Bruxelles – Ad un decennio dal fatidico referendum del 23 giugno 2016 – che segnò la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione europea – il successo politico di quel voto sembra essere stato messo radicalmente in discussione. A rivelarlo sono i dati pubblicati del Consiglio europeo sulle Relazioni estere (ECFR) di maggio 2026: secondo il report, la maggioranza dei britannici ritiene oggi che lasciare l’Unione Europea sia stato un errore e, se si tenesse un nuovo referendum domani, il Paese sceglierebbe di rientrare.
Questo studio integra i risultati di quattro sondaggi online condotti nel maggio 2026 da Mandate e YouGov tra gli elettori del Regno Unito su temi di economia, immigrazione e sicurezza con un’ampia indagine d’opinione svolta in 15 paesi europei per mappare le prospettive internazionali e le preferenze politiche dei vari elettorati. I numeri parlano chiaro: il 57 per cento degli elettori considera oggi “sbagliata” la decisione di uscire dall’UE, contro solo un 30 per cento che la difende ancora e un 13 per cento che non lo sa. Il malcontento è legato all’inflazione: il 66 per cento degli intervistati attribuisce alla Brexit l’aumento del costo della vita e dei prezzi nei supermercati, mentre il 65 per cento ritiene che abbia danneggiato l’economia nazionale.
Ancor più sorprendente è il dato sull’immigrazione, tema cardine della campagna del 2016: il 56 per cento dei britannici ritiene che la Brexit abbia peggiorato la gestione dell’immigrazione clandestina, una visione condivisa dal 58 per cento di chi all’epoca votò per il “Leave”. “Il fallimento percepito della politica di immigrazione post-Brexit sembra aver cambiato la politica sulla libertà di movimento tra Regno Unito e Unione Europea”: il 66 per cento dei britannici accetterebbe la libertà di movimento reciproca tra Regno Unito e il resto dei Ventisette, pur di avere libertà di viaggiare, vivere e lavorare liberamente, a fronte del 18 per cento che rifiuterebbe. Tra questi figurano anche il 59 per cento dei conservatori. Secondo gli esperti, “ciò suggerisce che la libertà di movimento non ha più la centralità che aveva in passato nel dibattito europeo del Regno Unito”.
Verso un ipotetico nuovo referendum
Se le urne dovessero riaprirsi oggi, il risultato sarebbe netto: il 52 per cento voterebbe per rientrare nell’Unione Europea, mentre solo il 31 per cento sceglierebbe di restarne fuori, l’11 per cento non lo sa e un 6 per cento non voterebbe. Ovviamente a spingere questo cambiamento sono soprattutto i Verdi, i Laburisti e i liberal democratici ma anche una piccola quota (31 per cento) di Conservatori e persino un 13 per cento di membri di Reform UK – conosciuto precedentemente come Brexit Party – partito di orientamento conservatore ed euroscettico. Oltre a ciò, il cambio di rotta sembra essere guidato dal ricambio generazionale. Tra i nuovi elettori — coloro che nel 2016 erano troppo giovani per votare — il desiderio di adesione è schiacciante: il 70 per cento vorrebbe entrare nell’UE, con un rapporto di sei a uno rispetto a chi preferirebbe restare fuori (11 per cento) e quasi 6 a 3 rispetto a chi non lo sa o chi non avrebbe votato (19 per cento).
Oltre all’economia, è il mutato contesto geopolitico del 2026 a spingere Londra verso Bruxelles. Con un’amministrazione americana guidata da Donald Trump percepita come inaffidabile, il 63 per cento dei britannici preferisce dare priorità al rapporto con l’Europa rispetto a quello con gli Stati Uniti e solo il 19 per cento preferirebbe il contrario (e il 18 per cento non lo sa). In particolare, il 18 per cento vede oggi gli USA come un alleato fidato, mentre il 45 per cento vede l’Europa come tale. Tra i Ventisette la Germania è il Paese con la percentuale più alta (53 pp) di britannici che lo ritengono un alleato, seguito dalla Spagna (52), dalla Francia (51) e dalla Polonia (50 per cento).
Oltre “Leave” e “Remain”
Gli esperti sottolineano che le vecchie etichette del 2016 sono ormai superate. L’elettorato del 2026 si divide ora in tre nuovi schieramenti che, secondo il sondaggio, hanno “una forza predittiva molto migliore nella politica britannica odierna rispetto a quella della divisione tra leave e remain”: gli “Ottimisti” (28 per cento), che vogliono un rapporto più stretto con l’UE perché ritengono di condividere gli stessi suoi interessi in una futura crisi; i “Realisti” (35 per cento) – “ben rappresentato dai sostenitori di tutti i partiti e in tutte le fasce d’età” – desiderosi di una maggior cooperazione basandosi su giudizi caso per caso sui costi e benefici; e infine i “Solitari” (27 per cento), che preferiscono mantenere un rapporto “più distante” con l’UE perché questa non avrebbe le stesse priorità del Regno Unito in caso di crisi. Se domani ci fosse un referendum, il 97 per cento degli ottimisti voterebbe per aderire all’UE; i realisti si dividerebbero tra il 58 per cento per l’adesione e il 23 per cento per la permanenza fuori; mentre i solitari si dividerebbero tra il 78 per cento che resta fuori e il 7 per cento che si unisce.
A prescindere da tutto, la situazione attuale dei rapporti sembra non soddisfare la maggioranza dell’elettorato della Corona: solo il 6 per cento degli intervistati vorrebbe mantenere le relazioni UK-UE così come sono e solo il 7 per cento vorrebbe avere anche meno legami. Le conclusioni degli esperti non sono in grado di dire con certezza cosa accadrebbe se il Paese intraprendesse la strada di un nuovo processo di adesione ma che “L’audacia di impegnarsi ad aderire a un’UE riformata potrebbe sia mobilitare il sostegno politico interno sia incoraggiare i governi dell’UE a spendere capitale politico per aiutare il Regno Unito a ottenerlo”.
La pubblicazione del report dell’ECFR è estremamente tempestiva: oltre a giungere a dieci anni dal referendum sulla Brexit è stato pubblicato in concomitanza con le dimissioni del premier Keir Starmer. Questo clima di incertezza politica segue le recenti dichiarazioni del sindaco di Londra, Sadiq Khan, che ha già apertamente spinto per il rientro del Regno Unito nell’UE mentre un segnale di riavvicinamento concreto è già avvenuto con l’ufficializzazione dell’adesione al programma Erasmus+ per il 2027, dimostrando come la strada per una cooperazione più stretta sia stata già parzialmente tracciata.
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Caterina Mazzantini
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