“Noi, prigionieri dell’inferno de L’Aquila, capiamo il dolore del Venezuela”
Milano, nel pieno dell’affanno di luglio, è una città che sembra non conoscere il grigio: viaggia sul bianco o sul nero. Caldo infernale, quasi 40 gradi, oppure grandinate violente.
A., così lo chiameremo su sua richiesta, è appena tornato dal lavoro. È un ragazzo giovane, tranquillo, stanco dalla giornata. In televisione ci sono i Mondiali di calcio. Quando ci incontra, ci fa accomodare sul suo balcone. Da qui, bisogna ammetterlo, Milano sembra più bella.
Ma anche lui, dentro, conosce un grigio. Anzi, un bianco, come ci dirà poco dopo. Il bianco che gli ha segnato la vita: quello che vide subito dopo i circa trenta secondi che, alle 3.32 del 6 aprile 2009, devastarono L’Aquila, la città da cui viene. Il sisma di magnitudo 6.3 colpì il capoluogo abruzzese provocando 309 morti, oltre 1.500 feriti e decine di migliaia di sfollati.
Oggi quella memoria torna davanti a un’altra tragedia: il terremoto che ha colpito il Venezuela il 24 giugno 2026. Un disastro lontano geograficamente, ma capace di riaprire ricordi, immagini e paure in chi un terremoto lo ha vissuto davvero. Secondo i bilanci diffusi a fine giugno, le vittime accertate sono oltre 1.700, i feriti migliaia, mentre restano altissimi i numeri degli sfollati e dei dispersi.
Con Affaritaliani siamo entrati nei ricordi di A. per provare a costruire un parallelismo umano, prima ancora che geografico, tra due tragedie diverse e lontane. Gli abbiamo chiesto come si vivono quei momenti, che cosa resta dopo, che cosa significa ricostruire. Quello che abbiamo trovato è una ferita che fatica a rimarginarsi, ma anche un forte senso di solidarietà: quasi una richiesta, più che un ricordo. E insieme una rabbia ancora viva verso chi doveva proteggere, avvertire, costruire bene: istituzioni, responsabilità pubbliche, interessi privati. Tutto ciò che, in una tragedia, può rendere il dolore ancora più ingiusto.
L’intervista di affaritaliani ad A., testimone del terremoto dell’Aquila
Il 24 giugno 2026, quando hai letto la notizia del terremoto in Venezuela sui giornali, qual è stata la prima cosa che hai pensato?
“Ogni volta che succede un accadimento simile, ovviamente non puoi non ripensare alla notte di 17 anni fa. La prima cosa che ho pensato è arrivata quando ho letto un articolo in cui dei soccorritori italiani, arrivati lì, hanno trovato dei giocattoli di bambini sotto le macerie. Quell’immagine mi ha riportato direttamente a quei giorni là, nell’intorno del 6 aprile 2009: quando, in mezzo alle macerie, trovavi gli effetti personali delle persone. Trovavi la loro vita. Era qualcosa che ci dava sempre un tremore, un dolore. E quando ho rivisto quell’immagine ho capito la portata del terremoto.
Persone che magari conoscevi, anche alla lontana. E quegli oggetti là, cioè ciò che restava della loro quotidianità, ti davano la vastità della tragedia che abbiamo vissuto. I corpi magari non li vedevi: vedevi quello che quei corpi facevano durante la loro vita. Ed è peggio, perché percepivi e immaginavi la loro quotidianità, quello che facevano prima che avvenisse tutto questo. Su questa roba si fa tantissima damnatio memoriae. È una cosa che non ti togli più di dosso, non sopporti, non concepisci. Perché il terremoto è quello: il terremoto è la fine di tutto”.
Sono le 3.32 del 6 aprile 2009. Ci racconti cosa ricordi di quel momento? Dove eri, cosa hai percepito, cosa è successo?
“Per tutti gli aquilani c’è un prima e un dopo. Io non ricordo neanche il tremore. Non lo ricordo, in realtà. Mi ricordo solo il rumore. Grazie a Dio, quella sera siamo andati a casa di mio zio, non ero a casa mia, perché c’era già stata una scossa, intorno alle 11. Ce n’erano varie in quel periodo. C’era Lecce – Milan, vinceva il Lecce 1 a 0.
Mi pare che quella partita finì 1 a 1. Quella sera avevo paura e dissi: “Me ne voglio andare di qua”. Mi sono salvato per quello. Casa mia non è crollata del tutto, ma è crollato il sottosoffitto della mia camera. Quindi non lo so, magari sarei sopravvissuto. Magari no. Però è andata bene così”.
Quanti anni avevi?
“16 anni. Di quella notte mi ricordo nitidamente il fatto che le persone più grandi di me avevano molta più paura, perché io non mi ero minimamente reso conto di quello che era successo. Il mio primo pensiero, quando sono sceso dalle scale — perché non abbiamo preso l’ascensore — è stato: “Domani non si va a scuola”.
