La polvere rossa sui balconi del rione Tamburi non fa rumore, eppure copre ogni cosa. Copre il passato, sbiadisce il presente e rende opaco il futuro. Il 12 giugno a Taranto non è un giorno qualsiasi: è il giorno in cui, nel 2003, i corpi di Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre vennero schiacciati dal crollo di una gru all’interno dello stabilimento siderurgico. Ventitré anni dopo, la sottosezione ionica dell’Associazione Nazionale Magistrati, insieme a Formare Puglia, ha scelto di abbandonare i tecnicismi delle aule di giustizia per organizzare l’incontro «Lavoro, sicurezza, dignità: la memoria per il futuro».
Il programma ha seguito una traiettoria precisa: una messa officiata dall’arcivescovo emerito Filippo Santoro nella parrocchia Gesù Divin Lavoratore, un dibattito nell’auditorium, lo spettacolo teatrale “La Gru” interpretato da Tiziana Risolo e la marcia silenziosa del Comitato 12 Giugno fino a piazza Caduti sul Lavoro per la deposizione di una corona d’alloro. Una macchina organizzativa impeccabile, che ha dovuto però fare i conti con un dato nudo e d’impatto: l’assenza della cittadinanza. I banchi sono rimasti vuoti, gli abitanti del quartiere non hanno varcato la soglia.

«Abbiamo deciso di organizzare una riflessione sulle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro – ha spiegato Francesco Sansobrino, presidente della sottosezione ANM – e la dignità dei lavoratori fuori dalle aule del tribunale. Abbiamo deciso di farlo qua perché in questo territorio alle volte pensano che lo Stato sia assente, mentre lo Stato c’è».
Il magistrato ha registrato il vuoto intorno ai rappresentanti delle istituzioni. «Vogliamo cercare di dimostrare alla cittadinanza – ha ribadito – che lo Stato c’è ed è vicino e abbiamo bisogno però che la cittadinanza questo lo comprenda e ci dia fiducia. Noi non abbiamo pensato alla partecipazione, abbiamo pensato a dare un segnale. Certo il fatto che non ci sia neanche la comunità parrocchiale e persone del quartiere Tamburi ci fa riflettere, ci deve far riflettere, ma lo Stato c’è indipendentemente dalla partecipazione ad eventi di questo tipo».

Il sindaco Piero Bitetti ha cercato di dare una chiave di lettura a quel silenzio, legandolo a una lunga serie di ferite amministrative e sociali. «È una giornata importante, quella odierna, proprio perché serve a ricordare – ha puntualizzato – le tanti morti sul lavoro. Lavoro sicurezza, dignità sono delle parole piene di significato. È una giornata che pesa su alcune famiglie, che pesa su un quartiere che si è purtroppo caratterizzato in negativo».
Il primo cittadino ha rintracciato la radice del distacco in una subita marginalità. «Ho potuto cogliere la rabbia sul volto di alcuni cittadini. Provo a darmi una risposta: spesso – ha ammesso – questa città ha pagato tanto in termini di sacrifici per diversi anni, troppi anni e forse si è sentita isolata, si è sentita abbandonata, e questo credo che sia vero perché molte scelte non dipendono da noi ma sono scelte che vengono calate dall’alto».
Il tavolo tecnico si è concentrato sulla fredda contabilità degli infortuni. La Procuratrice della Repubblica, Eugenia Pontassuglia, ha offerto una prospettiva storica che svela la ciclicità del problema: «Mi è piaciuta tantissimo l’idea di farlo fuori dal palazzo di giustizia perché è importante parlare alla gente e in questo luogo specifico perché questo luogo è a ridosso di una fabbrica che ha provocato tante morti. Ho cominciato a confrontarmi con le morti dello stabilimento oltre 35 anni fa, quando per la prima volta ho messo piede a Taranto come giudice».

All’epoca la normativa quadro sulla sicurezza non era ancora nata, ma le dinamiche dei sinistri erano sovrapponibili a quelle odierne. «Sono passati 35 anni e noi continuiamo a confrontarci con questi problemi» ha constatato la procuratrice, richiamando i dati dello scorso anno che vedono l’area ionica al secondo posto in Puglia, «con cinque omicidi bianchi – ha affermato – e più di cinquanta fascicoli aperti per lesioni gravi. La magistratura tarantina da anni sta tentando di dare delle risposte, ma ovviamente il problema non lo può risolvere la magistratura. Bisogna diffondere una cultura della sicurezza sul lavoro. E poi bisogna implementare i controlli».
Pontassuglia ha poi analizzato le ragioni psicologiche e sociali dell’abbandono da parte della comunità. «Occorrono sicuramente politiche sociali – ha ammonito – che ridiano speranza a tutti quei cittadini che oggi non si sono neanche affacciati a questa porta perché giustamente sono delusi dall’assenza a volte dello Stato, non hanno risposte perché continuano da anni a vivere in un ambiente insalubre. Noi parliamo tanto di infortuni sul lavoro, ma non dobbiamo dimenticare che accanto alle morti da infortunio sul lavoro ci sono anche le morti da malattia legata alle condizioni ambientali e inquinamento ambientale, un dato di fatto a Taranto si muore più che in altri luoghi».
Al confronto hanno contribuito gli interventi di Alessandra Romano (magistrato del Tribunale), Genoveffa De Pascale (Spesal), dell’avvocato giuslavorista Massimiliano Del Vecchio e di Giovanni D’Arcangelo (Cgil). Il direttore provinciale dell’Inail, Biagio Francesco Petillo, ha sottolineato che «per la sede di Taranto dell’Inail sicuramente la memoria in questo giorno di ricordo va alle due vittime di infortuni mortali che si sono verificati nella fabbrica nei primi mesi di quest’anno. Sicuramente il 2026 è un anno all’insegna del ricordo di Claudio Salamida e di Loris Costantino».
L’intervento di Petillo ha definito il peso percentuale di questa emergenza sanitaria e assicurativa sul contesto regionale. «La nostra attenzione – ha assicurato – è sempre alta, a Taranto registriamo anche un numero molto elevato di malattie professionali, circa il 32% di tutte le denunce di malattia professionale in Puglia, segno chiaramente di un dissidio da ricomporre tra salute, ambiente e lavoro».
A seguire la marcia silenziosa guidata da Cosimo Semeraro del Comitato 12 Giugno ha raggiunto piazza Caduti sul Lavoro. La corona d’alloro è stata deposta davanti a pochi intimi. Lo Stato ha cercato il dialogo sul marciapiede, ma il quartiere è rimasto a guardare dai vetri delle finestre, quasi a voler misurare la distanza tra le parole della prevenzione e il filo rosso delle morti sul lavoro che pesano come un insopportabile macigno sulla coscienza collettiva di una città stanca e forse rassegnata.

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