Un padre non si trova


“La verità o è situata e incarnata oppure non è”, scriveva Beppe Sebaste nel suo Libro dei maestri. Porte senza porta rewind (Sossella, 2010), ricordato a pochi giorni dalla scomparsa qui da Gino Ruozzi. Niente di più vero se pensiamo all’idea di paternità. Abbiamo (o siamo) padri, ma la verità è incarnata in una persona, non in una “concezione”, è una soggettività corporea. C’è chi ha (avuto) l’opportunità di vivere con il padre e chi soltanto con la sua idea, con la sua presenza virtuale. Come dice il piccolo Andrev “I padri sono come il brutto tempo e i dolori della crescita. Non si sceglie quando cominciano o finiscono: i padri arrivano e basta, allora ti tocca stringere i denti. Dopotutto prima o poi passano sempre”, lui che, crescendo, di padri ne ha avuti sette, ma che solo alla fine conoscerà quello vero. Stiamo parlando del libro di Andrev Walden, Maledetti uomini (tr. it. Laura Cangemi, Iperborea 2026), un romanzo di formazione, che, con non poco humor, ci aiuta a mettere a fuoco il concetto “aleatorio” di paternità.

Il punto è proprio questo: il padre esiste, ma può non esserci. Esiste ontologicamente, ma non necessariamente come fenomenologia. Ora proveremo a spiegarlo, ma prima è bene avere contezza di un dato decisivo: la certezza genetica della paternità noi la abbiamo solo a partire dagli anni Ottanta. Come dire, solo dalla settimana scorsa… E questo può aiutarci a capire quanto evanescente, in assenza di oggettività, abbia potuto essere la paternità nella storia remota e recente. È ciò che lo storico americano Augustine Sedgewick ci mostra con il suo Paternità. Una storia di amore e potere (tr. it. Sara Reggiani, il Saggiatore 2026) ricostruendo antropologicamente la nozione di paternità così come si è andata configurando dalle origini della specie umana. Una nozione che ciclicamente è stata messa in discussione per essere rilanciata in nuovi contesti storici, nei quali “essere padre” ha significato molte cose diverse.

Dalle civiltà dell’Età del bronzo con una dura divisione dei ruoli di genere, alla paternità come principio che giustifica e stabilizza le gerarchie di Aristotele, a Sant’Agostino che nelle Confessioni ricorda con affetto e orgoglio il figlio morto: «Di mio in quel ragazzo non avevo che il peccato», e afferma che tutto il resto è di Dio, che è genitore, insegnante, maestro, origine di ogni bene, tutti i ruoli che Aristotele aveva riservato ai padri. Fino al potere assoluto sulla vita (e la morte) dei membri della casa del pater familias dell’antica Roma, alla famiglia patriarcale moderna con un «padre padrone» come cardine. Attraverso figure-pilota come Enrico VIII, Thomas Jefferson, Charles Darwin, Sigmund Freud, Bob Dylan, Sedgewick analizza le diverse declinazioni della paternità, come strumento per legittimare un potere politico, come “Patria”, come funzione biologica carica di responsabilità, come simbolo da detronizzare. 

Fino agli scossoni degli anni Sessanta-Settanta, con l’impeto culturale della poeta Adrienne Rich, autrice di Nato di donna. La maternità come esperienza e istituzione, che nel 1976 scriveva: «Per la prima volta nella storia si sta diffondendo la consapevolezza che il sistema patriarcale non può rispondere di se stesso, che non è inevitabile, che è transitorio e che il dominio globale interculturale sulle donne da parte degli uomini non può più essere negato o difeso.» E con il Secondo sesso di Simone De Beauvoir che scardina l’impalcatura secolare e mette a disposizione “l’essere padri” nella dimensione soggettiva, quella divenuta oggi cruciale.

