Ci sono vicende che raccontano, meglio di un bilancio aziendale, cosa significhi fare l’armatore. E quanto sia complesso. È il caso della Grande Torino, la nave “Pure Car & Truck Carrier” (in sigla Pctc) del Gruppo Grimaldi rimasta bloccata per oltre cento giorni nel Golfo Persico, e della scelta compiuta dal gruppo armatoriale italiano sotto la guida del suo amministratore delegato, Emanuele Grimaldi: non forzare mai il blocco, indipendentemente dalla durata e quindi dal costo dell’attesa. Una decisione che dice più di ogni comunicato cosa intenda il gruppo napoletano quando afferma che la sicurezza viene prima di tutto.
Bisogna tornare alla fine del febbraio scorso. La Grande Torino – un gigante del mare, lungo 200 metri e capace di trasportare 7.700 auto – si trovava nel Golfo Persico per sbarcare veicoli nuovi provenienti dal Far East, un’operazione di routine lungo le rotte tra Asia ed Europa. In quel momento, però, ecco il cigno nero: l’attacco militare congiunto americano e israeliano contro l’Iran, e la reazione iraniana durissima e astuta: la chiusura, con mine e aggressioni aeree e navali, dello Stretto di Hormuz. La nave, per riprendere la sua rotta, avrebbe dovuto passare di lì: e invece il gruppo ha scelto di farla restare in rada, tra le coste degli Emirati Arabi Uniti e quelle iraniane, con 21 persone a bordo: tre italiani e diciotto filippini, sotto bandiera italiana. È iniziata così un’attesa durata più di cento giorni, in una delle aree più strategiche per il commercio marittimo mondiale, caratterizzata da elevate tensioni e da un contesto di sicurezza particolarmente delicato.
In una situazione di così grande tensione, sia a bordo che nel quartier generale del Gruppo, a Napoli, a prevalere è stata la razionalità: nessun tentativo di forzare il blocco, in nessuna circostanza. Lo Stretto di Hormuz, in quelle settimane, era scosso da episodi di posizionamento di mine e da un doppio regime di controllo, iraniano e americano, che rendeva ogni transito un azzardo. La priorità restava una sola: non mettere a rischio la vita dell’equipaggio. Un principio che Emanuele Grimaldi ha ribadito costantemente in quelle settimane – come aveva del resto sempre fatto in precedenza parlandone in termini generali come di un criterio guida per la buona gestione delle flotte. Riflettendo sulla condizione di tutti gli equipaggi coinvolti: «La mia profonda preoccupazione è per tutti i marittimi che vengono esposti a gravi pericoli nello Stretto di Hormuz mentre stanno semplicemente svolgendo il proprio lavoro. Senza che ne abbiano alcuna colpa, le loro vite sono ora tragicamente a rischio (al momento, nel Golfo erano bloccati circa 20 mila marittimi, ndr)».
Restare per mesi ancorati in un’area di crisi è una prova psico-fisica che pochi mestieri possono imporre ai loro effettivi con altrettanta intensità. Eppure il Comandante e l’equipaggio della Grande Torino l’hanno affrontata con una disciplina che Grimaldi ha voluto riconoscere pubblicamente appena la nave ha potuto lasciare il Golfo: «Desideriamo esprimere il nostro più sincero apprezzamento ed un vivo ringraziamento al Comandante e all’intero equipaggio della Grande Torino, che hanno dimostrato ancora una volta le qualità umane e professionali che contraddistinguono il personale del Gruppo Grimaldi. Chiamati ad affrontare una situazione eccezionale, hanno mantenuto in ogni momento elevatissimi standard di professionalità e dedizione al lavoro».
Mentre la nave restava ferma, dietro le quinte si è mosso un lavoro diplomatico intenso, con il Ministero degli Affari Esteri guidato dal Ministro Antonio Tajani, che se ne è occupato personalmente, e un incontro a Roma tra lo stesso Emanuele Grimaldi e l’Ambasciatore iraniano in Italia, Mohammad Reza Sabouri. A vicenda conclusa, l’armatore ha ringraziato «il Ministro Antonio Tajani, che insieme al suo staff si è adoperato con straordinario impegno e determinazione, e l’Ambasciatore Sabouri, per aver contribuito al raggiungimento di questa importante intesa».
