“Scontro” generazionale a Palazzo di Città


La politica tarantina è un ambiente segnato da equilibri consolidati, dove l’esperienza tende spesso a sedimentarsi con le poltrone e dove chi arriva giovane si misura subito con una diffidenza sottile ma persistente da parte di chi, da anni, occupa le leve del governo e della rappresentanza.

Giandomenico Vitale, a “soli” 29 anni, è il consigliere comunale più giovane dell’attuale consiliatura di Taranto. Laureato in Giurisprudenza, con un master di secondo livello in diritto dell’ambiente, ha scelto di restare nella sua città dopo il rientro dagli studi universitari e di impegnarsi direttamente nelle istituzioni.

In questa intervista racconta il suo percorso, il rapporto con Taranto, l’impatto con la macchina amministrativa e le sfide che attendono la città, a partire dal coinvolgimento delle nuove generazioni.

Come sei arrivato alla politica e quale percorso ti ha portato a candidarti?
«La politica non è arrivata all’improvviso. È stata la conseguenza naturale di un percorso personale. Ho sempre avuto una forte passione per la geopolitica, il diritto internazionale e le politiche energetiche, mentre la politica locale l’ho osservata per anni da una certa distanza.

Parallelamente ho coltivato l’impegno associativo, soprattutto sui temi ambientali e sociali. Tuttavia avevo la sensazione che, per incidere davvero sui processi decisionali, fosse necessario fare un passo ulteriore e partecipare direttamente alla vita delle istituzioni.

L’idea di candidarmi alle scorse amministrative (movimento politico Unire a sostegno dell’eletto sindaco di centrosinistra Bitetti) parte da una consapevolezza: se vuoi contribuire ai processi decisionali devi assumerti la responsabilità di entrarci dentro. È una scelta che comporta esposizione, confronto e anche conflitto, ma è l’unico modo per provare a cambiare le cose dall’interno».

Che idea avevi della politica prima di entrarci e cosa hai scoperto una volta diventato consigliere comunale?
«Prima di entrare nelle istituzioni avevo una visione più semplice della politica. Pensavo che molte criticità dipendessero soprattutto dalla mancanza di volontà nel trovare soluzioni. Una volta eletto ho capito che la realtà è molto più complessa.

La macchina amministrativa è articolata e richiede competenze tecniche precise. Trasformare un’idea politica in un risultato concreto significa confrontarsi con procedure, regolamenti, pareri tecnici e vincoli normativi. È un lavoro che richiede tempo, studio e capacità di mediazione».

Essere “giovane” in una consiliatura dall’età media elevata ti ha creato qualche problema di inserimento?
« C’è una componente con molta esperienza politica alle spalle, che però spesso appartiene a una cultura amministrativa che non rappresenta pienamente né la mia né quella dei miei coetanei.

La differenza è soprattutto di approccio: la mia generazione è più pragmatica, ma anche più tecnica e teorica. Chi ha fatto politica per molti anni era abituato a una maggiore delega ai dirigenti, mentre oggi il livello di complessità delle decisioni è aumentato e richiede competenze dirette.

Per un giovane amministratore la sfida è anche quella della credibilità: quando hai 29 anni e ti confronti con persone che hanno decenni di esperienza alle spalle, devi dimostrare ogni giorno competenza e serietà. Per questo ho scelto di concentrarmi sull’approfondimento dei dossier più complessi, soprattutto in materia ambientale e infrastrutturale».

Sei presidente della commissione ambiente, che tipo di lavoro state svolgendo considerando la complessità della materia?

«Stiamo esaminando documenti molto tecnici: aggiornamenti dell’AIA, dossier sul rigassificatore, e in generale materiali molto corposi. Anche solo il numero dei documenti è enorme.

Il punto però non è solo leggerli, ma interpretarli e metterli in relazione tra loro. Quando hai competenze tecniche riesci a dialogare su un piano diverso: la politica non viene prima della competenza, viene dopo.

In realtà, soprattutto su temi come ambiente, industria e grandi opere, la conoscenza delle norme è ciò che permette di valutare davvero le scelte e le loro conseguenze».

Quando si parla di bonifiche e decarbonizzazione, molti cittadini hanno la percezione che siano processi ancora lontani. Che ne pensi?

