A cento anni dalla nascita di Nicola Matteucci, un convegno a Bologna ne ripercorre il pensiero liberale, dal costituzionalismo alla lezione di Tocqueville. Prima parte
Francesco M. Civili, Professore di Filosofia presso lo Studio teologico del Seminario Patriarcale di Venezia
Daniil Bersenev, Dottore magistrale in Scienze filosofiche
Desideriamo esprimere i nostri più sentiti ringraziamenti a Giovanni Giorgini, Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, per la sua disponibilità e i suoi suggerimenti di correzione che sono stati essenziali per la stesura di questo articolo.
Il 20 maggio 2026, presso la Sala dello Stabat Mater della Biblioteca Archiginnasio di Bologna, si è tenuto un convegno in occasione dei cento anni dalla nascita di Nicola Matteucci (e vent’anni dalla morte), al fine di tenere viva la memoria di uno dei più grandi accademici italiani della seconda metà del Novecento, nonché fondatore della prestigiosa casa editrice Il Mulino e dell’Istituto Carlo Cattaneo. Durante questo incontro, sono intervenuti accademici come Saffo Testoni Binetti, Tiziano Bonazzi, Costanza Margiotta Broglio, Donatella Campus, Carlo Galli, Giovanni Giorgini, Maurizio Griffo, Vincenzo Olita, Lorenzo Ornaghi, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino, Roberto Pertici, Paolo Pombeni, Gaetano Quagliariello, Francesca Russo e Pierangelo Schiera.
Nato a Bologna il 10 gennaio 1926, Matteucci dimostra sin da subito il suo spirito liberale e democratico: laureatosi in Giurisprudenza presso l’università della sua città natale nel 1948, con una tesi su Il diritto nella “Filosofia dello spirito” di Benedetto Croce, consegue anche la laurea in Filosofia presso il medesimo ateneo nel 1950, con una tesi su Antonio Gramsci e la filosofia della prassi. Entrambe le dissertazioni vengono scritte sotto la supervisione di Felice Battaglia e quella su Gramsci, pubblicata in libro,[1] costa a Matteucci la diseredazione da parte di un suo zio, dato che il padre, Lionello, era stato ucciso da un partigiano comunista di Massa Lombarda nel maggio 1945 semplicemente perché ricco possidente terriero (non fascista). Dopo la laurea, vince una borsa di studio presso l’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli, fondato da Benedetto Croce e, ai tempi, diretto da Federico Chabod. Già in quell’occasione, Matteucci ha un forte dissenso teorico con Croce stesso, perché, pur essendo un liberale dichiarato, si propone di indagare il rapporto tra Georg W. F. Hegel e Karl Marx, ma, alla fine, per pressione del filosofo abruzzese, è costretto a scrivere una monografia sul giornalista ginevrino Jacques Mallet-du Pan, che sarà pubblicata nel 1957. Se da Croce Matteucci apprende l’idea del liberalismo come filosofia morale,[2] sulla linea di Battaglia egli rigetta le conclusioni del neoidealismo italiano, assimilando invece l’idea della filosofia della pratica e delle origini storico-materiali (non spirituali!) delle organizzazioni sociali.
Il figlio di Nicola, Simone Matteucci, che ha aperto la conferenza, ricorda il padre con grande affetto, introducendo uno scorcio familiare: egli era una buona forchetta e gli piaceva parlare di cibi e pietanze; era un uomo meticoloso ed estremamente preciso: per lui, era fondamentale il rigore scientifico e la logica e non accettava il “pressapochismo”, le scorciatoie e le approssimazioni, perché le questioni andavano affrontate in profondità, mai in maniera superficiale. Quando non lavorava in università, Matteucci passava le sue giornate nel suo studio, tant’è che i figli credevano che fosse completamente disinteressato alla vita familiare: in realtà, egli si curava della famiglia, facendosi raccontare tutto dalla moglie e tenendo vicino alla porta del suo studio il telefono di casa, alle cui chiamate rispondeva quasi sempre lui. Simone Matteucci non nasconde che suo padre era di carattere un po’ severo, ma era anche molto dolce e pacato: per lui, era sempre fondamentale il confronto, anche con persone che la pensavano diversamente da lui e lo stesso fece con i figli, quando questi cominciarono a interessarsi di politica. Il confronto delle idee era una vera e propria filosofia di vita per Matteucci e seppe trasmetterlo bene anche ai figli. Dall’altro lato, Nicola teneva sempre dentro di sé le proprie preoccupazioni e i propri dolori: il figlio Simone ricorda come lui non venne mai a sapere da suo padre dell’omicidio del nonno Lionello, ma ne venne informato da un conoscente, estraneo alla famiglia.
