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L’Italia non sarà al Mondiale di calcio, ma prova a ricordare al mondo un’altra classifica in cui resta davvero imbattibile: quella del patrimonio culturale. È su questo gioco di specchi, tra delusione sportiva e orgoglio identitario, che nasce “Campioni del mondo – Italia loves Unesco”, l’evento in programma all’Arena di Verona (foto archivio Imagoeconomica) e in diretta su Rai 1.

Il titolo guarda al calcio, ma il contenuto guarda altrove: ai siti Unesco, alla lirica, alla cucina italiana, alla bellezza diffusa del Paese e soprattutto alla nuova sfida culturale che riguarda Napoli. Durante la serata sarà infatti lanciata la candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio immateriale dell’umanità.

Una candidatura attesa da tempo, forse persino tardiva, se si considera quanto quella musica abbia contribuito a rendere Napoli e l’Italia riconoscibili nel mondo.

L’Arena celebra l’Italia dei patrimoni Unesco

L’evento è promosso da Fondazione Arena di Verona, in collaborazione con Rai Cultura, Ministero della Cultura, Ministero dell’Agricoltura, Ministero del Turismo, Ministero degli Esteri e Ministero per lo Sport e i Giovani.

L’obiettivo è celebrare l’Italia come Paese con il maggior numero di riconoscimenti Unesco, tra patrimoni materiali e immateriali. In questo racconto entrano il belcanto, riconosciuto nel 2023, e la cucina italiana, riconosciuta nel 2025. Ora il passo successivo riguarda la canzone napoletana classica.

La serata sarà condotta da Milly Carlucci e costruita come un grande spettacolo nazionale, con orchestra, coro e corpo di ballo dell’Arena. Sono annunciati circa 500 artisti tra musicisti, danzatori, figuranti e interpreti.

Da “Dicitencello vuje” a “O sole mio”

Il programma mette insieme opera, canzone popolare, tradizione napoletana e ospiti internazionali. Dopo la marcia trionfale dell’Aida, arriveranno alcune delle pagine più celebri del repertorio partenopeo.

Plácido Domingo interpreterà “Dicitencello vuje” con Serena Autieri. Gigi D’Alessio canterà “’O surdato ’nnammurato”, Sal Da Vinci “Tu ca nun chiagne”, Serena Rossi “Era de maggio”, Massimo Ranieri “Te voglio bene assaje”. È previsto anche Gianni Morandi con un omaggio a Lucio Dalla attraverso “Caruso” e Patti Smith, che racconterà la sua passione per Puccini e proporrà “Because the night” in versione sinfonica.

La chiusura sarà affidata a un grande brindisi televisivo e a “O sole mio”, interpretata da Vittorio Grigolo e Sal Da Vinci.

La domanda inevitabile: perché Verona e non Napoli?

La candidatura della canzone napoletana classica è una notizia importante. Ma porta con sé una domanda inevitabile: perché lanciare da Verona, e non da Napoli, il percorso Unesco di una forma d’arte nata, cresciuta e diventata universale proprio nella città partenopea?

La risposta istituzionale punta sull’idea di una grande festa nazionale. L’Arena di Verona è un simbolo internazionale dello spettacolo dal vivo e dell’opera. La serata vuole tenere insieme lirica, cucina, siti Unesco e canzone napoletana dentro un’unica narrazione dell’Italia come potenza culturale.

Ma la domanda resta legittima. La canzone napoletana non è soltanto un repertorio musicale. È lingua, memoria, teatro popolare, emigrazione, sentimento, ironia, dolore, strada, salotto, palcoscenico, festa e malinconia. È una forma di civiltà urbana. E quella civiltà ha un nome preciso: Napoli.

Mazzi: “Un grande omaggio a Napoli”

Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha spiegato che l’obiettivo è fare un grande omaggio a Napoli e usare la candidatura come leva strategica per promuovere le eccellenze italiane. Il riconoscimento Unesco potrebbe arrivare nel 2028 e, secondo il ministro, il percorso può intrecciarsi con il ruolo internazionale che Napoli avrà nel 2027 con l’America’s Cup.

Mazzi ha indicato anche l’idea di dedicare alla canzone napoletana gli eventi di apertura legati alla grande manifestazione velica, con l’obiettivo di attrarre in Italia anche il cosiddetto turismo delle radici.

È una visione ambiziosa: trasformare la canzone napoletana in un grande strumento di diplomazia culturale, promozione turistica e racconto dell’identità italiana nel mondo.

Il dossier affidato a Renzo Arbore

Il dossier scientifico della candidatura sarà curato da un gruppo di studio guidato da Renzo Arbore, figura che più di molte altre ha contribuito alla valorizzazione internazionale della canzone napoletana. Nel 1991 Arbore fondò l’Orchestra Italiana proprio con l’obiettivo di rilanciare nel mondo la musica napoletana, restituendo dignità e centralità anche al mandolino.

La scelta di Arbore ha quindi un valore simbolico e culturale forte. Perché la candidatura Unesco non può limitarsi a un evento televisivo, per quanto spettacolare. Deve poggiare su un impianto storico, musicologico, linguistico e antropologico solido.

La canzone napoletana classica non è un semplice intrattenimento. È un patrimonio vivo, stratificato, capace di attraversare classi sociali, epoche, continenti e generazioni.

Dopo il centro storico e la pizza, Napoli prova il tris

Napoli ha già ottenuto due riconoscimenti Unesco fondamentali: il centro storico nel 1995 e l’arte del pizzaiuolo napoletano nel 2017. Ora la città prova a portare nel patrimonio immateriale dell’umanità anche la propria canzone classica.

In passato non si è mai riusciti a costruire un dossier davvero efficace e capace di portare il percorso fino in fondo. Questa volta la macchina istituzionale appare più strutturata, con ministeri, Rai, Fondazione Arena, artisti e un gruppo di esperti chiamati a sostenere la candidatura.

Il punto sarà evitare che la canzone napoletana venga ridotta a cartolina. Perché il suo valore non sta solo nelle melodie celebri o nei titoli più conosciuti. Sta nella capacità di raccontare un popolo, una lingua, una città e una storia musicale che ha parlato a tutto il mondo senza perdere il proprio accento.

Una candidatura giusta, da riportare al suo luogo naturale

Lanciare la candidatura da Verona può avere un senso televisivo e istituzionale. L’Arena offre una cornice internazionale e consente di collocare la canzone napoletana dentro il grande racconto del patrimonio culturale italiano.

Ma il percorso dovrà necessariamente tornare a Napoli. Dovrà passare dai suoi teatri, dai suoi archivi, dai conservatori, dai musicisti, dagli studiosi, dalle famiglie artistiche, dai quartieri, dalle voci popolari e colte che hanno tenuto viva questa tradizione.

La canzone napoletana appartiene all’Italia e al mondo. Ma nasce da Napoli. E se l’Unesco deve riconoscerla come patrimonio immateriale dell’umanità, dovrà farlo partendo da questa verità semplice: nessuna candidatura sarà davvero completa se non saprà restituire alla città il ruolo di madre, custode e interprete principale della propria musica.


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 Anna Buono

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