A meno di 60 giorni dalla scadenza della legge delega che chiedeva il riordino del comparto giochi, il governo è di fronte a un bivio: completare la riforma e procedere con i bandi o gestire le (enormi) conseguenze.
Quantificare i danni. E’ ciò che sta facendo, in queste ore, il Ministero dell’Economia, rispetto al riordino del gioco terrestre previsto dalla Legge di delega fiscale, nel caso in cui non dovesse completarsi l’iter di riforma avviato dall’Esecutivo ormai diversi anni fa e ora a rischio cancellazione, dopo che sembrava essere superato anche l’ultimo ostacolo, con l’approdo della bozza di decreto legislativo arrivato nel cassetto del Consiglio dei Ministri, ma mai formalmente discusso all’interno dell’organismo. Il tema, invece, è stato discusso eccome in Parlamento – come abbiamo riportato nei giorni scorsi – in occasione di una serie di mozioni presentate dall’opposizione in materia di giochi, che avevano riportato il tema del riordino in prima pagina, infiammando il dibattito, alla luce del presunto dietro-front eseguito da Palazzo Chigi sulla riforma. Suscitando preoccupazione da tutte le parti. Sì, perché oltre all’industria del gioco pubblico e agli addetti ai lavori, che attendono il riordino per scongiurare la crisi del comparto terrestre e procedere con le procedure di gara per il rinnovo delle concessioni di bingo, apparecchi e scommesse ormai oggetto di proroghe annali, ad avere necessità di un’armonizzazione delle regole sono anche i legislatori regionali, dopo che la stratificazione normativa che è finita col creare problemi un po’ a tutti. E nonostante le rassicurazioni fornite dal sottosegretario all’economia di turno, Lucia Albano, sulla volontà di portare a termine la riforma nei tempi prestabiliti, sta di fatto che mancano ormai un paio di mesi al termine di validità della Legge delega, ovvero della finestra normativa che consente l’esecuzione della riforma stessa. Con le opposizioni che scommettono già sul rinvio, che però in questo caso vorrebbe dire la fine. E, forse, non solo della riforma. Anche per questo il governo, dovendo prendere una decisione definitiva, vuole vederci chiaro e a chiesto al Mef di stimare i costi di un mancato riordino, o per meglio dire i danni. Sì, perché nelle stime realizzate dal Ministero con il supporto dell’Agenzia delle dogane e dei Monopoli, riportate in un documento interno del Mef, emergerebbe, in primis, una perdita stimata attorno ai 4-5 miliardi di euro, dovuta al mancato rinnovo delle concessioni di gioco fisico. E anche se la soluzione ritenuta inevitabile sia quella di procedere con ulteriori proroghe delle concessioni vigenti, la realtà è che allo stato attuale non risulta automatico neppure questo passaggio. non solo perché il rischio di una procedura di infrazione da parte dell’Europa sarebbe praticamente certa: ma anche e soprattutto perché nel frattempo ci sono state pronunce, del Tar prima e del Consiglio di Stato poi, che hanno costretto a rimodulare le quote delle proroghe richieste per le concessioni del bingo, e questo farebbe pensare a una stessa sorte anche per le concessioni di apparecchi e scommesse terrestri, tenendo conto anche dello stato di declino che sta vivendo il gioco terrestre (altro lativi per cui occorre – urge – una revisione generale del sistema). A complicare ulteriormente le cose, poi, c’è il fatto che il mancato riordino vorrebbe dire anche una mancata sterilizzazione delle norme locali emanate in questi anni dalle Regioni, le quali tornerebbero quindi a fare il loro corso, continuando così a minare il campo del gioco retail. Cambiando ulteriormente lo scenario e ovviamente in negativo.
La realtà, pertanto, è che nonostante lo stop al riordino sia ormai dato per acquisito, ad oggi non esiste alcun “piano b” da parte del legislatore, in quanto non era mai stata prevista una strada diversa rispetto al percorso di riforma. E per tutte queste ragioni il Mef avrebbe deciso di fare i conti sui possibili scenari proprio per mettere tutto sul piatto della bilancia e prendere una soluzione definitiva.
I possibili scenari alternativi
Per quanto riguarda le possibili soluzioni alla complessa vicenda, quindi rispetto a quel “piano b” ancora tutto da scrivere, ci sarebbero in realtà altre possibilità: in primis, anche qui, va detto che la stessa legge delega potrebbe subire un ulteriore slittamento con la scadenza che potrebbe facilmente essere prorogata, per esempio a fine anno. Ma non sfugge a nessuno che si sta entrando proprio ora nell’ultimo anno di legislatura (la quale, addirittura, potrebbe terminare anche in primavera con elezioni anticipate, come si inizia a sentire ora negli ambienti ministeriali) ed è quindi impensabile vedere attuare nuove iniziative legislative in questa fase. Soprattutto quelle “impopolari” come appare la riforma del gioco. Oltre al fatto che un’approvazione oltre giugno del decreto del riordino comporterebbe comunque la necessità di una proroga delle concessioni vigenti non essendoci tempi tecnici per bandire le prossime gare: anche se questo sarebbe soltanto un dettaglio rispetto a tutto il resto. Un’altra ipotesi, tuttavia, potrebbe essere quella di procedere comunque con le gare per il rinnovo delle concessioni, assecondando l’Europa e dimenticando il riordino, procedendo alle condizioni vigenti. Ma questo potrebbe rivelarsi una sorta di suicidio per lo Stato, visto che ogni singolo diritto messo a bando andrebbe ricalcolato al ribasso, anche estremo, tenendo conto dell’impossibilità di aprire i punti vendita per i quali ci si aggiudicherebbe il titolo concessorio, proprio per via delle leggi regionali. E a quel punto il danno economico sarebbe ancora maggiore, tenendo anche conto del fatto che ogni punto vendita di gioco legale perso potrebbe essere rimpiazzato da un’offerta di gioco illecito. Per tutte queste ragioni, dunque, o si fa il riordino o si muore.
(Foto: Di Nicholas Gemini – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19238297)
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Alessio Crisantemi
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