Simest accelera sulle PMI


Sei miliardi di euro di investimenti sostenuti in sei mesi, il venti per cento in più dello stesso periodo del 2025. È uno degli eccellenti numeri con cui Simest, la società del gruppo Cassa depositi e prestiti dedicata all’internazionalizzazione delle imprese italiane, chiude il primo semestre dell’anno. Il consiglio di amministrazione presieduto da Vittorio de Pedys l’ha approvato a fine luglio scorso la relazione finanziaria al 30 giugno, illustrata dall’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo.

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Dietro la cifra aggregata c’è un dato che conta di più, perché dice qualcosa di rilevante sulla platea e non solo sui volumi: nei primi sei mesi la società ha servito circa 1.900 imprese, di cui oltre 1.100 nuove. Inoltre, il novanta per cento dei clienti è costituito da piccole e medie imprese. Significa che lo strumento pubblico non sta girando sugli stessi nomi di sempre, ma sta intercettando un tessuto che fino a ieri non aveva rapporti con la finanza per l’estero, e che è precisamente la parte più esposta alle turbolenze di questi mesi. Per una società nata all’inizio degli anni Novanta con una missione circoscritta, l’affiancamento agli investimenti diretti all’estero è uno spostamento di baricentro non da poco.

Peraltro, la crescita non è omogenea. Il supporto all’export, gestito attraverso il Fondo 295/73 in convenzione con la Farnesina, sale a 4,8 miliardi con un incremento del quindici per cento: è la gamba più potente del bilancio, e cresce in linea con la dinamica generale. Gli investimenti partecipativi restano stabili a circa 108 milioni, sostanzialmente sui livelli di dodici mesi fa, a conferma che l’ingresso diretto nel capitale delle controllate estere resta una qualificante operazione di boutique, perfetta per imprese già strutturate. Il vero salto è altrove, nella finanza agevolata: con la gestione del Fondo 394/81, anch’esso in convenzione con il ministero degli Esteri, Simest ha erogato finanziamenti per circa un miliardo, più che raddoppiando il dato dell’anno precedente con una crescita del 112 per cento.

Quel 112 per cento non è un miglioramento di andamento, è un cambio di regime, e merita una spiegazione politica prima che finanziaria. La finanza agevolata è lo strumento con cui si è risposto alle emergenze del semestre – travagliato da guerre e dazi – ed è anche il più flessibile dei tre, perché consente di aprire linee dedicate in tempi rapidi quando cambiano le condizioni sui mercati. Lo dice esplicitamente l’amministratore delegato: «Non abbiamo aspettato che le tensioni internazionali diventassero emergenza per le nostre imprese: l’instabilità dei mercati energetici e le difficoltà di accesso ad alcune rotte commerciali, in particolare verso il Medio Oriente, richiedevano una risposta tempestiva, ed è quanto abbiamo messo in campo con la finanza agevolata».

Sul piano dei conti la società resta di dimensioni contenute rispetto alla massa che movimenta. Il patrimonio netto si attesta intorno ai 340 milioni, in crescita del quattro per cento; il risultato lordo raggiunge 10,4 milioni, più quindici per cento; l’utile netto si attesta a circa sette milioni, in aumento dell’8. Sono numeri che ricordano la natura dell’ente: Simest non è un operatore speculativo che massimizza il margine, ma un veicolo che mobilita risorse pubbliche e private in funzione di una politica industriale, e la redditività è un imperativo di sostenibilità più che un obiettivo fine a se stesso. Il rapporto fra sette milioni di utile e sei miliardi di investimenti fotografa meglio di qualsiasi commento il modello di funzionamento.

Il semestre porta poi il segno del piano strategico 2025-2027, che si è tradotto in una serie di plafond dedicati. Il progetto «Filiera d’impatto», che si rivolge ai fornitori che non esportano direttamente ma reggono la competitività di chi esporta, ha aggiunto quattro nuovi accordi e due partnership con Umana e Orienta per la formazione delle competenze, arrivando a coinvolgere circa duemila piccole e medie imprese dall’avvio. È il fronte che Corradini D’Arienzo definisce meno visibile ma altrettanto decisivo, e che rappresenta il tentativo di allargare la nozione stessa di impresa internazionalizzata oltre il perimetro di chi spedisce merce all’estero. Una scelta che ha una logica precisa in un Paese dove il valore aggiunto dell’export si forma in larga parte a monte, dentro subfornitori che non hanno mai visto una dogana.

Accanto ai nuovi strumenti si è mossa anche la rete territoriale e internazionale. Sono stati aperti due uffici a Torino e Bari, mentre il presidio in Marocco è stato rafforzato con una sede dedicata a Rabat. Sono stati organizzati sei eventi di matchmaking internazionale in sinergia con la piattaforma Cdp Business Matching, ed è partito l’Acceleratore Made in Italy per la filiera moda, realizzato insieme a Cdp ed Elite del gruppo Euronext, un percorso formativo rivolto a un comparto che sta attraversando una delle fasi più difficili degli ultimi anni. Sul versante dell’impatto sociale, l’evento conclusivo della «Fiera delle competenze» ha coinvolto oltre 300 studenti delle scuole superiori.

Resta sullo sfondo la questione del coordinamento. Corradini D’Arienzo valorizza le sinergie con il gruppo Cdp e con gli altri attori del cosiddetto Sistema Italia, da Sace a Ice fino alle camere di commercio, sotto la regia della Farnesina. È un richiamo ricorrente nella comunicazione pubblica di questi enti, e non è casuale: la sovrapposizione fra strumenti di sostegno all’export è un tema aperto da anni, e la moltiplicazione dei plafond specializzati lo rende più urgente, non meno.

Il quadro che emerge è quello di una società che ha smesso di essere una finestra per pochi campioni dell’export e sta diventando infrastruttura ordinaria del sistema produttivo. Con un’avvertenza: più gli strumenti si moltiplicano e si specializzano per emergenza, più la misura del successo si sposta dai miliardi mobilitati alla qualità degli investimenti che ne derivano. Il prossimo semestre dirà se le oltre mille nuove imprese entrate nel perimetro resteranno clienti o erano solo passaggi occasionali dettati dalla congiuntura.


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