il nuovo volto del caos globale



Russia in difficoltà, guerra senza fine

Il Ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha parlato allo SPIEF (St. Petersburg International Economic Forum) con toni piuttosto duri nei confronti dell’Occidente. L’aggressione militare alla Federazione Russa, secondo il Ministro, sarebbe iniziata nel 2008, con l’attacco in Abkhazia e Ossezia del Sud. Saakashvili sarebbe stato aizzato contro la Russia “e scatenato come un cane rabbioso”.

Il vero peccato originale, imperdonabile, sarebbe avvenuto Nel 2005, quando la Russia ripagò i suoi debiti al FMI e al Club di Parigi. E, successivamente, nel 2006, ridusse il suo debito estero a circa il dieci per cento del PIL. Dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, il paese era pesantemente indebitato. Nel 1999, subito dopo il default, il rapporto debito estero/PIL era pari a un gigantesco 91%.

Naturalmente, i banchieri internazionali, tramite i loro “ragazzi di Chicago” e vari oligarchi prestanome, hanno fatto quello che volevano nel grande Paese. Secondo alcuni analisti si potrebbe ipotizzare questo come motivo fondamentale per cui la NATO e l’Europa non hanno mai lavorato all’inclusione dell’ex URSS in un autentico processo di integrazione nell’Unione. Una solida politica economica ha garantito la vera sovranità della nazione. Il compito successivo era difenderla, e questo è stato il tema centrale del discorso di Putin a Monaco.

Nel 2022, secondo il Ministro Siluanov, l’obiettivo era distruggere questa economia e far rientrare il Cremlino nella trappola del debito, per piazzare dei fantocci ai vertici del governo russo, promettendo che il FMI avrebbe sicuramente concesso a questo “cosacco” infiltrato, un altro prestito. Ci sono innumerevoli paesi, in cui le élite finanziarie hanno messo in atto questo stratagemma. Ma i finanzieri e gli economisti russi avrebbero sventato questo pericolo. “Il debito estero della Russia continua ad aggirarsi intorno al dieci per cento del PIL e sarà interamente ripagato a breve. Il tasso di crescita economica negli ultimi tre anni si è attestato intorno al dieci per cento” – ha detto il Ministro al meeting di San Pietroburgo.

Tutti hanno un rapporto debito estero/PIL superiore al 100%, peggiore della situazione della Russia in quel terribile anno del 1999. Non parliamo nemmeno del debito statunitense; lì, “il dottore disse: ‘All’obitorio’, e all’obitorio si va”. Poi ha concluso sarcasticamente il suo discorso: “avendo perso completamente la corsa economica contro di noi, l’Occidente cercherà di ribaltare la situazione e rovinarci con una guerra su vasta scala. Ma li attende un fallimento altrettanto epico, grazie alla straordinaria qualità delle loro élite, dimostrata negli ultimi venticinque anni. Come si suol dire, è in onda un nuovo episodio di “Scemo e più scemo” “.

Alexandra Prokopenko, ricercatrice presso il “Carnegie Russia, Eurasia Center” e collaboratrice della pubblicazione online di geopolitica Carnegie Politika, ha colto che, nelle ultime settimane, alcuni analisti occidentali sostengono la caduta libera del presidente Vladimir Putin, scrivendo che la sua popolarità sarebbe in calo e che un aperto conflitto tra i gruppi dell’élite russa starebbe minando il regime. Il principale indicatore dell’instabilità del sistema sarebbe, a loro dire, l’insolito stato di debolezza causato dalle interruzioni di internet, a Mosca e San Pietroburgo.

Fonti interne citate da Bloomberg hanno suggerito che Putin avrebbe allentato le restrizioni a seguito delle pressioni del suo blocco politico interno. Le fonti del Guardian, tuttavia, riportano il contrario, sostenendo che Putin stesse invece rafforzando la sua linea dura a causa della sua totale dipendenza dal Servizio di sicurezza federale (FSB).

Dopo un attento studio di comparazione tra fonti dirette, media europei e statunitensi, possiamo affermare che, effettivamente, la tensione all’interno del sistema politico russo è aumentata, però non si è trattato di una vera crisi esistenziale.

Il conflitto sulle restrizioni di internet era di natura burocratica, non politica. Non era una lotta per la libertà, né un tentativo di impadronirsi del potere. Era uno scontro tra due gruppi di tecnocrati, che cercavano di proteggere i propri interessi, e l’effettivo calo di popolarità di Putin, dopo cinque anni di guerra in Ucraina, è stato solo uno strumento utilizzato all’interno di questo conflitto.

In definitiva, l’apparato di sicurezza russo ha avuto la meglio. Le restrizioni online si sono normalizzate, l’FSB e il governo sono stati incaricati di collaborare per garantire che alcune funzioni chiave rimangano accessibili. In altre parole, il conflitto è stato risolto, senza mettere a repentaglio la tenuta del regime.

I regolari attacchi dei droni ucraini causano da tempo interruzioni della connessione internet in alcune regioni russe, poiché la connessione mobile viene disattivata nel tentativo di ostacolare i sistemi di navigazione dei droni. L’unica, autentica, novità è che il problema ha interessato anche Mosca e San Pietroburgo.

