Per anni abbiamo parlato di intelligenza artificiale come di qualcosa che sarebbe arrivato nel futuro. Oggi quel futuro è diventato presente.
Nel giro di pochi giorni sono avvenuti due fatti destinati a incidere profondamente sull’organizzazione della Pubblica Amministrazione italiana e sul lavoro di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici.
Da una parte, il nuovo CCNL delle Funzioni Centrali 2025-2027, sottoscritto in ipotesi il 9 giugno, introduce per la prima volta nella contrattazione collettiva norme specifiche dedicate all’utilizzo dell’intelligenza artificiale negli uffici pubblici. Dall’altra, il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare due decreti attuativi della legge italiana sull’intelligenza artificiale che disciplinano formazione, lavoro pubblico, giustizia, attività di polizia, responsabilità civile e penale, costruendo il primo quadro organico nazionale in materia.
Non siamo di fronte a un semplice aggiornamento normativo. Siamo davanti a una vera e propria svolta.
Per la prima volta governo e parti sociali affrontano una domanda destinata a segnare i prossimi decenni: come utilizzare le straordinarie potenzialità dell’intelligenza artificiale senza sacrificare i diritti delle persone?
La risposta che emerge dalle nuove disposizioni è chiara e condivisibile: l’intelligenza artificiale deve essere uno strumento al servizio dell’uomo, non un sostituto dell’uomo.
È questo il principio che attraversa sia i decreti governativi sia il nuovo contratto collettivo.
Nel CCNL delle Funzioni Centrali troviamo una novità di enorme valore culturale e sindacale. Le amministrazioni saranno tenute a informare preventivamente i lavoratori e le organizzazioni sindacali quando intendono introdurre sistemi di intelligenza artificiale in grado di incidere sull’organizzazione del lavoro o sul rapporto di impiego. Non si tratta di un adempimento burocratico. Significa riconoscere che la tecnologia non è neutrale e che le sue conseguenze sul lavoro devono essere comprese, discusse e governate.
Ancora più importante è il principio secondo cui nessuna decisione riguardante il personale potrà essere affidata esclusivamente a un algoritmo.
Valutazioni, assegnazioni di incarichi, organizzazione delle attività, percorsi professionali e qualunque decisione che produca effetti sulla vita lavorativa delle persone non potranno essere il risultato automatico di una macchina.
Dietro ogni decisione dovrà esserci un responsabile umano, identificabile, chiamato a verificare, comprendere e assumersi la responsabilità delle scelte compiute.
Può sembrare un principio scontato. Non lo è affatto.
In tutto il mondo assistiamo a una crescente diffusione di sistemi algoritmici utilizzati per selezionare personale, valutare le prestazioni, organizzare le attività e perfino prevedere i comportamenti futuri. Il rischio che l’efficienza tecnologica prevalga sulla dignità della persona è reale.
Per questo il contratto introduce anche obblighi di trasparenza. I lavoratori dovranno sapere quali sistemi vengono utilizzati, quali dati vengono trattati, per quali finalità e con quali possibili conseguenze. Un diritto alla conoscenza che rappresenta la prima garanzia contro l’opacità e le discriminazioni.
Accanto alla trasparenza vi è poi la tutela della privacy, della dignità e della non discriminazione. Gli algoritmi non possono diventare strumenti di controllo occulto, di profilazione indebita o di disparità di trattamento.
Ma vi è un altro elemento che merita particolare attenzione: la formazione.
Troppo spesso il dibattito sull’intelligenza artificiale si concentra sulle macchine e dimentica le persone. Invece il vero investimento deve riguardare le competenze.
Su questo punto il nuovo contratto e i decreti governativi parlano la stessa lingua.
Il Governo ha scelto di collocare la formazione al centro della strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. Sono previsti percorsi strutturati per il personale pubblico affinché tutti i dipendenti comprendano il funzionamento dei sistemi, interpretino correttamente gli output e riconoscano i limiti, gli errori e le possibili distorsioni. La formazione diventa una leva di modernizzazione dell’intera amministrazione e non un privilegio riservato a pochi specialisti.
È una scelta che condividiamo pienamente.
L’intelligenza artificiale può migliorare i servizi pubblici, accelerare le procedure, ridurre le attività ripetitive e aumentare la qualità delle decisioni amministrative. Ma tutto questo sarà possibile soltanto se chi lavora negli uffici pubblici possiederà gli strumenti culturali e professionali per governarla.
Altrettanto significativo è il principio, contenuto nei decreti, secondo cui l’intelligenza artificiale può assistere l’azione amministrativa, ma non può sostituire la responsabilità della decisione.
La responsabilità deve restare umana, verificabile e imputabile.
È una scelta che tutela i lavoratori pubblici, ma anche i cittadini.
Dietro ogni provvedimento amministrativo deve esserci una persona che risponde delle proprie decisioni. Nessun cittadino può sentirsi dire che una scelta sia stata presa da un algoritmo e che quindi nessuno ne sia responsabile.
I decreti affrontano inoltre temi delicatissimi come la tutela dei lavoratori, l’accesso alla giustizia per chi subisce danni derivanti dall’uso dell’intelligenza artificiale, la responsabilità civile e penale e persino l’utilizzo delle tecnologie biometriche nelle attività di polizia, introducendo limiti, controlli e garanzie che impediscono derive di sorveglianza indiscriminata.
Anche in questi ambiti emerge un filo conduttore preciso: l’innovazione deve procedere insieme alla tutela dei diritti fondamentali.
Per il sindacato questa è la vera questione.
Non siamo contrari all’innovazione. Al contrario, crediamo che la Pubblica Amministrazione abbia bisogno di innovazione, di digitalizzazione e di nuove tecnologie. I cittadini chiedono servizi più rapidi, più semplici ed efficienti. I lavoratori chiedono strumenti migliori e organizzazioni più moderne.
Ma l’innovazione produce valore soltanto quando è governata.
La tecnologia non può diventare un fattore di esclusione, di controllo o di deresponsabilizzazione. Deve essere uno strumento capace di valorizzare il lavoro umano, liberare le energie professionali e migliorare il rapporto tra istituzioni e cittadini.
Per questo consideriamo l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel contratto collettivo e nel sistema normativo nazionale non come un punto di arrivo, ma come l’inizio di una nuova stagione.
Una stagione in cui sindacato, amministrazioni e istituzioni saranno chiamati a costruire insieme regole, competenze e garanzie adeguate alla trasformazione in corso.
La sfida non è scegliere tra uomo e macchina.
La sfida è fare in modo che la macchina resti sempre al servizio dell’uomo.
Ed è una sfida che riguarda tutti noi.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Massimo Battaglia
Source link





