Le carote passano da 28 centesimi al chilo pagati ai produttori a 1,46 euro al dettaglio, l’uva da 58 centesimi a 2,99 euro. Cia denuncia il divario tra i prezzi agricoli e quelli al consumo e scende in piazza a Roma contro il caro-costi
Un chilo di carote viene pagato all’agricoltore 28 centesimi, ma quando arriva sul banco del supermercato costa 1,46 euro. Quasi cinque volte tanto. Per l’uva da tavola la distanza è altrettanto impressionante: 58 centesimi al produttore, 2,99 euro al consumatore. E mentre i prezzi sugli scaffali continuano a salire, quelli riconosciuti a chi coltiva la terra diminuiscono, in alcuni casi fino a non coprire neppure i costi di produzione. È il paradosso che attraversa la filiera agroalimentare italiana e che ha portato il 13 ottobre gli agricoltori in piazza davanti a Montecitorio, a Roma, per la mobilitazione nazionale organizzata da Cia-Agricoltori Italiani. Lo slogan è semplice: «I conti non tornano». E a guardare le cifre, il divario tra chi produce e chi compra è difficile da ignorare.
Dalle carote all’uva, quanto aumentano i prezzi dal campo alla tavola
I numeri raccolti da Cia fotografano una forbice che, soprattutto per frutta e verdura, raggiunge dimensioni considerevoli. A settembre le carote sono passate da 0,28 euro al chilo all’origine a 1,46 euro al dettaglio, con una differenza del 421%. L’uva da tavola è salita da 0,58 a 2,99 euro (+416%), mentre le melanzane, acquistate dai commercianti a 62 centesimi al chilo, sono arrivate nei negozi a 2,75 euro (+344%). Per le pesche il prezzo è passato da 0,74 a 2,88 euro (+290%), per i peperoni da 0,92 a 3,15 euro (+242%). Differenze significative anche per le pere Abate, da 1,18 a 3,22 euro (+173%), le zucchine, da 1,05 a 2,82 euro (+168%), e la lattuga romana, da 1,68 a 3,48 euro (+107%).
Naturalmente, la differenza tra il prezzo agricolo e quello finale non coincide con il guadagno dei supermercati. Nel percorso dal campo alla tavola incidono trasporto, selezione, confezionamento, conservazione, distribuzione, scarti e imposte. Ma è proprio la dimensione di questo divario, secondo Cia, a rendere necessario un maggiore controllo sulla formazione dei prezzi lungo la filiera e sulla distribuzione del valore tra i diversi operatori.
L’inflazione torna al 4,2%, ma i produttori incassano meno
Il quadro diventa ancora più contraddittorio se si osserva l’andamento generale dei prezzi. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2% su base annua, il livello più alto degli ultimi tre anni, accelerando rispetto al 3,3% di agosto. Gli alimentari non lavorati sono aumentati del 5,5% rispetto a settembre 2025, mentre per l’insieme dei prodotti alimentari il rincaro è stato dell’1,8%.
Nello stesso periodo, secondo le rilevazioni diffuse dall’organizzazione agricola, i prezzi riconosciuti ai produttori hanno subito pesanti flessioni: meno 50% per l’olio extravergine d’oliva, meno 30% per le susine, meno 25% per albicocche e uva da tavola, meno 24% per il latte spot, meno 22% per pesche e pere, meno 15% per le mele e meno 5% per il pollo. Percentuali che descrivono mercati e prodotti differenti, ma che, nel loro insieme, mostrano le difficoltà di reddito denunciate dal settore.
«Siamo dentro una tempesta perfetta, colpiti dagli effetti delle guerre e del cambiamento climatico», denuncia il presidente di Cia, Cristiano Fini. «Gli agricoltori stanno lavorando con prezzi che in molti casi non coprono neppure i costi di produzione, mentre nelle famiglie il carrello della spesa pesa sempre di più. Questo non è più sostenibile».
Gasolio agricolo fino a 1,70 euro al litro, fertilizzanti sempre più cari
A comprimere ulteriormente i margini delle aziende agricole è il costo necessario per produrre. Secondo i dati diffusi da Cia, ad agosto 2026 i carburanti agricoli risultavano aumentati del 40% rispetto all’estate precedente e i fertilizzanti del 12%. Guardando più indietro, al 2021, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, lo shock appare ancora più evidente: il gasolio agricolo, che allora costava tra 48 e 70 centesimi al litro, viene oggi indicato tra 1,50 e 1,70 euro. Per concimi e fertilizzanti, a seconda delle tipologie, gli aumenti accumulati nello stesso periodo oscillano tra il 40 e il 100%.
Il risultato è una doppia pressione. Le imprese agricole devono spendere di più per coltivare, irrigare, raccogliere e trasportare i prodotti, ma spesso non riescono a recuperare questi maggiori costi attraverso i prezzi di vendita. Le famiglie, dall’altra parte, pagano di più per fare la spesa e devono contemporaneamente affrontare i rincari energetici e dei carburanti. Una situazione che, secondo Cia, accomuna produttori e consumatori, pur con conseguenze economiche differenti.
La protesta a Montecitorio e le richieste al governo
Per portare questa situazione all’attenzione del Parlamento, Cia ha organizzato cinque giornate di presidio davanti a Montecitorio, il 13, 14, 20, 21 e 22 ottobre, con agricoltori provenienti da tutta Italia. Al centro della mobilitazione c’è la richiesta di riequilibrare i rapporti economici lungo la filiera agroalimentare, rafforzando le organizzazioni dei produttori, migliorando il monitoraggio dei prezzi e contrastando le pratiche commerciali sleali. L’associazione chiede inoltre misure per valorizzare il Made in Italy e le filiere corte, in modo da ridurre i passaggi commerciali dove possibile.
Sul versante dei costi, le richieste al governo riguardano il rifinanziamento del credito d’imposta sul gasolio agricolo, fermo a maggio, la possibilità di utilizzare le risorse già stanziate per i fertilizzanti anche per fronteggiare altri rincari produttivi e nuovi finanziamenti per Agricoltura 4.0, destinati a sostenere gli investimenti tecnologici delle imprese.
«Agricoltori e cittadini sono sulla stessa barca», osserva Fini. «Da una parte ci sono imprese che non riescono più a sostenere i costi produttivi e dall’altra famiglie che vedono eroso il loro potere d’acquisto». Per questo, aggiunge, serve un’alleanza capace di difendere il reddito agricolo e il diritto a un’alimentazione accessibile.
La questione, però, va oltre il prezzo di un chilo di carote o di una cassetta d’uva. Perché se produrre cibo diventa economicamente insostenibile, il rischio denunciato dagli agricoltori non è soltanto la chiusura delle aziende, ma anche l’abbandono delle campagne e l’indebolimento della produzione nazionale. Ed è questo il messaggio che Cia vuole portare davanti al Parlamento: «Non chiediamo privilegi: chiediamo che i conti tornino, per chi produce e per chi consuma».
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