Vincenzo Cirasola lascia la guida di ANAPA dopo quattordici anni: «L’associazione appartiene agli agenti»


Ci sono mosse che si giocano per vincere la partita e mosse che si giocano per lasciare in eredità una partita ancora aperta. Vincenzo Cirasola, al termine del IV Congresso Nazionale ANAPA, ha scelto la seconda: nessun limite statutario lo obbligava a lasciare la presidenza, nessuna sconfitta lo costringeva a cedere il passo. Ha semplicemente deciso che la mossa più intelligente, dopo quarant’anni di rappresentanza associativa e quattordici alla guida di ANAPA Rete ImpresAgenzia, fosse quella di alzarsi dal tavolo con l’associazione in salute, autorevole, pronta ad affrontare le nuove sfide del mercato. Quarant’anni di battaglie, di un’ostinazione che molti hanno scambiato per cocciutaggine e che si è rivelata, invece, la sola forma di coerenza che conta davvero.

Tutto comincia nel 1985, a Castel Maggiore, alle porte di Bologna. Appena nominato agente delle Generali, viene eletto pochi mesi dopo, nel gennaio 1986, presidente provinciale dello SNA di Bologna. È quella la prima freccia scoccata: apparentemente laterale, destinata a sembrare marginale, si rivelerà invece l’inizio di una traiettoria lunga quattro decenni.

Nel 1989 sale ai vertici nazionali dello SNA e, da quel momento, la sua biografia personale e la storia della rappresentanza degli agenti italiani cominciano a sovrapporsi fino a diventare difficilmente distinguibili. Dal 2002 al 2024, ventidue anni senza interruzione, guida il Gruppo Agenti Generali Italia: una permanenza che in altri ambienti varrebbe come sinonimo di immobilismo e che, invece, racconta di qualcuno che aveva capito, prima e meglio di molti altri, che la rappresentanza non s’improvvisa, non si delega, non si costruisce con le buone intenzioni e nemmeno con i convegni. Si costruisce con la presenza, con la continuità, con quella forma di lealtà ai principi che non ammette eccezioni comode.

Nel 2012, insieme a 168 colleghi, Cirasola compie una scelta poco comune in un contesto altamente competitivo: mette il lavoro di gruppo e la costruzione di un progetto comune al centro della propria azione. Nasce così ANAPA, in un momento in cui il settore assicurativo stava già cominciando a fare i conti con una complessità normativa crescente, con la digitalizzazione che iniziava a bussare alla porta delle agenzie e i modelli distributivi evolvevano rapidamente, richiedendo capacità di adattamento anche ai professionisti più esperti.

In quel contesto ci voleva qualcosa di più di un progetto associativo: serviva la convinzione che fosse possibile costruire un’iniziativa destinata a evolvere e a consolidarsi nel tempo, anche oltre le singole persone che l’avevano avviata. Non mancò, naturalmente, chi la definì «il sodalizio degli amici di Cirasola», con quella sprezzante sicumera riservata a chi osa fare cose nuove in territori dove i vecchi equilibri si difendono con le unghie e con i denti. I fatti, come quasi sempre, hanno avuto la pazienza di smentire.

Quattordici anni di presidenza di ANAPA, divenuta nel frattempo ANAPA ImpresAgenzia a seguito dell’unificazione con UNAPASS, fortemente sostenuta insieme al mai dimenticato Massimo Congiu, uomo di ampie vedute. L’elenco di ciò che è stato attraversato in questo percorso vale più di qualsiasi curriculum: l’evoluzione normativa post-IDD, il crescente peso degli adempimenti burocratici, la partita non ancora chiusa sulla tutela professionale dell’agente di fronte all’avanzata delle reti bancarie e delle compagnie dirette, la digitalizzazione che promette di liberare e rischia di emarginare, il dialogo — paziente, tenace, spesso ingrato — con IVASS, ANIA, Parlamento, Governo e associazioni di consumatori.

Nel labirinto dei giorni di una presidenza associativa si entra spesso convinti di avere la mappa e si esce certi che la mappa era sbagliata. Cirasola ha imparato a navigare senza mappa o, meglio, ha imparato che la mappa la disegni mentre cammini e che il valore non sta nel percorso pianificato, ma nella capacità di restare in piedi quando il destino scombina tutto.

