l’intervista a Doroteja e Branislav, i ragazzi che lottano contro la Serbia di Vucic in esilio in Croazia


Bruxelles – Ci sono posti nel mondo in cui si è costretti a crescere più velocemente, in cui le libertà che da queste parti diamo per scontate sono merce rara. E la Serbia del presidente Aleksandar Vučic – al potere dal maggio del 2017 – sta diventando sempre di più uno di questi.

Doroteja Antic e Branislav Djordjevic sono due giovani ragazzi serbi: lei si è da poco laureata in Comunicazione e lavora in un’agenzia di pubbliche relazioni; lui è uno studente di Scienze Politiche. Soprattutto, Doroteja e Branislav sono due attivisti impegnati nella lotta al regime autoritario di Vučic. A seguito delle elezioni parlamentari del 2023 – che definiscono “rubate” – hanno partecipato alla fondazione del movimento giovanile Studenti contro il regime autoritario (STAV) e insieme a migliaia di loro compagni hanno riempito le piazze e i cortili delle università del Paese per protestare contro la corruzione e la deriva antidemocratica del governo di Belgrado. Fino a quando, nel marzo del 2025, la polizia serba ha emesso contro di loro un mandato di arresto per aver tentato di “rovesciare violentemente l’ordine costituzionale della Serbia”. Un’accusa strumentale che li ha costretti a fuggire in esilio a Zagabria, dove hanno trovato rifugio grazie ad una norma del diritto UE recepita dalla Croazia che garantisce protezione ai difensori dei diritti umani.

Doroteja ha 24 anni e Branislav li compirà a breve. Chi scrive queste righe ha la loro stessa età. Eppure – fin dalle prime battute del colloquio con Eunews – la sensazione è stata quella di trovarsi davanti a due persone che hanno già vissuto molte più vite di quanto la loro età suggerisca. Lo si intuisce dal coraggio e dalla coscienza civile che emanano le parole con cui hanno raccontato la loro storia.

Eunews: Come avete iniziato a fare attivismo in Serbia?

Branislav Djordjevic: “Abbastanza presto. Ricordo la mia prima protesta nel 2018, ma di solito stavo nelle retrovie. Nel 2023, durante le elezioni parlamentari in Serbia, che sono state rubate, c’è stata una protesta a Belgrado e per la prima volta sono arrivato in prima fila. È lì che abbiamo deciso – con alcuni amici tra cui Doroteja – che avremmo dovuto creare un movimento per essere più organizzati. Così è nato STAV”.

Doroteja Antic: “Io ero già attiva nell’ambito dei diritti umani e dal 2019 collaboravo con alcune ONG. Quando alcune persone che conoscevo mi hanno proposto di entrare in STAV ero molto motivata perché pensavo che fosse qualcosa che avrebbe potuto portare piccoli cambiamenti a livello locale. Ma poi si è rivelato qualcosa di più grande: inizialmente ci siamo fatti conoscere nel solo contesto di Novi Sad – la città dove siamo cresciuti – ma molto velocemente il movimento si è espanso. Con l’inizio delle grandi proteste antigovernative alla fine del 2024, ci siamo allargati a tutta la Serbia”.

E: L’evento che ha fatto esplodere la protesta studentesca in tutto il Paese è stato l’incidente di Novi Sad: il 1° novembre 2024 crollò una pensilina della stazione ferroviaria e morirono 16 persone. Perché quell’episodio ha avuto un effetto così potente?

B.D.: “Perché era un simbolo della corruzione politico-economica del regime. C’erano già stati incidenti di questo tipo in passato: ad esempio, una decina di anni fa un elicottero dell’esercito per il soccorso medico cadde perché il Ministro della Salute voleva fare delle foto. Ma erano vicende che la popolazione non poteva ‘toccare con mano’. Il crollo della pensilina è stato diverso, perché tutti in città usavano quella stazione ferroviaria. Era stata ristrutturata e inaugurata due volte da Vučic e ad un certo punto le autorità l’avevano definita persino ‘la stazione ferroviaria più sicura d’Europa’. Dopo il crollo, nessuno dal governo si è assunto la responsabilità. Prima hanno detto che era stato rinnovata tutta la struttura ad eccezione della pensilina, ma i documenti hanno dimostrato che anche questa era stata ristrutturata ma in modo sbagliato. Quindi hanno promesso che qualcuno avrebbe pagato per l’errore commesso, ma subito dopo hanno cercato di sviare: hanno iniziato a dire che il crollo era stato causato da un attacco terroristico, che c’erano dietro i movimenti studenteschi e così via. Insomma, nel giro di due o tre giorni, la versione è cambiata cinque volte e sono state dette bugie su bugie. È stata davvero la goccia che ha fatto traboccare il vaso.”

Doroteja Antic

E: Ben presto la polizia ha iniziato a reprimere con violenza le proteste, causando centinaia di feriti. Avete mai vissuto episodi di questo tipo? Che tipo di violenza avete visto o subito?

