L’assoluzione di Romolo Ridosso al termine del primo capitolo processuale sull’omicidio di Angelo Vassallo rappresenta un altro, violentissimo, scrollone a un’inchiesta nata male, proseguita peggio e andata progressivamente sfarinandosi all’urto con i vari vagli giurisdizionali. Cassazione compresa. E ora lo spettro che aleggia su Salerno è – al netto delle debite (e profonde) differenze tra i due casi – quello di una clamorosa Garlasco bis, a un migliaio di chilometri di distanza circa dall’originale. Per buttarla in metafora (calcistica): finora le difese stanno nettamente prevalendo sugli attacchi, e la partita già da tempo non è più alle battute iniziali.
Comprensibile il disappunto dei fratelli di Vassallo e del figlio Antonio, costituitisi parte civile e difesi dall’avvocato Antonio Ingroia, che si sono detti “delusi e amareggiati”. Una reazione perfino morbida, considerati i sedici anni di attesa di una verità giudiziaria, di indagini che hanno prodotto poco o nulla, di clamorosi colpi di scena e speranze infrante.
Romolo Ridosso, fratello di Salvatore, uno dei boss del clan camorristico Loreto-Ridosso di Scafati ammazzato agli inizi degli anni 2000, era l’unico imputato in questo primo stralcio del processo, avendo scelto il rito abbreviato, procedimento che, in caso di condanna, gli avrebbe procurato uno sconto di un terzo della pena. Secondo l’accusa, Ridosso aveva effettuato un sopralluogo ad Acciaroli poco prima del delitto, insieme all’imprenditore Giuseppe Cipriano, su richiesta dell’ex brigadiere dei carabinieri Lazzaro Cioffi: l’obiettivo era verificare la presenza di telecamere lungo il percorso dove sarebbe dovuta avvenire “l’azione”.
Nel marzo 2025, Ridosso aveva offerto una versione che la Procura aveva ritenuto “logica e razionale”: aveva ammesso la trasferta, ma aveva sostenuto che l’obiettivo iniziale non era l’omicidio del sindaco bensì una gambizzazione, per la quale si era proposto dietro il pagamento di 50.000 euro. Una ricostruzione che i magistrati giudicavano attendibile, ma che il gup Giovanni Rossi ha valutato diversamente, non ritenendo sufficienti le prove a suo carico.
Già nel 2021, tuttavia, a Ridosso era stato revocato lo status di collaboratore di giustizia perché ritenuto inattendibile su alcune dichiarazioni rese proprio sull’omicidio Vassallo. Di questo dettaglio parlava approfonditamente anche il gip che emise l’ordinanza di arresto contro di lui, il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, l’ex brigadiere dell’Arma Lazzaro Cioffi e l’imprenditore scafatese Giuseppe Cipriano. “Quanto al profilo soggettivo di Romolo Ridosso – scriveva il giudice per le indagini preliminari nel provvedimento restrittivo – narrava fatti e circostanze dei quali poteva avere certamente contezza, tenuto conto del suo profilo criminale e, soprattutto, dei suoi rapporti illeciti con Giuseppe Cipriano”. Poi, riferendosi alla “sua attendibilità e alla credibilità soggettiva”, il gip scriveva: “si rivela che, propostosi come collaboratore di giustizia, rendeva esclusivamente dichiarazioni eteroaccusatorie, escludendo decisamente il proprio coinvolgimento nell’omicidio del sindaco Vassallo”. Un elemento, quest’ultimo, che potrebbe aver avuto un peso determinante nella pronuncia del gup che l’ha assolto.
Com’è noto, il filo rosso che collegava tutti gli imputati è un presunto traffico di stupefacenti con base a Scafati e diramazioni nel Cilento. Secondo la ricostruzione accusatoria, la droga arrivava via mare al porto di Acciaroli, gestita da una rete che comprendeva, tra gli altri, Giovanni Cafiero del clan Cesarano. Angelo Vassallo avrebbe scoperto il giro e si sarebbe apprestato a denunciarlo: per questo sarebbe stato eliminato.
L’assoluzione di Ridosso si inserisce in un quadro processuale già segnato da clamorose bocciature dell’impianto accusatorio costruito dalla Procura. In primis quelle della Cassazione, che per due volte si è pronunciata sui provvedimenti restrittivi, dando ragione alle difese. La più clamorosa è arrivata lo scorso 27 marzo, quando lo stesso gup di oggi, Giovanni Rossi, ha prosciolto il colonnello Fabio Cagnazzo — la figura attorno alla quale si erano concentrate le accuse più pesanti, quelle di aver orchestrato un depistaggio per coprire il traffico di droga — perché “gli elementi acquisiti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna”: la norma introdotta nel Codice di procedura penale dalla riforma Cartabia per scongiurare i cosiddetti “processi inutili”. Quelli che fanno perdere tempo (e danaro) allo Stato. Secondo il giudice, l’impianto accusatorio era fondato su testimonianze di collaboratori di giustizia discordanti e prive di riscontri solidi, un giudizio in linea con quanto già espresso dalla Corte di Cassazione.
La Procura di Salerno, da qualche mese guidata dal procuratore Raffaele Cantone, ha però impugnato quella sentenza: lo scorso 8 maggio ha depositato ricorso in Appello chiedendo il rinvio a giudizio di Cagnazzo, con un atto di venticinque pagine firmato insieme al procuratore generale facente funzioni Elia Taddeo. Un atto coraggioso, e un’assunzione di responsabilità: vedremo se la Corte d’Appello di Salerno deciderà di accogliere il ricorso.
Il dibattimento per l’omicidio Vassallo prosegue intanto a carico dell’ex brigadiere Lazzaro Cioffi e dell’imprenditore Giuseppe Cipriano, entrambi rinviati a giudizio con l’accusa di concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso, e di Giovanni Cafiero per il solo reato di traffico di stupefacenti. La prossima udienza è fissata per il 9 luglio. Con l’assoluzione di Ridosso oggi, dopo il proscioglimento di Cagnazzo a marzo, restano in pratica solo due imputati per l’omicidio. Il volto di chi ha materialmente premuto il grilletto quella notte ad Acciaroli è ancora, a tutti gli effetti, sconosciuto. La verità giudiziaria sull’omicidio del “sindaco pescatore” è ancora tutta da scrivere. Nonostante 16 anni di indagini. E l’ombra di una nuova Garlasco che si allunga, inquietante, sulla Cittadella Giudiziaria di Salerno.
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Massimiliano Amato
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