Il IV Congresso Nazionale ANAPA, tenutosi a Roma, è stato per lui il momento del rendiconto, quello vero, fatto di volti, di anni condivisi e relazioni personali consolidate. In sala, al termine del suo intervento, i delegati si sono alzati in piedi, tributandogli una standing ovation, mentre le lacrime si avviavano ad affacciarsi ai suoi occhi.

La relazione politica e finanziaria è stata l’ultimo documento congressuale della sua presidenza (clicca qui per leggere il testo integrale): un passaggio di testimone insieme tecnico e morale, ascoltato in silenzio e accolto da un applauso prolungato, di quelli che non si esauriscono nel primo momento. Il tipo di tributo che non si pianifica e non si compra. Arriva, oppure non arriva. Questa volta è arrivato.

Tuttavia, il gesto politicamente più significativo del Congresso non è stato il discorso. È stata la scelta. Nessun limite statutario imponeva a Cirasola di lasciare: avrebbe potuto ricandidarsi, probabilmente avrebbe vinto. Ha deciso di non farlo. Una decisione maturata da tempo, ha spiegato, assunta in piena libertà. Il che, nel vocabolario della vita associativa italiana — dove ci si aggrappa alle poltrone con la forza disperata di chi non ha alternative — ha il sapore di qualcosa di stranamente raro. Quasi di un atto di generosità strutturale.

La sua visione è semplice nella forma e radicale nella sostanza: il momento migliore per lasciare è quando l’organizzazione è forte, stabile e pronta a crescere con nuove energie. Le associazioni non devono dipendere da una persona. Devono rinnovarsi nella continuità, valorizzare quanto costruito, formare una nuova classe dirigente. È una cosa che si dice spesso e si pratica poco. Cirasola lo ha praticato.

Il Congresso ha eletto Presidente nazionale Roberto Arena, già vicepresidente, uomo di esperienza associativa e professionale collaudata e socio fondatore di ANAPA. Una scelta nel segno della continuità, non di quella continuità che è sinonimo di immobilismo, ma di quella che sa tenere insieme eredità e futuro senza schiacciarli l’uno sull’altro.

Cirasola resterà a disposizione come Past President, con una presenza discreta, pronta a intervenire solo quando richiesto. Un ruolo che richiede più disciplina che protagonismo. Il bilancio di quarant’anni di attività sindacale, ha spiegato Cirasola, non si misura dagli incarichi ricoperti. Si misura dal fatto che ANAPA sia oggi una realtà autonoma, pluralista, rispettata da istituzioni, associati e operatori del mercato. Tutt’altro rispetto a chi ha sostenuto per anni che fosse soltanto una costola del GAGI, l’espressione organizzativa di un singolo.

La crescita dell’associazione, la presenza capillare sul territorio, la pluralità delle provenienze professionali dei dirigenti, la qualità del lavoro svolto nelle sedi istituzionali: tutto questo ha sedimentato un’identità autonoma che oggi non è in discussione. Cirasola ha giocato le sue carte con la cura di chi sa che la fiducia, una volta persa, non si ricostruisce.

«ANAPA non appartiene a chi la guida» — ha detto chiudendo il Congresso — «appartiene agli agenti italiani, alla loro dignità professionale e al loro futuro».

Nella voce di qualcuno che ha attraversato quattro decenni di rappresentanza senza perdere la bussola, sono parole che risuonano come un principio, non come una formula. Come la sintesi di qualcuno che ha capito, lungo la strada, che il vero successo non è occupare una posizione: è costruire qualcosa per l’intera comunità e fare in modo che continui a crescere anche dopo di noi.

Con la conclusione del suo mandato, si chiude una delle più lunghe e significative esperienze di leadership associativa del settore assicurativo italiano. Si apre, al tempo stesso, una nuova fase nella storia di ANAPA. Le persone cambiano, i ruoli si avvicendano, i principi associativi restano. Ma una rappresentanza forte, credibile e autonoma, costruita in quattordici anni di impegno quotidiano, resta e continua il suo percorso. Un patrimonio che non appartiene solo al passato, ma che prosegue nel presente e si proietta nel futuro, trovando nella continuità la sua vera forza.

A cura di Vincenzo Giudice

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