B.D.: “All’inizio era una violenza localizzata: attacchi mediatici, aggressioni a singole persone da parte di gruppi di picchiatori. Non era ancora una repressione statale vera e propria. Poi tutto è cambiato intorno al marzo dello scorso anno, dopo la più grande protesta nella storia della Serbia organizzata a Belgrado il 15 marzo. Entrarono in azione i teppisti del Caciland (il nome dispregiativo dato all’accampamento che i sostenitori di Vučic allestirono nel Parco dei Pionieri a Belgrado per opporsi alle manifestazioni studentesche, ndr) e la repressione della polizia iniziò a farsi sempre più violenta mese dopo mese.”

D.A.: “Quanto alle nostre esperienze personali, abbiamo subito vari tipi di repressione. Branislav è stato preso in custodia un paio di volte per essere interrogato, e lo stesso è accaduto a me e ad un nostro amico quando siamo stati catturati dai servizi di intelligence mentre rientravamo dal lavoro. Altri compagni sono stati picchiati dalla polizia durante le proteste. Ormai si tratta della normalità, ed è questo l’aspetto più assurdo.”

E: È proprio nel marzo del 2025 – all’apice del movimento di protesta – che il regime ha avviato la persecuzione giudiziaria nei vostri confronti. Come è andata?

D.A.: “La sera del 12 marzo, io, Branislav e altri 12 membri di STAV ci siamo incontrati nella sede di Novi Sad del Movimento dei Cittadini Liberi, un partito locale composto principalmente da attivisti, non politici di carriera. Abbiamo discusso di come avremmo voluto organizzare la grande manifestazione del 15 marzo e successivamente abbiamo deciso che il giorno dopo cinque di noi sarebbero andati a Dubrovnik (in Croazia, ndr) per partecipare al panel di un festival dedicato alle proteste studentesche in Serbia. Quello che non sapevamo era che i servizi segreti stavano registrando tutto il nostro incontro. Così la sera del 13 marzo – mentre ci trovavamo già a Dubrovnik – cinque diverse reti televisive nazionali hanno trasmesso la riunione. Il giorno dopo, gli altri sei compagni rimasti in Serbia sono stati arrestati e hanno passato due mesi e mezzo in custodia cautelare in carcere e altri cinque mesi agli arresti domiciliari. Quanto a noi, i nostri legali ci hanno consigliato di non tornare indietro perché saremmo stati arrestati. Ed effettivamente nel giro di un paio di giorni è stato emesso un mandato d’arresto nazionale”.

E: Di cosa vi hanno accusato formalmente?

D.A. “Tentativo di rovesciare violentemente l’ordine costituzionale della Serbia. La Corte ha chiesto una condanna a cinque anni di prigione, la pena massima per questo tipo di reato: credo che non si vedesse una cosa del genere dai tempi di Josip Broz Tito….”

E: Dal 13 marzo 2025, dunque, è iniziato quello che di fatto è il vostro esilio in Croazia. Come siete inquadrati giuridicamente?

D.A.: “Sì, dopo sei giorni a Dubrovnik, ci siamo spostati a Zagabria: per la nostra famiglia e gli avvocati è più comodo raggiungerci qui e le opportunità lavorative sono maggiori. Giuridicamente siamo sotto un regime di protezione umanitaria, in base a una normativa dell’Unione europea riservata ai casi specifici di cittadini extra-UE che entrano in Croazia e possono restare più a lungo dei 90 giorni previsti dalla normativa europea a causa di circostanze eccezionali che impediscono loro di tornare nel proprio Paese. Il nostro permesso dovrebbe scadere a ottobre, ma siamo intenzionati a rinnovarlo perchè il nostro caso non è ancora stato chiuso”.

E: In questo momento vi trovate a Vienna per ragioni lavorative. Quindi godete di piena libertà di movimento?

B.D.: “Possiamo viaggiare in tutta l’area Schengen, ma ci è consigliato di non lasciarla. Inoltre, ci sono alcuni Paesi dell’Unione europea in cui saremmo a rischio, poiché i loro governi hanno legami con Vučic: è stato il caso dell’Ungheria di Viktor Orban ed è tuttora il caso della Slovacchia di Robert Fico”.

D.A.: “Lo stesso vale per i Paesi dei Balcani Occidentali che non fanno parte dell’Unione europea, come il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina. In questo caso, il problema non è tanto la vicinanza a Vučic ma il fatto che si tratta di Stati extra-UE. Il nostro è un permesso di soggiorno in un Paese dell’Unione, dunque siamo più sicuri se restiamo all’interno dei suoi confini”.

Branislav Djordjevic

E: La vostra storia mostra che in Serbia il potere giudiziario non svolge più una sua funzione naturale, quella di vigilare e limitare gli eccessi dell’esecutivo. La recente riforma della giustizia promossa dal regime peggiorerà ulteriormente le cose?