Un’interruzione di internet a Mosca, ad esempio, è durata diciannove giorni, a marzo. Secondo il media indipendente “The Bell”, l’ordine è stato impartito dal servizio scientifico e tecnico dell’FSB, che ha fornito agli operatori di telefonia mobile una mappa delle stazioni base da disattivare.

A differenza di quanto accaduto nelle regioni, i blocchi a Mosca hanno suscitato l’ira degli alti funzionari russi, soprattutto di quelli dell’amministrazione presidenziale, che necessitano di internet (e dell’app di messaggistica Telegram, anch’essa bloccata) per prepararsi alle elezioni parlamentari di settembre.

Questi funzionari hanno iniziato a utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per esprimere il proprio disagio di fronte a questo disservizio informatico. Il vicepresidente della Duma di Stato, Vladislav Davankov, esponente del partito Nuovo Popolo e vicino ai vertici politici del Cremlino, ha lanciato una petizione contro i blocchi. Anche altri partiti politici cosiddetti “del sistema” hanno espresso la propria opposizione.

All’interno del Cremlino esisteva un secondo gruppo altrettanto irritato dai blackout: quello responsabile della propaganda, guidato dal Primo Vice Capo di Stato Maggiore Alexei Gromov. Le interruzioni di corrente crearono difficoltà anche al Ministro dello Sviluppo Digitale Maksut Shadayev, che stava rapidamente perdendo la collaborazione dei professionisti IT.

Questa era, dunque, l’essenza del conflitto. Non si è verificata una rivolta popolare contro la censura, né un’opposizione alla crescente repressione. Era uno scontro tra due gruppi, all’interno del sistema. Quando l’apparato di sicurezza si è messo di traverso ai dirigenti politici del Cremlino, questi hanno reagito cercando di attirare l’attenzione di Putin. Ciò ha comportato fughe di notizie ai media, l’organizzazione di incontri tra personaggi influenti del mondo tecnologico e alti funzionari della sicurezza e – asso nella manica del primo vice capo di stato maggiore Sergei Kiriyenko – il tasso di gradimento di Putin.

La popolarità dello zar è innegabilmente in calo, con il protrarsi della guerra su vasta scala. L’intensificarsi degli attacchi dei droni ucraini, il rallentamento dell’economia e il peggioramento del tenore di vita sono i tre reali fattori che mostrano una Russia ben diversa da quella del 2022. E’ l’effetto naturale di un conflitto di logoramento.

Il centro sondaggi Levada ha riportato un calo del gradimento del leader russo dall’86% al 79%, la Fondazione per l’Opinione Pubblica dal 79% al 73% e l’istituto di sondaggi VTsIOM, legato al Cremlino, dal 75% fino al 65%. Il calo di 10 punti percentuali registrato da VTsIOM tra marzo e aprile ha destato particolare scalpore, che l’Occidente ha compreso e ampiamente riportato come una sorta di crisi russa.

Tuttavia, interpretare questo dato come un chiaro riflesso dell’umore dei russi, significherebbe ignorare la natura della sociologia, in uno stato autoritario. I sondaggi di gradimento in un contesto non democratico non misurano tanto il sostegno, quanto la propensione a dichiararlo pubblicamente. Inoltre, i sociologi al servizio del governo russo non pubblicano i risultati dei loro sondaggi, senza l’approvazione dei responsabili politici del Cremlino.

I primi segnali di un indebolimento del sostegno a Putin sono apparsi nell’autunno del 2025 e la percentuale di coloro che ritengono che il Paese stia andando nella giusta direzione è scesa dal 71% (la media del 2025) al 55% nell’aprile del 2026. Le ragioni principali erano la stanchezza per la guerra e gli effetti di una situazione economica in peggioramento. Il malcontento per le restrizioni a internet era secondario.

Il problema che rileviamo è che Putin non ha posto fine al conflitto, ma lo ha istituzionalizzato, affidando la piena responsabilità sia al Primo Ministro Mikhail Mishustin che al capo dell’FSB Alexander Bortnikov. Questa è una mossa tipica di Putin, che non risolve il problema, ma si limita a creare una piattaforma per la sua gestione.

In definitiva, il sospetto che deriva da questa situazione, è che, come già espresso da autorevoli analisti geopolitici, mai smentiti, non vi sia più una reale volontà globale di interrompere le guerre in maniera definitiva, quanto di protrarre i conflitti quali parte della “normalità” quotidiana, utilizzandoli come un elastico, con pause ed escalation, attendendo che, eventualmente, esso si rompa da sé.

Fosse questa la strategia globale, ci dovremmo preparare a una guerra mondiale non convenzionale, ma sistemica e costante finché non prevarrà il più forte, con le conseguenti tragiche ricadute sulla popolazione civile. Le diplomazie stanno, altrettanto, lavorando molto, perciò questa ipotesi potrebbe rivelarsi infondata, per quanto la realtà non ci abbia ancora fornito l’alternativa di pace giusta e duratura, preconizzata ma ancora lontana.


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