«Bisogna essere onesti: oggi le bonifiche, così come sono concepite nei grandi numeri, sono difficilmente realizzabili senza una volontà politica nazionale molto forte.

Si parla di costi enormi, tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Sono cifre che rendono evidente la complessità del tema. Non è qualcosa che può essere affrontato solo a livello locale.

Per questo serve una volontà esplicita dello Stato. E anche in quel caso potrebbe non bastare. Nel frattempo bisogna ragionare su altro: riqualificazione degli spazi, riconversione economica e soprattutto lavoro».

Qual è il tuo giudizio sul lavoro svolto sinora dall’amministrazione comunale?  Si percepisce un po’ di delusione tra i cittadini. Le aspettative erano alte.
«Credo sia ancora presto per una valutazione definitiva. Questa amministrazione si è trovata a operare in un contesto molto complesso fin dall’inizio. Taranto arrivava da una fase difficile: commissariamento, due cadute di amministrazioni precedenti, una macchina amministrativa ferma su una gestione ordinaria senza vero indirizzo politico.

Era necessario riattivare una macchina amministrativa rimasta a lungo in gestione ordinaria, mentre sul tavolo c’erano dossier cruciali per il futuro della città.

Penso a vertenze esplose non appena il sindaco ha messo piede a Palazzo di Città: l’ex Ilva, i Giochi del Mediterraneo, i cantieri infrastrutturali, la raccolta differenziata. È come rimettere in moto un sistema rimasto fermo per anni: servono tempo, continuità e una direzione chiara. Non è una situazione semplice da risolvere in tempi brevi».

La recente classifica del Sole 24 Ore ha collocato Taranto all’ultimo posto per qualità della vita dei giovani. C’è da rimboccarsi le maniche…

«È un dato che non può essere ignorato. Va letto come un segnale forte che impone una riflessione collettiva. Da amministratore mi sento direttamente coinvolto.

Per invertire la tendenza bisogna innanzitutto creare occasioni reali di partecipazione e responsabilizzazione. I giovani devono poter contribuire alle decisioni che riguardano il loro futuro. Non basta ascoltarli, bisogna coinvolgerli concretamente.

Inoltre occorre lavorare su lavoro, cultura, innovazione, spazi di aggregazione e qualità della vita. La sfida non è soltanto trattenere i giovani che vivono qui, ma rendere Taranto una città capace di attrarre talenti e competenze. Per farlo serve una nuova classe dirigente capace di dialogare con le nuove generazioni e valorizzarne il patrimonio di idee ed energie».

Quanto pesa oggi la questione occupazionale su Taranto?

«Pesa in modo enorme. Prima ancora di parlare di industria o di grandi progetti, qui c’è un problema immediato: tante famiglie non hanno reddito sufficiente, molte persone sono in difficoltà.

Riceviamo quotidianamente segnalazioni, richieste di aiuto, persone che non sanno come andare avanti. È una situazione che colpisce profondamente anche sul piano umano.

Per questo dico che la priorità assoluta è creare lavoro. Non si può pensare di risolvere tutto con gli ammortizzatori sociali: non è una soluzione strutturale.

Io auspico che la Regione, insieme al Comune e agli altri enti, si assuma la responsabilità di costruire un vero piano di rilancio socioeconomico per Taranto. Non è più rimandabile».

Il 2027 viene indicato come anno chiave per vedere i risultati dei grandi investimenti sul territorio. È davvero così?
«Non credo ci sia un singolo anno decisivo. Parlerei piuttosto di un orizzonte più ampio, almeno fino al 2030.

Entro quella data la città cambierà volto, indipendentemente da chi governa oggi o governerà domani, perché siamo dentro un percorso già avviato da anni. Noi siamo un segmento di questo processo evolutivo.

Ci sono opere fondamentali da completare: la BRT, la riqualificazione di Piazza Castello, i progetti finanziati con fondi JTF e altri interventi strategici. Ma soprattutto c’è un tema centrale: la vertenza ex Ilva e il destino occupazionale di migliaia di lavoratori.

Serve anche uno sviluppo universitario vero e un investimento serio sulla transizione ecologica ed energetica. Solo così si può immaginare una città capace di trattenere competenze e offrire opportunità».


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