Il futuro della pastorizia estensiva è stato al centro della giornata internazionale “Transhumance and Pastoralism: Biocultural Heritage and Ecosystemic Services”, ospitata dall’Università degli Studi del Molise nell’ambito dell’International Year of Rangelands and Pastoralists 2026.
L’incontro, organizzato dall’Università degli Studi del Molise e dal Centro di ricerca BioCult – Patrimonio BioCulturale e Sviluppo Locale, con il patrocinio dell’Accademia dei Georgofili, ha riunito studiosi, rappresentanti istituzionali, operatori del settore e pastori. Al centro del confronto il rapporto tra transumanza, patrimonio bioculturale, servizi ecosistemici, politiche di sviluppo rurale e prospettive delle aree interne.
Tra gli interventi istituzionali, Sandra Scarlatelli, in rappresentanza della Regione Molise, ha espresso il sostegno della struttura regionale e dell’Assessorato alle Politiche agricole al percorso di collaborazione avviato tra ricerca, istituzioni e mondo pastorale.
La soprintendente Francesca Riccio ha invece richiamato il lavoro svolto per tutelare la rete tratturale molisana rispetto a trasformazioni, aggressioni e utilizzi impropri dei terreni sottoposti a vincolo. Un intervento che ha riportato l’attenzione sulla dimensione materiale della transumanza, intesa non soltanto come pratica culturale, ma anche come sistema territoriale composto da percorsi che devono essere preservati e mantenuti funzionali.
Anche Andrea Bassini, direttore tecnico dell’Associazione Italiana Allevatori, impossibilitato a partecipare per un concomitante impegno istituzionale, ha trasmesso un messaggio di sostegno. Bassini ha evidenziato il valore della pastorizia come presidio dei territori e ha richiamato il contributo dell’allevamento estensivo alla tutela della biodiversità, delle razze autoctone e delle produzioni di qualità.
Il confronto scientifico ha evidenziato la necessità di affrontare il pastoralismo attraverso un approccio multidisciplinare, capace di unire antropologia, ecologia, zootecnia, economia agraria, politiche pubbliche, conservazione della biodiversità e analisi territoriale.
Uno degli argomenti centrali è stato il riconoscimento dei servizi ecosistemici forniti dalla pastorizia. Il pascolamento e la presenza costante degli allevatori contribuiscono al mantenimento degli habitat aperti, alla fertilità dei suoli, al controllo della biomassa, alla mitigazione del rischio di incendi e alla cura di sentieri e punti d’acqua.
Durante la tavola rotonda, moderata da Fabio Pilla e alla quale hanno partecipato Nunzio Marcelli, presidente della Rete APPIA per la Pastorizia, Francesca Cesaretti e Mario Borraro, gli operatori hanno portato all’attenzione dei presenti le difficoltà concrete del comparto.
Tra le questioni affrontate, l’efficacia limitata delle compensazioni, le quote pascoli, l’accesso alle terre comuni, il rapporto con le aree protette, la fauna selvatica e i grandi predatori, la distribuzione dei finanziamenti per lo sviluppo rurale e il peso crescente della burocrazia. Dal dibattito è emersa la richiesta di introdurre forme adeguate di riconoscimento, anche economico, per la funzione di custodia del paesaggio svolta quotidianamente dai pastori.
Michele Nori, Policy Officer della Commissione europea – Direzione generale Agricoltura e sviluppo rurale, ha approfondito il tema dei finanziamenti e degli strumenti attraverso i quali le politiche agricole europee possono sostenere, oppure ostacolare, la continuità dei sistemi pastorali.
Ampio spazio è stato dedicato alla rappresentazione sociale del mestiere di pastore e alle conseguenze che questa immagine può produrre sulle scelte delle giovani generazioni. Nel corso dell’incontro si è discusso delle scuole di pastorizia, dei nuovi operatori, dei pastori e delle pastore di ritorno e della trasmissione intergenerazionale dei saperi.
Greta Semplici ha approfondito i percorsi dei giovani che scelgono la pastorizia come forma di lavoro e di vita, con particolare attenzione al contesto appenninico. Anna Pia Urbano ha invece affrontato il tema dei laboratori territoriali e della partecipazione delle comunità alla valorizzazione dei patrimoni bioculturali lungo i tratturi.
Dal confronto è emerso che la sostenibilità del pastoralismo non può essere considerata soltanto dal punto di vista ambientale. Occorre garantire reddito, formazione, servizi, accesso alle risorse, riconoscimento sociale e condizioni di vita dignitose a chi decide di restare o tornare nei territori più fragili.
La dimensione socioculturale della pastorizia è stata approfondita da Letizia Bindi, coordinatrice del convegno insieme al gruppo di ricerca composto da Barbara Mercurio, Jacopo Trivisonno e Michela Buonvino.
Uno dei passaggi più significativi ha riguardato la funzione dei tratturi. Questi percorsi non sono stati descritti soltanto come testimonianze storiche o itinerari culturali, ma come vere e proprie infrastrutture vive, necessarie per garantire mobilità, accesso, scambio e connessione tra i territori.
Celebrare un tratturo come patrimonio, è stato evidenziato, non è sufficiente se lungo il percorso mancano acqua, aree di sosta, condizioni di sicurezza e possibilità effettive di transito per animali e pastori. Senza tali condizioni la rete tratturale rischia di perdere la propria funzione economica, ecologica e sociale, riducendosi a una semplice immagine del passato.
La giornata si è conclusa con la proiezione di “Civiltà transumanti” di Anna Kauber, opera dedicata alla transumanza come pratica viva nella quale si intrecciano lavoro, mobilità, rapporto con gli animali, conoscenze e appartenenza ai territori.
Il programma è proseguito con una visita all’azienda di Carmela Colavecchio, Mario Borraro e Pietro Borraro, in contrada Selva a Castropignano. L’incontro sul campo ha consentito di osservare direttamente l’allevamento al pascolo, la gestione aziendale e la lavorazione casearia tradizionale, mettendo in relazione le riflessioni scientifiche con l’esperienza quotidiana degli operatori.
Dal Molise è emersa, dunque, una prospettiva condivisa: sostenere la pastorizia significa costruire una strategia complessiva per le aree interne e per i territori colpiti dallo spopolamento. Una strategia fondata non soltanto sul riconoscimento simbolico della transumanza, ma su diritti, servizi, tutela delle risorse e condizioni materiali capaci di assicurare un futuro a chi vive e lavora nelle zone rurali.
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