Edward Weston: disegnare la fotografia


In questo articolo dedicato alla mostra “Edward Weston. La materia delle forme” che si è tenuta a Torino presso Camera Centro Italiano per la Fotografia, fino al 2 giugno, dopo una sommaria descrizione del lavoro di Weston, si proporrà al lettore di giocare con le foto dell’artista americano usando il disegno. Come fossimo in un vero e proprio laboratorio, proporrò degli esercizi da fare, mostrandone gli esempi, e spiegandone la motivazione. Perciò, mentre leggete, armatevi di qualche foglio e di uno strumento per disegnare, così da provare a capire meglio Weston e, grazie a lui, alcuni vostri processi mentali.

Un fiore, la foglia di un cavolo, un germoglio, un peperone.

Sono grigi, le ombre marcate, le luci soffuse, i punti di bianco sono circoscritti ad aree limitate. 
Uno sfondo nero.

Non è facile riconoscere i soggetti delle foto: colti da angolazioni particolari, visibili solo alcuni dettagli ravvicinati, complice il bianco e nero, sembra di vedere, per la prima volta, perfino un peperone.

Come aveva notato Rudolf Arnheim, osservare un oggetto togliendolo dal contesto ce lo fa riconoscere più velocemente, rispetto a quando lo vediamo inserito in un ambiente con altri elementi. Eppure qua succede il contrario.
L’oggetto diventa qualcosa d’altro, la nostra percezione intuisce una forma che non immediatamente attribuisce all’oggetto in questione.

La forma prende il sopravvento. E si crea un effetto di straniamento.

Nelle still-life di Weston, anzi nella sua straight photography, troviamo forme che ne suggeriscono altre, strani oggetti vegetali che sembrano colti in un momento di metamorfosi, foglie di cavolo che sembrano carapaci di un mondo fantastico, fiori e ortaggi colti in una fissità spettrale, peperoni scultorei che paiono modellati dallo scalpello di Henri Moore, una cipolla che sembra una medusa ondeggiante nel buio dei fondali, corolle che mostrano la loro simmetria, e poi carciofi minacciosi come leoni e germogli lanciati verso sinuose possibilità.

Sono visioni inedite di botaniche solite, dimostrazione che uno sguardo diverso dagli altri può generare il nuovo.

Lo stesso gioco di forme e rimandi lo troviamo anche nei ritratti e, soprattutto, nei nudi, dove i corpi hanno gli arti combinati in strane pose.

Forse è della stranezza nel rappresentare soggetti soliti come i fiori di cui Georgia O’Keeffe discuterà con Weston, quando, nel 1922, si incontrarono a New York, grazie al di lei marito, Alfred Stieglitz?

Entrambi volevano rappresentare direttamente, senza filtri, ciò che stavano osservando e volevano farlo in un modo nuovo; un modo era quello di cambiare il punto di vista, avvicinandosi al soggetto, ingrandendolo, così da creare quell’effetto straniante di cui abbiamo già parlato.
La O’Keeffe diceva che nessuno ha il tempo di guardare un fiore davvero da vicino, come a dire che tutti hanno in mente l’idea del fiore, e, in base al nome, un’idea della sua morfologia, ma non si sono mai fermati a guardarlo veramente. Meno che mai avvicinandosi tanto da poterlo vedere da molto vicino (lo facciamo quando lo annusiamo, ma, per poterci concentrare sulla percezione olfattiva, chiudiamo istintivamente gli occhi e non lo vediamo davvero).

In botanica si studia più volentieri su immagini preparate che rappresentano le caratteristiche precipue di ogni fiore o pianta, meglio di quanto non accadrebbe nella realtà. Lo studio sul campo avviene dopo, cercando di riconoscere le caratteristiche di ogni specie negli esemplari che si trovano.

Weston sembra suggerirci che di ogni oggetto che conosciamo, ci sono varie possibilità di rappresentazione, e alcuni punti di vista che possono addirittura renderlo irriconoscibile, diverso da sé, così da creare nuove categorie, nuovi oggetti, nuove visioni.

Non è un inganno percettivo, ma una moltiplicazione di possibilità.

Weston ricercava la sostanza delle cose. Il suo occhio, attraverso la fotocamera, trasformava il reale. 

Questo, a somme linee, è quello che potrei dire delle fotografie di Weston introducendo un laboratorio creativo sulle sue foto esposte a Camera. Il laboratorio si baserebbe sul disegno, l’espressione a me più congeniale. E una delle più semplici, a portata di qualsiasi persona.

