Bruxelles – Bilancio pluriennale, il percorso di approvazione inizia a preoccupare i leader dell’UE. Le divergenze tra Paesi membri e tra istituzioni comunitarie sulla proposta di budget settennale (MFF 2028-2034) sono ancora tali da suscitare le inquietudini attorno al tavolo dei capi di Stato e di governo degli Statie membri, chiamati a discutere di ammontare totale di risorse e come distribuirle. Un percorso non semplice che rischia di complicarsi con le scadenze elettorali all’orizzonte, motivo che produce certamente ansie in Gitanas Nauseda, presidente della Lituania: “Il prossimo anno sono previste diverse elezioni, e questo rischia di complicare il dibattito sul bilancio“, confida pubblicamente al suo arrivo a Bruxelles per prendere parte al vertice del Consiglio europeo.
Il nuovo bilancio comune decorre dall’1 gennaio 2028, e prima di quella data occorre trovare l’accordo politico inter-istituzionale complessivo. Si vorrebbe provare a chiudere tutto entro la fine del 2026, e in tal senso il compito di spingere sull’acceleratore è affidato a Cipro e Irlanda, le presidente di turno rispettivamente attuali e in arrivo (dall’1 luglio). Se non fosse possibile trovare una quadra entro il 31 dicembre di quest’anno “siamo pronti ad accettare la sfida per la nostra presidenza”, sottolinea Nauseda, riferendosi che dall’1 gennaio 2027 sarà proprio la Lituania la presidenza di turno del Consiglio dell’UE responsabile della gestione dei file legislativi.
Le elezioni UE del 2027
Il motivo per cui Nauseda – ma probabilmente non solo lui – guarda al calendario è legato agli appuntamenti politico-elettorali dell’Unione europea, e le conseguenze annesse. Il 2027 elettorale si apre con le presidenziali tedesche (30 gennaio), che possono dare una prima indicazione su dove sta andando il Paese. Il 7 marzo si vota per il rinnovo del parlamento dell’Estonia, che dovrà nominare nuovi primo ministro e governo. Ad aprile è la volta delle presidenziali francesi: Emmanuel Macron non può ripresentarsi, e bisognerà capire quale forza politica guiderà il Paese e, di conseguenza, negozierà l’MFF. Una vittoria dell’estrema destra euro-scettica potrebbe mettere tutto in salita. Ma il 18 aprile si voterà anche in Finlandia per il rinnovo del Parlamento, e conseguente rinnovo del governo. Anche la repubblica scandinava, dunque, avrà un momento di stop elettorale.
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Se le elezioni del primo semestre del prossimo anno possono rappresentare un ostacolo, altri voti si aggiungono alla lista, tra cui quello spagnolo. Le elezioni politiche si terranno in una data ancora da stabilire, ma certamente non si andrà oltre il 22 agosto del 2027. Poi si aggiungono le politiche di Slovacchia (entro il 28 settembre), Polonia (entro l’11 novembre) e Italia (al più tardi il 30 dicembre), per il rinnovo dei Parlamenti e la formazione dei nuovi governi nazionali.
Un accordo lontano
Il corso del semestre di presidenza lituano, insomma, è costellato di appuntamenti che rischiano di impattare sul cammino del progetto di bilancio pluriennale, se non si trova una quadra nel mentre. Quadra che appare lontana, a giudicare dalla parole del primo ministro Pedro Sanchez: “Siamo molto distanti da un accordo, per una mancanza di ambizione”, scandisce al suo arrivo a Bruxlles. “La proposta della presidenza cipriota è più che insufficiente di quella della Commissione con cui non siamo affatto d’accordo”. Per Madrid quella sul tavolo “non è una proposta ambiziosa per quanto riguarda la competitività”, nelle sue dimensioni di “formazione, educazione, innovazione, impulso digitale, transizione ecologica”. In tutte queste aree “parliamo di politiche per cui i presupposti sono più che insufficienti”.
Il vertice del Consiglio europeo di oggi (18 giugno) non sarà il punto di svolta. Sanchez vuole evitare di alimentare aspettative: “Siamo molto distanti da un accordo“. Per quello servirà tempo. “Oggi iniziamo il dibattito con dei numeri e speriamo di poter raggiungere un accordo prima della fine dell’anno. In ogni caso, come governo spagnolo mostriamo scetticismo perché le distanze sono davvero considerevoli e c’è molto lavoro da compiere”.
Le posizioni di partenza però sono davvero tali da non lasciare spazio all’immaginazione di scenari di intese. Se la Spagna critica per l’assenza di risorse, l’Austria vuole ancora più tagli. “Così come l’aumento proposto dalla Commissione era troppo alto, la riduzione del Consiglio è troppo bassa”, lamenta il cancelliere austriaco, Christian Stocker. “Il 2 per cento in meno semplcemente non è sufficiente, il volume di questo quadro finanziario pluriennale dovrà ridursi significativamente“. Anche “secondo la Finlandia il livello è ancora troppo alto“, taglia corto il primo ministro finlandese, Petteri Orpo, pronto a sostenere riduzioni di bilancio e deciso a indirizzare le risorse che resteranno per “il sostegno alle regioni settentrionali scarsamente popolate e la nostra posizione unica di paese confinante con la Russia”.
I Paesi cosiddetti ‘frugali’ (Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Svezia, Germania), quelli che vogliono mettere il meno possibile nelle casse dell’Unione europea, trovano nella premier danese, Mette Fredriksen, colei destinata a produrre la frattura con una buona parte dell’Unione europea, rappresentata da quei Paesi – Italia inclusa- che nelle politiche di coesione e nel sostegno all’agricoltura hanno il proprio ‘credo’: “Dobbiamo investire di più nella difesa, nella tecnologia, nell’energia, ma non nei vecchi regimi agricoli e in alcuni dei vecchi sistemi, che tradizionalmente hanno occupato gran parte del bilancio”, scandisce la capo del governo di Danimarca, che ribadisce: “Il bilancio UE è troppo elevato”. Diametralmente opposta la visione del primo ministro di Lussemburgo, Luc Frieden: “Dobbiamo avere più denaro per raggiungere i nostri nuovi obiettivi, che sono competitività, ricerca, sicurezza, difesa.”
Posizioni lontane, troppo lontane. Tanto che il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, rinvia tutto almeno al 31 dicembre: “Dovremo discuterne intensamente nel corso dell’anno“. Perché un accordo sia possibile, però, per Berlino deve essere soddisfatta la condizione per cui “non può esserci nuovo debito europeo, il bilancio deve essere in pareggio”.
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Emanuele Bonini
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