Dopo l’intervento di Simone Matteucci, è ufficialmente iniziata la giornata di approfondimento: a seguire, cercheremo di fare una “panoramica” del pensiero di Nicola Matteucci attraverso gli argomenti affrontati nel corso del convegno.
Storicismo ed empirismo. Come già anticipato, Matteucci proviene da una formazione storicistica e i suoi primi lavori sono di carattere prevalentemente storico: su di essi si sono soffermati Saffo Testoni Binetti e Maurizio Griffo nelle loro relazioni. Il politologo bolognese, però, non è ostile al metodo empirista e ciò è evidente attraverso due iniziative da lui sostenute: la prima, testimoniata da Donatella Campus, è quella di aver promosso attraverso Il Mulino la traduzione di opere delle scienze sociali di matrice anglosassone, che ai tempi erano praticamente sconosciute in Italia;[3] la seconda, invece, è quella di aver fondato e presieduto l’Istituto Carlo Cattaneo (oggi Fondazione),[4] che promuove la ricerca scientifica di stampo empiristico. Questa unità di storicismo ed empirismo nel pensiero di Matteucci si osserva anche nei consigli che lui dava agli allievi: come racconta Costanza Margiotta Broglio, è stato Matteucci, attraverso i suoi consigli, a organizzare il suo piano di studi quando lei studiava Filosofia a Bologna, soprattutto per quanto riguardava i corsi di Storia delle dottrine politiche, Filosofia del diritto, Diritto costituzionale, Storia delle istituzioni politiche e Metodologia giuridica. Margiotta Broglio capì solo più avanti che quello che Matteucci voleva dirle è che queste cinque discipline vanno studiate assieme e non separatamente, perché intersecano il metodo storico (Storia delle dottrine politiche e Storia delle istituzioni politiche), quello teoretico (Filosofia del diritto e Metodologia giuridica) e quello empiristico (Diritto costituzionale e Storia delle istituzioni politiche) portando a comprendere la concretizzazione storico-materiale delle dottrine politiche nei vari ordinamenti giuridici.
Il confronto, la via verso la libertà. Da buon liberale, Matteucci afferma la necessità del confronto: non c’è democrazia né libertà senza il confronto e, per questo, egli dialoga con tutti, soprattutto con pensatori non-liberali. Il suo autore di riferimento è Alexis de Tocqueville, che Matteucci stesso definisce un “liberale di nuova specie”, poiché si distingue dai liberali francesi della sua epoca: se i suoi contemporanei sono più preoccupati dell’ascesa dei movimenti democratici, Tocqueville rimane fedele a un metodo storico e afferma l’essenzialità della libertà. Ciò che a Matteucci affascina di Tocqueville è la sua profezia sulla tirannide che può nascere in seno alle democrazie liberali:[5] non si tratta di un dispotismo autoritario, bensì di un dispotismo che si sviluppa attraverso il piacere dei singoli e il conformismo delle masse, come anche John Stuart Mill osserva in On Liberty.[6] Per quanto riguarda l’Italia, Matteucci vede questo pericolo soprattutto nello statalismo, che si maschera dietro lo Stato assistenziale, ma un po’ alla volta schiaccia le libertà dell’individuo, persuadendo i cittadini italiani ad accettare la nuova prigionia. Inoltre, Matteucci vede una responsabilità di questo conformismo anche nella cultura dei partiti e nella partitocrazia italiana, in quanto inadeguate ad affrontare i problemi della sua epoca e promotrici dell’ideologia, che impartisce all’individuo un certo determinismo storico, quasi escatologico, convincendolo di essere parte di un disegno provvidenziale secolarizzato. Matteucci è persino critico verso l’antifascismo: ai giovani che lavorano nel Mulino viene subito insegnato a non fare dell’antifascismo una “religione civile”; per il politologo bolognese, il Fascismo è morto definitivamente il 25 aprile 1945: quello che è sopravvissuto è il “post-fascismo”, caratterizzato da un sentimento nostalgico verso il Ventennio, ma che non ha nulla a che fare con la spinta rivoluzionaria che ha caratterizzato il Fascismo di Benito Mussolini. Agli autoritarismi, alle ideologie e al conformismo democratico, Matteucci