Come se dopodomani si dovesse andare. Invece non siamo andati nemmeno dopodomani. Non siamo andati per un mese, poi ci hanno smistato nelle varie scuole, in base a dove eravamo: chi era fuori, chi nelle tendopoli, chi in altre parti. Io sono andato a scuola a Pescara. Poi sono sceso da casa di mio zio ed era tutto bianco. Tutto bianco. Mio zio aveva casa in centro, in una traversa del corso. Ci siamo spostati di pochissimo, perché anche casa mia è in centro. Siamo andati lì perché pensavamo fosse più sicura, più moderna.
Noi eravamo preparati. Io ero molto preparato, perché a scuola ero abituato a fare le prove. Sapevo quello che dovevo fare: mi mettevo sotto le porte. Durante il terremoto sono riuscito ad alzarmi e a mettermi sotto una porta. Quindi sapevo più o meno dove andare per cercare di sopravvivere.
Quando sono sceso, ed era tutto bianco, piano piano abbiamo iniziato a renderci conto delle cose. Non subito, ci è voluto del tempo. Poi siamo andati tutti in Piazza Duomo, perché lì si raccoglieva la gente”.
Sotto indicazione di qualcuno?
“No, era la piazza più grande. E sapevamo che il posto più sicuro era uno spazio aperto. Lo sapevamo tutti. Qualcuno è riuscito a prendere la macchina. Poi era freddo. All’Aquila era freddo. La notte del 6 aprile 2009 la notte era freddissima. Bisognava prendere le macchine per stare riparati. Altrimenti dovevi stare all’aperto. Non è che c’erano edifici dove potevi andare.
E non sapevi niente, non capivi niente. Non sapevi quello che sarebbe successo da lì a sei ore. Stavi là e aspettavi che ti dicessero qualcosa di più. Che poi quelli che ti dovevano dire qualcosa di più erano quelli di cui fidarsi di meno”.
Perché?
“Perché ci avevano rassicurato fino a quel momento. Ci avevano detto che era tutto a posto, che non sarebbe mai successo un terremoto così. Non ci hanno detto: “Noi non possiamo prevedere un terremoto; quindi, non possiamo assicurarvi che non ci sarà”. Ci hanno detto: “No, no, state tranquilli, il terremoto non c’è”. E su questo ci sono intercettazioni di Bertolaso, che impose che si dicesse questo. Perché lui non voleva scandali, non voleva che si creasse paura e quant’altro.
Poi, finito il terremoto, si faceva le foto alle tende con le persone, per dimostrare che lui era là. Però per fortuna qualche aquilano ha scelto di fidarsi di meno e si è rifiutato di farsi fotografare”.
Per te quanto è durato quel momento?
“Non me lo ricordo. Per me è durato pochissimo. Per me è durato niente. Non è durato nulla. Mi ricordo solo un rumore fortissimo. Assordante. Quello fa paura, più della terra che trema. Perché tu senti un boato, un frastuono infinito che ti chiude la testa. Quello te lo ricordi. E poi ti fa paura pure dopo, perché ovviamente ci sono le scosse di assestamento. Quelle vere, non quelle che loro chiamavano “scosse di assestamento”. Perché che cosa devi assestare, in quel momento, quando è crollato tutto? E sentivi sempre questo rumore. Era diventato un incubo”.
Com’erano le persone intorno a te? Le riconoscevi? Come ci si aiutava? Come vi comportavate quando eravate tutti in Piazza Duomo?
“In piazza ognuno stava per conto suo, diciamo. Si parlava un po’, si scambiava qualche opinione, ma eravamo tutti sconvolti. Cercavi di fare gruppo con la tua famiglia, di ritrovarti, di aiutarti anche con le persone che conoscevi. Cercavi di capire che cosa facevano gli altri, dove andavano, perché nessuno sapeva niente. Tu ancora non lo sapevi, ma casa tua te l’avrebbero ridata, se tutto andava bene, dopo dieci anni.
Eppure il piano di emergenza era pronto, perché quello si prepara prima dell’emergenza. Non è vero che sono stati bravissimi, che hanno fatto tutto velocemente: sono piani prestabiliti, che lo Stato deve avere quando succede un’emergenza. Però tu non sapevi neanche quello. Non sapevi niente. Stavi lì e cercavi di capire cosa fare, dove andare. Dovevi orientarti da solo, perché la situazione era disastrosa.
La scena che mi ricordo è di questa donna che urla e corre in Piazza Duomo durante il terremoto. È un’immagine che non riesco a scordarmi. All’inizio non pensavi neanche che ci fossero stati morti. Noi non avevamo capito che cosa fosse successo. Poi sono arrivate le prime notizie, i primi morti. E c’erano anche gli sciacalli. C’era un farmacista che dava i medicinali con il 10 o il 20% di sconto alla gente che ne aveva bisogno. Invece di regalarli. Li dava fuori perché la farmacia era praticamente crollata.
E poi i telefoni non prendevano. C’erano persone che cercavano di contattare familiari all’Aquila. Forse è la cosa peggiore. Io lo dico sempre: ho preferito essere là, piuttosto che stare magari a Milano e chiamare fino a impazzire. Perché i telefoni non funzionavano e tu non sapevi come stavano le persone care. Quando iniziavano a funzionare un po’, provavi a contattare amici, conoscenti, persone vicine. E chiedevi una cosa semplice: “Adesso tu che fai?”.