B.D.: “Lo ha già fatto. Una delle conseguenze principali della riforma è quella di aver rafforzato il controllo dei vertici delle Procure sui singoli procedimenti. Lo vediamo nei casi che riguardano attivisti, studenti e persino vicende di corruzione. Questo aumenta la possibilità di pressioni politiche. Di recente, il governo ha apportato modifiche alla riforma, ma si tratta di cambiamenti di facciata che non risolvono davvero i problemi: è un po’ come truccare un uomo morto. Speriamo che la pressione internazionale – in particolare quella della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa che dovrebbe fornire a breve un parere sul testo – costringa le autorità a ritirare queste norme”.

E: Guardando alla situazione attuale in Serbia, pensate che le proteste di questi due anni abbiano portato a qualche cambiamento in positivo?

D.A.: “Assolutamente sì. Il cambiamento più importante riguarda la rinnovata speranza per un futuro migliore, un sentimento che ora coinvolge tutta la popolazione serba. Le proteste di questi anni non si sono concentrate soltanto nelle grandi città – come Belgrado, Novi Sad o Niš – bensì sono arrivate sino ai più piccoli villaggi. Ci sono stati casi di paesini con 300 residenti dove la metà di loro è scesa in strada a protestare: qualcosa di completamente inimmaginabile fino a due anni fa. Tutto questo è stato possibile grazie a una vera e propria campagna porta a porta condotta dagli studenti: hanno camminato attraverso tutta la Serbia, scegliendo appositamente i percorsi più difficili per passare attraverso i villaggi più piccoli e far vedere alla gente che i giovani stanno cercando di lottare per un futuro migliore”.

B.D: “Tutto questo è dimostrato dai risultati dalle elezioni locali dell’ultimo anno. Villaggi piccolissimi che per 30 hanno hanno sempre votato SNS (il Partito Progressista Serbo, la forza politica guidata da Vučic, ndr) e in cui ora il 60 per cento della popolazione sceglie le forze di opposizione. Parliamo di luoghi in cui spesso non c’è elettricità e la rete televisiva non funziona. Eppure – anche senza informazione indipendente – hanno iniziato ad opporsi allo status quo”.

E: Il prossimo anno si svolgeranno le elezioni presidenziali. Pensate che questo nuovo clima si tradurrà in una sconfitta di Vučic e nell’inizio di una nuova era per la Serbia?

B.D. “La chiave perché questo accada è che i partiti di opposizione tradizionali rinuncino a presentarsi alle urne per sostenere la lista guidata dal movimento studentesco. Abbiamo già un elenco di forze politiche che hanno compiuto questa scelta”.

Doroteja Antic

E: La Serbia è da tempo candidata ad entrare nell’Unione europea, ma la sua svolta antidemocratica ha fortemente rallentato il processo. Eppure, due settimane fa, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, si è mostrato ottimista parlando di un “calendario concreto” di riforme che Vučić gli ha presentato per riallineare Belgrado ai valori dell’UE. Pensate che ci sia da fidarsi?

D.A.: “Assolutamente no. Vučić è un bugiardo patologico, quasi diabolico. Vedi quella persona ogni giorno su non so quanti media e cambia narrativa costantemente. Quando si reca ad incontri con esponenti dell’UE mente su quello che sta facendo per allinearsi agli standard europei. Lo dimostra il fatto che abbiamo già un sacco di leggi che l’UE ci ha chiesto di introdurre nel nostro ordinamento, ma il governo semplicemente non le segue. Non sta avvenendo nessun progresso e penso che non siamo mai stati più lontani dall’entrare nell’Unione.

E: Quindi cosa dovrebbe fare l’UE? Sospendere il percorso di adesione?

B.D.: “Bruxelles dovrebbe essere più radicale, congelando tutti i fondi europei garantiti a Belgrado e bloccando i colloqui di adesione finchè non verranno rispettati i diritti umani fondamentali. Solo per fare un esempio: nella vicenda del crollo della pensilina a Novi Sad, c’è stato un uso improprio dei fondi UE ma si è comunque deciso di lasciare correre…”

D.A: “Mi spezza il cuore dirlo, perché penso che il percorso europeo sia quello giusto. Ma davvero le violazioni sono troppo gravi e bloccare il processo è l’unica cosa sensata da fare”.

E: Vi saluto con una domanda personale. Cosa vi manca di più della Serbia?

D.A.: “Mi mancano la famiglia e gli amici, anche se è positivo che possano venire in Croazia senza avere problemi alla frontiera. Certo, sarebbe meglio poter andare noi a trovarli, non solo aspettare che trovino il tempo per venire qui”.

B.D.: “Ciò che mi manca di più sono le persone. Non solo i parenti e gli amici, ma anche tutti i serbi che continuano a lottare e a soffrire a causa del regime, ma che non vogliono arrendersi perché credono che un domani migliore arriverà”.


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 Giorgio Dell’Omodarme

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