L’intelligenza artificiale promette una rivoluzione economica globale. «L’AI può rimodellare le nostre economie», sottolinea la Banca centrale europea (Bce) in una sua recente analisi dedicata agli investimenti digitali. Il nodo critico per l’Eurozona risiede nelle modalità con cui le aziende riusciranno a reperire i capitali necessari ad alimentare questo salto tecnologico. Lo studio dell’Eurotower evidenzia infatti una tendenza preoccupante. «Le imprese si aspettano di fare affidamento in modo schiacciante sulle proprie risorse per finanziare la transizione», si legge nello studio. Un approccio valido per il 72% delle società interpellate, imposto dalle rigidità strutturali del mercato finanziario continentale.
I contorni di questo allarme emergono dalla ricerca redatta dagli economisti Annalisa Ferrando, Sara Lamboglia, Judit Rariga e Maurice Schmidt. Basando il lavoro sull’indagine sull’accesso ai finanziamenti delle imprese, l’istituto di Francoforte ha interpellato circa 5.000 aziende in tutta l’area dell’euro sui loro piani per i prossimi dodici mesi.
Il testo certifica che «le risposte dipingono un quadro rivelatore di dove le aziende vedono il maggior valore in questa tecnologia in rapida evoluzione». Quasi la metà del campione analizzato, pari al 49% delle società interrogate, destinerà i propri budget futuri a strumenti e tecnologie legate all’intelligenza artificiale, rendendo i software e le infrastrutture informatiche la destinazione primaria dei flussi di cassa. In scia a questa tendenza si posiziona il 46% delle realtà produttive, un raggruppamento pronto a dare priorità assoluta alla formazione dei propri dipendenti.
I RISCHI SECONDO LA BCE
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Gli esperti sottolineano l’importanza di tale consapevolezza, rimarcando il fatto che «il successo dell’adozione dell’AI dipende dalle competenze tanto quanto dalla tecnologia». Le architetture per i dati rappresentano il fulcro degli sforzi per il 40% delle imprese intervistate, mentre una frazione del 12% punta all’assunzione di figure professionali specializzate. Un gruppo consistente, il 38% del totale, non ha selezionato nessuna delle opzioni proposte, segnalando un attendismo diffuso tra i manager europei. Le dimensioni aziendali giocano un ruolo dirimente, con le grandi società capaci di finanziare interventi in tutte le categorie, sebbene le tendenze generali rimangano coerenti a prescindere dalla stazza del gruppo societario.
Il vero elemento di vulnerabilità del sistema continentale si palesa analizzando i canali di approvvigionamento delle risorse. I ricercatori affermano in maniera netta che «i fondi interni sono di gran lunga la fonte di finanziamento più popolare». Il 72% delle aziende con piani di sviluppo in tale ambito prevede di utilizzare mezzi propri, attingendo al flusso di cassa o agli utili non distribuiti, per coprire i costi di implementazione. Le opzioni alternative svolgono un ruolo di puro supporto, palesando le profonde difficoltà di accesso al credito per l’innovazione. I prestiti bancari tradizionali, le sovvenzioni pubbliche e gli strumenti di leasing si fermano al 16% delle preferenze ciascuno. Il capitale di rischio e il private equity attraggono un misero 6% delle aziende, mentre i titoli di debito si attestano all’1%.
Di contro, una fetta del 18% non ha saputo indicare una fonte definita, suggerendo che un ampio segmento del campione rimanga indeciso sulla strada da percorrere a livello contabile. La maggioranza dei consigli di amministrazione preferisce sostenere le spese adoperando un unico strumento, con la liquidità aziendale in posizione dominante.
L’analisi documenta come i prestiti bancari, le sovvenzioni e il leasing siano «molto meno comuni come fonti a sé stanti». Nelle rare circostanze in cui i dirigenti decidono di combinare più fonti, tendono ad affiancare i capitali interni a una linea di credito esterna, tralasciando quasi del tutto i mix basati sul solo indebitamento verso soggetti terzi.
La riluttanza del settore privato ad attivare canali di credito esterni deriva da precisi vincoli imposti dal sistema bancario del Vecchio Continente. Gli autori dello studio specificano come il paradigma decisionale poggi su fondamenta di natura bilancistica. L’indagine certifica infatti che «il fatto che le imprese utilizzino finanziamenti esterni dipende in modo cruciale dalla natura dell’investimento».
Le società ricorrono ai capitali terzi quando affrontano spese per beni tangibili, come server fisici o complesse infrastrutture per lo stoccaggio dei dati. Per gli economisti, «il vantaggio di questi asset è che possono essere costituiti in pegno o usati come garanzia collaterale, abbassando tipicamente i costi di indebitamento». Le spese legate alla costruzione di capacità aziendali a lungo termine, basate sull’assunzione di specialisti o sulla formazione del personale, soffrono uno svantaggio competitivo enorme. Si tratta di investimenti in grado di creare valore assoluto, ma, come ricorda l’Eurotower, «sono immateriali e non possono quindi essere usati come garanzia collaterale, rendendo più difficile ottenere finanziamenti bancari».
Le statistiche confermano questo ostacolo, dimostrando che i progetti per l’acquisto di tecnologie o infrastrutture dati aumentano la probabilità di ottenere crediti combinati di 16 punti percentuali. L’assunzione di talenti digitali incrementa questa stessa probabilità di appena 9 punti percentuali, mentre l’aggiornamento delle competenze della forza lavoro non mostra alcun effetto statistico rilevante in sede di valutazione per la concessione di prestiti. Il documento giunge alla conclusione secondo cui i fondi esterni «per l’investimento nell’AI sono strettamente legati alla disponibilità di garanzie collaterali».
L’incapacità di sostenere in modo adeguato lo sviluppo immateriale minaccia di deprimere le prospettive di crescita complessiva dell’eurozona. La Bce ammonisce le istituzioni con un richiamo privo di sfumature, ribadendo che «l’adozione dell’AI non è solo una questione di se le imprese vogliono investire, riguarda anche come possono finanziare questo investimento». Pur garantendo vantaggi indubbi in fatto di accessibilità, flessibilità e controllo societario sulle scelte operative, l’autofinanziamento esprime limiti invalicabili in assenza di mercati dei capitali profondi.
I ricercatori suonano il campanello d’allarme, sottolineando come «una forte dipendenza da questo tipo di finanziamento potrebbe limitare la scala e il ritmo dell’adozione dell’AI rispetto a ciò che potrebbe essere raggiunto se il finanziamento esterno fosse utilizzato in modo più ampio».
Questo scenario recessivo solleva interrogativi impellenti sulle barriere del panorama creditizio continentale, dove banche e sovvenzioni pubbliche giocano ruoli marginali. La carenza cronica di capitali di rischio «potrebbe indicare potenziali sfide strutturali che limitano l’accesso ai finanziamenti per gli investimenti immateriali». Affrontare questi ritardi sistemici garantendo quadri capaci di supportare a parità di condizioni gli sforzi tangibili e intangibili rappresenta l’unico percorso utile per sbloccare il potenziale inespresso del tessuto produttivo e «accelerare la diffusione delle tecnologie di AI in tutta l’economia dell’area dell’euro».
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