Previdenza complementare in Italia: quasi 10,5 milioni di iscritti e 262 miliardi di risorse


La previdenza complementare in Italia ha chiuso il 2025 con quasi 10,5 milioni di iscritti, segnando una crescita del 4,8% rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dalla Relazione Annuale presentata ieri a Roma – presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati – dal presidente della COVIP Mario Pepe, che ha illustrato l’andamento dei fondi pensione e delle casse di previdenza, fotografando un settore in espansione ma ancora attraversato da squilibri strutturali.

Le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari hanno raggiunto i 262 miliardi di euro, in aumento del 7,7% rispetto al 2024, trainate soprattutto dalla dinamica positiva dei mercati finanziari. Un dato che vale l’11,6% del PIL e il 4% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Sul fronte della raccolta, i contributi incassati nell’anno si sono attestati a 22,4 miliardi di euro, con un incremento dell’8,7% che supera la media del quinquennio precedente.

Il panorama dell’offerta conta 273 forme pensionistiche operative: 33 fondi negoziali, 38 fondi aperti, 71 piani individuali pensionistici (PIP) e 131 fondi preesistenti. Il numero è in calo da oltre vent’anni – a partire dal 1999 si è più che dimezzato – per effetto di un processo di consolidamento che ha soprattutto ridotto i fondi preesistenti, scesi da 618 a 131 unità. Ne è conseguita una crescita della dimensione media, che ha rafforzato la capacità delle forme di rispondere a contesti di mercato più articolati.

I fondi negoziali si confermano il segmento più dinamico per raccolta: hanno incassato 7,9 miliardi di euro, con una crescita del 10,9%, e contano 4,4 milioni di iscritti (+6,1%). I fondi aperti mostrano il tasso di espansione più alto tra tutte le categorie, con 2,2 milioni di aderenti (+8,7%) e 3,9 miliardi di contributi (+15,4%). I PIP “nuovi” registrano 3,8 milioni di iscritti e una raccolta di 5,6 miliardi, mentre i fondi preesistenti si fermano a 666.000 aderenti. Nel complesso, gli iscritti versanti nel 2025 sono 7,4 milioni – il 73% del totale – con una contribuzione media di 2.990 euro; per i lavoratori dipendenti la media sale a 3.110 euro, sostenuta anche dai flussi di TFR, mentre per i lavoratori autonomi scende a 2.780 euro. Un segnale positivo arriva dal numero di iscritti non versanti – circa 2,7 milioni – che per la prima volta inverte la tendenza di crescita degli anni precedenti.

Permangono però squilibri significativi. Il gender gap si conferma su più dimensioni: le donne rappresentano solo il 38,8% degli iscritti e versano contributi medi del 16% inferiori rispetto agli uomini. Sul piano geografico, le regioni settentrionali concentrano il 57,3% degli aderenti, mentre nelle aree meridionali i tassi di partecipazione e i livelli di contribuzione restano sensibilmente al di sotto della media nazionale. Tra i dati che indicano una tendenza di cambiamento, va segnalato l’aumento del peso dei giovani sotto i 35 anni: la loro quota sul totale degli iscritti è salita dal 17,5% del 2020 al 20,8% del 2025, con un incremento della partecipazione rispetto alle forze di lavoro di quella fascia d’età pari a 9,8 punti percentuali nell’arco di cinque anni.

Dal lato degli investimenti, le forme pensionistiche mantengono un’allocazione prevalente in obbligazioni governative e titoli di debito – il 55,8% del portafoglio complessivo – mentre l’esposizione azionaria complessiva, considerando anche le quote sottostanti gli OICR, sale al 32,9%, due punti e mezzo in più rispetto all’anno precedente. Gli investimenti nell’economia italiana ammontano a 43,9 miliardi di euro, pari al 19,3% del totale. Cresce l’interesse, soprattutto tra i fondi negoziali, per gli strumenti di finanza non quotata – private equity, private debt e fondi infrastrutturali – spesso attraverso iniziative di investimento congiunte, che rappresentano un canale di sostegno diretto al tessuto produttivo italiano.

I rendimenti netti del 2025 sono stati positivi per tutti i comparti. Le linee azionarie hanno realizzato performance medie comprese tra il 7,5% e il 10%, quelle bilanciate tra il 3,5% e il 5,5%. Su un orizzonte decennale, i comparti a maggiore contenuto azionario hanno reso in media circa il 5% annuo composto, contro il 2,5% medio annuo del TFR lasciato in azienda. Nonostante ciò, le linee azionarie sono scelte soltanto dal 13,9% degli iscritti. I costi di gestione mostrano differenze marcate tra le tipologie: l’ISC a dieci anni è pari allo 0,47% per i fondi negoziali, sale all’1,36% per i fondi aperti e al 2,17% per i PIP, dove incide in misura rilevante la remunerazione delle reti di vendita. La COVIP ricorda che su un orizzonte di 35 anni, un minor costo annuo dell’1% si traduce in una prestazione finale più alta del 18-20%.

Le casse di previdenza chiudono il 2025 con attività complessive pari a 136 miliardi di euro (+8,7%), sospinte anche in questo caso dai mercati finanziari. La componente obbligazionaria – titoli di debito diretti e sottostanti OICVM – vale il 36% del totale, quella azionaria il 21,6%. Gli investimenti immobiliari restano cospicui ma in calo percentuale, al 14,8%. La quota destinata all’economia italiana ammonta a 52,3 miliardi di euro, il 38,4% delle attività totali; i titoli di Stato rappresentano la voce principale con 17,1 miliardi, seguiti dagli immobili con 17 miliardi e dalle partecipazioni in imprese italiane per 12 miliardi, tra cui 1,9 miliardi di quote della Banca d’Italia detenute da 12 casse. Il sistema in crescita è in crescita secondo quanto emerso dai dati COVIP, ma ancora lontano da una copertura piena della forza lavoro: meno del 40% vi aderisce, con divari che riflettono le asimmetrie del mercato del lavoro italiano per genere, età e area geografica. Le sfide aperte restano quelle di sempre, ma i margini per colmarle esistono.

a cura di Vincenzo Giudice

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