Perché non sai dove sbattere la testa. Ti dicevano addirittura che le case al mare non erano sicure. Noi, infatti, non siamo andati subito a Francavilla al Mare (CH), dove abbiamo la casa al mare. Siamo andati prima a Roma, in un albergo del Vaticano che ci ospitò. Una cosa è vera: per me quella volta lo Stato si è fatto nazione. Noi siamo stati veramente amati dal nostro popolo. Ci hanno protetto, aiutato. Ci siamo sentiti italiani. È stata bella, quella solidarietà.
Poi siamo andati a Francavilla al Mare, in un hotel, non a casa. Senza motivo. Facevi cose illogiche. Perché vai in hotel e non a casa, se Francavilla è a 100 chilometri? Il fondale è sabbioso, è difficile che ci sia un terremoto: serve roccia, serve pietra, la sabbia non fa terremoto. Quindi non avevamo motivi per non andare a casa. Però in quel momento non ragioni”.
Com’è stato quando sei rientrato a casa?
“Era passato troppo tempo”.
Quanto?
“Io penso 9-10 anni, quando sono rientrato a casa mia. Avevamo una nuova casa ormai. Era diverso, era cambiato tutto. Ma siamo cambiati noi”.
Se dovessi tornare indietro, qual è la prima cosa che ti verrebbe da fare?
“Penso nulla, perché quegli eventi là, anche se adesso fossi la persona più saggia del mondo, ci rendono tutti uguali. Dai bambini di 8 anni a quelli più grandi. Anzi, forse l’incoscienza ti aiuta. La consapevolezza di quello che succede ti porta tragedia, terrore. Se non te ne accorgi, sei anche più di aiuto forse in quei momenti, perché sei più lucido. Se ti rendi conto della devastazione, del dolore che ha creato, non puoi ragionare”.
Immagino conoscessi qualcuna delle vittime.
“Sì, devo essere sincero, alla lontana. Non abbiamo avuto vittime in famiglia, parenti, amici stretti. Conoscenti sì. Io frequentavo il circolo tennis e c’era un ragazzo che è morto. Ora, in quel periodo e anche adesso, noi diciamo sempre: fortunatamente sono morti pure i genitori, sono morti tutti.
Ci sono persone che hanno perso tutto, hanno perso i figli. Chi ha perso i figli e la moglie. Io a quel punto dico che è meglio morire. Che vivi a fare? Cioè, ormai sei morto.
Una persona ha sofferto tantissimo perché, per colpa della Protezione civile, ai figli aveva detto: “State tranquilli, state sereni, non succede niente”. Perché Bertolaso aveva imposto quel diktat. E poi una commissione del tribunale gli ha dato anche ragione. Non so come. A volte i giudici dicono che 25 coltellate le dai per amore. Per ricordare una recente sentenza: il marito uccideva la moglie con 25 coltellate e gliele dava per amore. Qua non so che cosa si sono inventati. Non ne ho la più pallida idea. Però devono essere stati veramente fantasiosi, perché c’erano le intercettazioni, c’era di tutto. C’era qualsiasi cosa per colpevolizzare quelle persone che non avevano fatto il loro lavoro”.
Quindi secondo te qualcosa si sarebbe potuto fare in più?
“Si. Grazie a Dio quel terremoto non è avvenuto di giorno. Perché, per esempio, nella mia scuola ci salvavamo solo noi al primo piano. Erano cinque piani. Gli altri quattro… La prefettura si è sgretolata. Gli edifici importanti, quelli sicuri, solidi, di una città, sono crollati. La rabbia non c’è solo nei confronti di chi non ci ha avvertito del pericolo. La rabbia c’è nei confronti di chi quella notte rideva. Perché c’erano gli imprenditori romani che fortunatamente si sono fatti il carcere.
Ma non perché qualcuno vuole una punizione per forza, ma perché non sono persone che socialmente, secondo me, devono andare in giro. Quindi è meglio che rimangano isolate. Gente che negli anni Settanta ha costruito le case con la sabbia, per risparmiare qualche euro di cemento e trovarsi milioni di euro in banca. Palazzi dove sono morte trenta persone, trenta. Quel palazzo era costruito male appositamente, non per sbaglio. La rabbia c’è”.
Pensando al terremoto in Venezuela, se è vero che le disgrazie uniscono, cosa possiamo fare anche a chilometri di distanza?
“Aiutare il più possibile. Solidarietà. Vicinanza. Conforto. Le persone non vanno lasciate sole, mai. Perché se lasci sole le persone in una situazione del genere, queste muoiono. Anche se non muoiono all’anagrafe, muoiono dentro. E quindi bisogna stare vicino, aiutare il più possibile, e poi, adesso passato il primo impatto, pensare a ricostruire. Ma non le città. Perché i palazzi si ricostruiscono, i palazzi crollano, e importa il giusto. Bisogna ricostruire l’identità di quel popolo, la società, la cultura. Bisogna ricostruire le persone. E poi si pensa ai palazzi”.
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