contrappone il pluralismo delle idee, la libertà in proprio e la responsabilità: come sottolinea Carlo Galli, quella di Matteucci è una “filosofia della pratica”, ossia una filosofia che si fa prassi. Questa prassi è una promessa, un impegno, un’attività concreta (emerge qui, tra le righe, l’insegnamento di Antonio Gramsci) dell’uomo che, attraverso la combinazione di scienze empiriche, storia e filosofia, cerca di ambire all’indipendenza. Non si tratta di un katechon che frena i mali della società, come in Carl Schmitt, perché Matteucci vuole proprio vincere e tale vittoria si concretizza quando si è in grado di esprimere la propria libertà di coscienza. Per raggiungere questo obiettivo, come spiega Giovanni Giorgini, Matteucci promuove l’educazione liberale,[7] ossia una formazione basata sul confronto, linfa vitale della democrazia e della libertà, che non è il confronto solo con autori liberali, ma soprattutto con quelli non-liberali come Karl Marx, Carl Schmitt, Hannah Arendt, Max Horkheimer, Theodor Adorno – anche se lui considera questi ultimi due dei “liberali” perché seguono la critica marxiana, ma difendono l’individualità attraverso gli studi di psicanalisi e combattono contro la subalternità della cultura alla politica, che è tipica delle ideologie. Il confronto, sostiene Matteucci, è tipico del pensiero liberale e, come racconta Giovanni Giorgini, le recenti indagini sulla biblioteca privata di John Locke hanno evidenziato come essa sia piena di libri di viaggi: all’empirista inglese interessava il confronto con le altre culture, per cui Matteucci ha ragione nell’affermare che il confronto è l’essenza del liberalismo. Siamo debitori a Matteucci anche della riscoperta in Italia di autori non-lib/erali, come ad esempio Carl Schmitt: è stato, infatti, Il Mulino a curare la celebre raccolta dei saggi del giurista tedesco, tradotti da Gianfranco Miglio e da Pierangelo Schiera (Docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna e Direttore dell’Istituto storico italo-germanico di Trento, che collaborò per molto tempo con Matteucci) e pubblicati con il titolo Le categorie del “politico”.[8] Per Matteucci è fondamentale il confronto con i “classici” affinché si raggiunga la libertà di coscienza, poiché i classici sono testi che stimolano la riflessione su temi fondamentali dell’uomo come la morale, la politica, la giustizia etc., ma non deve essere una ricerca “archeologica”: gli autori classici, infatti, vanno trattati come autori “vivi”, chiedendosi come apparirebbe il presente ai loro occhi. L’instancabile impegno di Matteucci a tutelare la libera coscienza dell’individuo rimane attuale: Matteucci, infatti, guarda anche con sospetto l’evoluzione della tecnologia senza parametri morali e giuridici e intravede il rischio di una sopraffazione della macchina sull’umano. Se fosse vivo oggi, si sarebbe senza dubbio interrogato sui rischi dell’AI e delle dottrine transumaniste, trovando anche nella Magnifica Humanitas di Leone XIV un eccellente interlocutore.
[1] Cfr. N. Matteucci, Antonio Gramsci e la filosofia della prassi, Giuffrè, Milano 1951.
[2] Anche se Matteucci diverge per certi aspetti da Croce: se questi mette al centro la religione della libertà, per il politologo bolognese la libertà è morale, cioè è un principio morale che ha origine dalla coscienza dell’essere umano.
[3] Facciamo solo alcuni esempi: R. K. Merton, Teoria e struttura sociale. Vol.1: Teoria sociologica e ricerca empirica, Il Mulino, Bologna 1974; A. Giddens, Nuove regole del metodo sociologico, Il Mulino, Bologna 1982.
[4] Sito ufficiale: https://www.cattaneo.org/
[5] Cfr. A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR Rizzoli, Milano 2018, pp. 732-733.
[6] Cfr. N. Matteucci, Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Il Mulino, Bologna 1998, pp. 111-115.
[7] Un’idea che sviluppa leggendo autori come Isaiah Berlin e Leo Strauss.
[8] Cfr. C. Schmitt, Le categorie del “politico”. Saggi di teoria politica, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1972.
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