Proporrei di osservare le foto di Weston, usandole come modelli. Questa osservazione genererà una immagine mentale che guiderà la mano nella creazione, la quale, genererà una forma per forza diversa da quella della foto. Questa trasformazione dimostrerà come ogni oggetto possa generare una moltitudine di possibilità di rappresentazione, fino a dissolversi nell’astrazione, quindi nella non-oggettività.

Inoltre, il disegno ci permetterà di comprendere la stranezza delle forme che vediamo nelle fotografie e le loro insolite composizioni.

Prenderei come primo esempio il “Nudo” del 1934. Le linee delle braccia e i volumi che si creano non sono facili da riprodurre, perché non sono facili da capire. Disegnandolo, credevo ci fossero due corpi intrecciati, e ho dovuto osservare e pensare un po’, prima di capire cosa fosse cosa.

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Poi lavorerei sull’altro “Nudo”, quello del 1936, forse più semplice da riprodurre. Qui mi spingerei a far semplificare le forme per capire come arrivare all’astrattismo, come sia possibile scomporre la figura in forme e linee sempre più “fredde”, come nell’astrazione dell’albero in Piet Mondrian.

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Dopo i nudi, lavorerei sugli oggetti, in particolare sulla botanica straniante che, forse, incuriosisce maggiormente lo spettatore.
Mostrerei la foto della “Foglia di cavolo” del 1931 e proverei, prima a farla ricalcare, per capire di quante linee sia composta quell’immagine e poi chiederei di provare a riprodurla osservandola, dopo aver compreso come è fatta la foglia e come si strutturino le gibbosità e le nervature.

Nessuna foglia, nemmeno quella ricalcata sarà uguale a quella della foto, e si comprenderà come ogni riproduzione errata porti con sè le molteplici possibilità della natura.

Disegnando la foglia, è probabile che per un processo di pareidolia o più semplicemente associativo, le persone ci vedano altro e la loro mente suggerisca nuove definizioni e nuovi nomi per quel disegno (ad esempio, alcuni potrebbero vederci una montagna, altri la gonna di una danzatrice).

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A questo punto saremmo pronti per giocare con lo straniamento e vedere l’effetto che fa. Prenderei uno dei famosi peperoni fotografati da Weston, il “Peperone n. 30” esposto in mostra. Proverei a farne disegnare la forma, riproducendo i forti chiaro-scuri. Durante il disegno, chiederei alle persone di lasciarsi andare a ciò che quel peperone suggerisce loro, oltre al suo essere peperone. A me, ad esempio, sembra una strana schiena muscolosa, come se Robert Mapplethorpe avesse fotografato il torso di un bodybuilder mutilato.
Lo scrivo, come fosse un titolo, lasciando entrare il Dadaismo. So che Weston potrebbe non essere d’accordo, ma è un modo per far capire alle persone come immagini evocative e stranianti stimolino la nostra immaginazione, suggerendo soluzioni e definizioni nuove per spiegarlo.
Questo processo immaginativo lo stimoliamo troppo poco, credendolo futile o infantile, eppure è il nostro cervello a funzionare così. In alcuni soggetti, come me, lo stimolo è più forte, e ineludibile, in altri è più debole o meno chiaro.

Il gioco tra immagine, rappresentazione e un suo possibile titolo può portare ad esiti poetici notevoli.

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Infatti, presa ormai questa strada Dadaista, per quanto Weston la rifuggisse, giocherei con la foto “Water” del 1925 che più di tutte sembra rimandare ai ready-made di Marcel Duchamp, in particolare alle fotografie dell’opera “Fontana” del 1917.
Qui, Weston vuole mostrare la sinuosità di un sanitario come fosse una statua classica, eppure sembra anche invitarci a giocare con l’immaginazione, dato il suo peculiare punto di vista che rende l’oggetto strano.

Chiederei ai partecipanti di accettare l’associazione che la loro mente suggerisce e di rappresentarne il processo di trasformazione. Per me, quel water è un elefante dal corpo piccolo, forse un esemplare nano di Sumatra, chissà. E così ne rappresenterei la metamorfosi, celebrando le potenzialità creative delle fotografie di Edward Weston, che funzionano meravigliosamente anche dopo cento anni.

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 Anita Romanello

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