Ai primi del mese di aprile si sono diffusi gossip – mai confermati ufficialmente – su presunti pedaggi in criptovalute che l’Iran avrebbe voluto imporre alle navi per permettere loro il passaggio. E anche su questo tema spinoso, tale da compromettere il principio stesso della libertà di navigazione, la posizione di Grimaldi è sempre stata netta: «È inaccettabile pagare pedaggi per la navigazione. La libera navigazione è un principio fondamentale, e l’Iran, essendo parte dell’Imo, dovrebbe rispettarlo». Un principio ribadito da Confitarma, l’associazione degli armatori italiani, che a sua volta ha espresso «la sua ferma e unanime contrarietà a qualunque forma di pedaggio nello Stretto di Hormuz». E c’è anche un risvolto economico in più, in questa vicenda, incisivo anche se meno visibile: il costo assicurativo della guerra. «Le navi devono pagare per coprire i rischi di guerra. Ma è difficile trovare assicurazioni per navi che transitano in aree di conflitto. Questi sono rischi che semplicemente non si devono prendere», aveva detto subito Emanuele Grimaldi.
Il 17 aprile è arrivata una prima apertura, con l’annuncio iraniano del “via libera” alla navigazione. Anche allora Grimaldi ha invitato alla prudenza: «è ancora prematuro trarre conclusioni, abbiamo a bordo i marittimi». Una cautela rivelatasi fondata: sarebbero passati altri due mesi prima della ripresa del transito effettivo (destinata poi a essere nuovamente messa in forse dalla violazione del “cessate il fuoco”). La svolta positiva, per la Grande Torino, è arrivata la mattina del 18 giugno, quando la nave ha finalmente potuto attraversare in piena sicurezza lo Stretto di Hormuz, a seguito dell’autorizzazione rilasciata dal Ministero degli Esteri iraniano. Dopo oltre 100 giorni di permanenza forzata, la nave è tornata a navigare verso la Cina, dove sarebbe stata reimpiegata nella rete di collegamenti del Gruppo tra il Far East e l’Europa.
La vicenda non è stata un caso isolato, ma uno dei tanti episodi di una crisi che ha coinvolto l’intero shipping mondiale. Come presidente dell’Ics, Grimaldi ha seguito la sorte di tutti gli equipaggi coinvolti, non solo dei propri: «Il mio pensiero va ai marittimi che hanno tragicamente perso la vita e alle loro famiglie, così come agli equipaggi che si trovano attualmente bloccati. Tutti gli Stati devono garantire il passaggio sicuro delle navi mercantili, dando priorità alla sicurezza e al benessere degli equipaggi a bordo». Sulle condizioni per tornare alla normalità è stato diretto: «È necessario un accordo permanente di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran».
Chi segue da una vita lo shipping, sa che il settore ha già attraversato prove difficili: in tempi recenti la pandemia, il blocco del Canale di Suez da parte dei ribelli houthi, prima ancora (e da sempre!) la pirateria, di varie matrici. «Abbiamo dimostrato resilienza anche in passato, affrontando sfide più importanti», ha ricordato Emanuele Grimaldi, definendo il tentativo iraniano di dotarsi della bomba atomica «un rischio per l’umanità» su cui «non ci sono dubbi», pur ribadendo che «la pace è fondamentale per il ritorno alla normalità nel traffico marittimo».
Insomma, nella visione del Gruppo Grimaldi, la sicurezza viene da sempre al primo posto, e non è un valore negoziabile. I cento giorni della Grande Torino lo dimostrano nel modo più concreto: nessuna pressione commerciale ha convinto il Gruppo a rischiare anche solo per un istante la vita dei ventuno uomini a bordo. Oggi che la nave naviga di nuovo liberamente con l’equipaggio al completo, sano e salvo, quella scelta appare per quello che era fin dall’inizio: non un rischio calcolato, ma un principio fondamentale.
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