Va da sé che ciascuno di noi, leggendo queste pagine, è costretto ad interagire con la propria “interiorità paterna”, con l’esperienza che la vita gli ha concesso, ma questo è altro, è una dimensione intima che talvolta può rispecchiarsi in una determinata casistica che, comunque, nulla ha a che vedere con la generalità. Ciò che qui ci interessa è il dato culturale, la variante storica che oggi ha come tratto distintivo il suo costante essere in fieri (e la questione si merita ben di più delle sociologiette su padri-padrini-paparini…). Per dirla con Recalcati, che della “paternità nell’epoca ipermoderna” si è occupato a fondo negli ultimi tempi: “Il padre non coincide con lo spermatozoo: c’è padre solo dove c’è la trasmissione di un’eredità capace di umanizzare la Legge, c’è padre solo dove c’è testimonianza che la vita può essere desiderata sino alla sua fine, c’è padre solo quando si offre al figlio una versione singolare della forza del desiderio, c’è padre, come afferma Lacan, quando la Legge sa incarnarsi nel desiderio” (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternià nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore, 2017, p.XI).

Quanti padri “letterari”: da Camillo Sbarbaro

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso, egualmente t’amerei.

a Pierluigi Cappello

la speranza è nel gesto, papà,
senza radice e puro
dalla tua mano alla mia
dalla mia mano alla tua
lo splendore di un frutto maturo.

C’è un libro che sembra essere una sorta di “apoteosi della paternità”, è la storia di Auguste Renoir che Jean Renoir dedicò al padre, Renoir, mio padre (Adelphi, 2015). Due personalità grandissime, un grande regista parla del padre grande pittore, legate dall’intimità del legame “genetico”, un confronto infinito dell’uno con l’altro, di una sensibilità sofisticata che viene da un’altra sensibilità sofisticata. Una lettura assolutamente coinvolgente, una sorta di concerto umanissimo tra creature-creatori che del legame padre-figlio hanno come celebrato l’intensità. E Renoir figlio dice: «Potrei scrivere dieci, cento libri sul mistero Renoir e non riuscirei a venirne a capo». Uno straordinario panorama alchemico sul rapporto tra un figlio straordinario e un padre straordinario, nel quale emerge il potere della sapienza. Come osserva Jean Renoir: “Se ammettiamo che esista un assoluto che ingloba in sé tutto ciò che esiste, dobbiamo credere allora che il requisito fondamentale di questa entità sia l’equilibrio. C’è un equilibrio tra la rotazione di un satellite intorno a un pianeta sconosciuto e il sospiro amoroso di una fanciulla, fra l’olocausto dei mattatoi e alcune note di Mozart, fra la migrazione delle cicogne e un’operazione di matematica pura, fra la fissione dell’atomo e l’estasi di San Francesco d’Assisi. Alcuni grandi uomini hanno sfiorato questo stato di equilibrio fra la materia e lo spirito e si sono avvicinati al punto in cui l’approfondita conoscenza della materia consente di sfuggire alla materia stessa. Anche se non del tutto, perché usciremmo dall’umano. Ripeteremmo l’avventura di Lucifero” (p.231). Ecco, l’equilibrio, del padre e del figlio. 

Sedgewick un giorno dice a suo figlio ancora piccolo di stare scrivendo un libro sulla paternità e lui gli chiede: “Cos’è la paternità?” E racconta, in chiusura del suo saggio, di avergli risposto: “Ricordi quella sera di inizio primavera, mentre camminavamo per andare a cena con tua madre, e ti ho chiesto cosa credevi che un padre dovesse essere? Stavo ripensando a tutti i padri di questo libro, a come le loro storie avessero in qualche modo plasmato la nostra, senza per forza definirla. Senza un attimo di esitazione, mentre attraversavamo la strada, mi hai detto che un padre avrebbe dovuto essere divertente e bravo ad abbracciare. Il mio primo pensiero è stato che stessi parlando di tua madre, e solo più tardi, solo di recente, mentre lavoravo a questa storia, ho capito che esiste un’altra possibilità, ovvero che semplicemente non avevo mai imparato a pensare a me stesso come divertente e bravo ad abbracciare, a pensare in quei termini alla mia capacità di prendermi cura di te.” (pp.285-286)

Come si diceva La verità o è situata e incarnata oppure non è.


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 Anita Romanello

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