferisce rilevare un’azienda esistente piuttosto che fondarne una. In Norvegia il nemico ha un nome preciso, la trappola del comfort: un welfare granitico e una rendita fossile rendono l’impiego sicuro più attraente del rischio, e quando si decide di fare impresa lo si fa per dominare la blue economy, l’acquacoltura, l’eolico al largo, la cattura dell’anidride carbonica.
Il Portogallo, con l’Associação Nacional de Jovens Empresários, ha un DNA nativamente internazionale: senza un mercato interno ampio, si progettano aziende pronte all’export fin dalla fondazione, mescolate alla comunità dei nomadi digitali, con l’ossessione di trasformare la fuga dei cervelli in un loro ritorno. La Grecia esce dalla mentalità della sopravvivenza ed entra in quella della crescita, e scommette sulla digitalizzazione della navigazione commerciale e sulle rinnovabili. Il Regno Unito, fuori dal mercato unico, è costretto a guardare oltre l’Europa, verso gli Stati Uniti e l’Asia, sorretto dal più potente ecosistema di venture capital del continente e dall’ambizione di farsi superpotenza dell’intelligenza artificiale e del fintech. L’Irlanda, unico ponte di lingua inglese rimasto nell’Unione, prova a smarcarsi dalla dipendenza dalle multinazionali americane per costruire imprese indigene, mentre la crisi abitativa le paralizza le assunzioni.
Mettendo in fila queste posture si vede una cosa sola, e illumina il caso italiano. Dove la rappresentanza giovanile ha smesso di pensarsi come controparte e ha cominciato a pensarsi come stakeholder, il discorso si è spostato dalla rivendicazione alla strategia: l’energia, il calcolo, i mercati, le catene del valore, la collocazione del proprio sistema produttivo nella partita globale. Dove invece sopravvive la “grammatica” novecentesca, si resta inchiodati alla domanda di concessioni, per quanto legittime esse siano.
L’Italia dei giovani imprenditori, a Rapallo, ha mostrato entrambe le facce. La richiesta di un aumento salariale strutturale, fino a mille euro netti in più al mese nel primo anno di lavoro per gli under trentacinque attraverso un’esenzione IRPEF decrescente, è una proposta seria, ed Emanuele Orsini ha esplicitato ciò che andava detto: che le imprese, da sole, quei salari non possono pagarli senza un intervento sistemico. Ma è stato lo stesso presidente di Confindustria a indicare, quasi en passant, la traiettoria giusta. Ai cinquecento giorni che mancano alla fine della legislatura, ha detto, Confindustria farà il suo mestiere parlando con tutti i partiti e restando indipendente, perché ai partiti tocca mettere coraggio e agli imprenditori responsabilità e fiducia. Sull’Europa, che ha definito fondamentale, ha aggiunto che sta sbagliando le politiche di sostegno alle imprese, e che bisogna avere il coraggio di dirglielo.
Responsabilità e fiducia. Sono le due parole su cui si gioca tutto. La responsabilità è ciò che separa lo stakeholder dalla parte sociale; la fiducia è la moneta della partnership operativa con la politica. Non la partnership della concertazione, quel rito stanco di tavoli e protocolli, ma una relazione che entra nel merito dei fondamentali economici e finanziari: il debito comune europeo per difesa, intelligenza artificiale e transizione, il mercato unico dell’energia con nucleare e rinnovabili insieme, l’adozione dell’intelligenza artificiale come leva e non come spauracchio. Erano, guarda caso, le richieste uscite da Rapallo. Le stesse che Draghi consegna a Bruxelles.
Resta la parte più difficile, quella che a Rapallo si è soltanto sfiorata. L’ingaggio sul futuro. Un’associazione imprenditoriale matura non si limita a chiedere alla politica di aggiustare il presente, porta in dote una lettura del futuro geopolitico e geoeconomico: i flussi commerciali che si riorientano, le filiere che tornano vicine, le aree dall’Asia all’Africa al Medio Oriente da cui arriveranno capitali, talenti e mercati. È un lavoro da classe dirigente, non da gruppo di pressione. Chiede di smettere di reagire e di cominciare a progettare. Chiede vertici capaci di parlare di sovranità tecnologica e di catene di approvvigionamento con la stessa naturalezza con cui un tempo si discuteva il contratto nazionale.
Conviene tornare al Porto Carlo Riva, all’ultima sera, quando i relatori se ne sono andati e restano soltanto le barche. Quegli yacht ormeggiati sono un’immagine fin troppo esatta dell’ambivalenza italiana: capitale fermo, pronto a salpare, in attesa di un vento e di una rotta. La promessa di cui ha parlato Maria Anghileri non si manterrà con l’amore di patria. Lei stessa ha ammesso che non basta per pagare il mutuo. Si manterrà se la “odierna generazione padronale” (definizione di un osservatore sindacale d’antan) che a Rapallo si è definita del nonostante tutto troverà il coraggio di cambiare nome: non più imprenditori che resistono nonostante il Paese, ma attori dell’economia reale disposti a rispondere del Paese, così come nelle aziende si risponde agli azionisti di avere investito bene i loro soldi. Era, anche questa, una frase di Rapallo. Forse la più importante. Quasi nessuno l’ha raccolta.
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Roberto Zangrandi
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