In alto a destra La Escalera de la cigüeña dei Future Firm, (Stati Uniti) . photo Sara Cuerdo
Per sei giorni, dal 18 al 23 giugno, le strade di Logroño – solitamente attraversate da chi compie il cammino francese di Santiago – sono diventate luogo di apprendimento en plein air per architettura, design e sperimentazione urbana, trasformando ancora una volta la città in un laboratorio di buone pratiche su larga scala.
Giunto alla 12° edizione sotto la direzione di Javier Peña Ibáñez in collaborazione con la Fundación Cultural de los Arquitectos de La Rioja, Concéntrico, con oltre venti interventi distribuiti tra vigne, piazze, terreni incolti, strade, ponti e luoghi emblematici, ha riunito studi, ricercatori e creativi della scena internazionale per ripensare e sperimentare nuove modalità di fruizione dello spazio pubblico.
Più che una semplice sequenza di installazioni, il festival si configura infatti come un processo collettivo e partecipato che connette istituzioni, comunità e cittadini attraverso il design e l’architettura, facendo immaginare nuove modalità di fruizione e riutilizzo – non solo temporaneo – di spazi liminali, di soglia, abbandonati.
Questa edizione, inoltre, ha introdotto un cambiamento verso pratiche più giocose e performative, ponendo particolare enfasi sulle nuove esperienze sonore (con tanto di vinile dedicato, a cura dell’etichetta Sounds of Architecture Records) e sui progetti legati all’accessibilità, all’inclusione e alla trasformazione dello spazio pubblico.
Tra le novità di questa stagione c’è stata anche la prima Scuola Estiva Concéntrico, uno spazio di lavoro e apprendimento su nuovi modi di pensare e costruire lo spazio pubblico con un workshop guidato da grillovasiu, affiancato da una serie di conferenze, passeggiate e attività per indagare come piccole azioni spaziali possano modificare la percezione della città, attivare forme di incontro e instaurare nuove relazioni tra corpi, architetture e spazio pubblico.
Tre temi di ricerca
Il programma di quest’anno è stato articolato attorno a tre assi tematici.
Identità e Finzione – in cui lo spazio pubblico è inteso come spazio capace di costruire narrazioni, simboli ed esperienze condivise – che ha riunito pratiche che operano attraverso il rituale, l’onirico e lo storytelling, e che concepiscono l’architettura come strumento per immaginare altri modi di stare insieme. Piuttosto che risolvere problemi, queste proposte aprivano interrogativi.
Ecologie Urbane, che spostava il focus dalla pura questione ambientale, per intenderlo come un sistema più complesso di relazioni tra architettura, clima, materiali e paesaggio nella città contemporanea. Questa sezione ha coinvolto pratiche che, pensando all’architettura come parte di un sistema vivente, attivano lo spazio pubblico attraverso l’adattamento, la cura e la trasformazione, riutilizzano materiali provenienti dal settore energetico, sperimentano padiglioni in grado di generare microclimi, coltivano orti civici.
E Agenti Effimeri, tema che concentrava l’attenzione sull’idea che l’architettura temporanea possa essere a tutti gli effetti uno strumento utile per attivare dinamiche sociali e aprire nuove modalità di utilizzo dello spazio pubblico, attraverso l’ascolto, il gioco e il corpo. Le proposte di questa sezione hanno infatti proposto strutture leggere ispirate alle architetture informali, interventi su infrastrutture esistenti legate ai paesaggi fluviali, dispositivi aperti adattabili, spazi intimi di percezione urbana, incorporando il suono come mezzo per narrare lo spazio o introducendo il gioco come infrastruttura capace di trasformare l’ambiente.
El Pasti “Summer Shapes Memories”, di OFREIA . photo Sara Cuerdo
Un programma che attraversa l’intera città: i protagonisti
La selezione di proposte viste quest’anno, riflette “l’impegno deliberato ad ampliare i linguaggi attraverso i quali il festival interagisce con la città” (cosa buona e giusta, dopo 12 edizioni ).
Qui i nomi di tutti e venti i partecipanti, scelti su invito e su call: Smiljan Radić, Matilde Cassani, AAU Anastas, Boltshauser × Garbizu Collar, Parabase, OFREIA, BEar, CENTRAL + Maxime Delvaux, raumlabor, Sahra Hersi, Suomi-Koivisto & IC-98, Zeppelin Design, Faris Alossaimi, 2050+, Sounds of Architecture Records, Amanda Pinatih + Gabriel Fontana, Taelon7, Future Firm, DF DC, Ignacio G. Galán + Ozaeta Fidalgo Architects + Jordan Whitewood-Neal, PPAA, El Plano Latente, noof group e Tło.
Queste, invece, le installazioni che ci sono piaciute di più, in ordine sparso:
Terroir di Boltshauser × Garbizu Collar (Svizzera)
Come mettere in relazione terra, architettura e cultura del vino, portando materiali e logiche costruttive del territorio della Rioja nello spazio urbano di Logroño?
Attraverso un padiglione – che a noi è parso raffinatissimo, oltre che funzionale – costruito con terra compattata e botti riutilizzate, concepito come prototipo di un sistema di costruzione circolare a zero impatto (e scarto). Una volta completato il loro ciclo enologico infatti, le botti vengono incorporate come casseforme e supporto strutturale, mentre la terra forma pareti massicce in grado di generare inerzia termica e comfort climatico.
Terroir di Boltshauser × Garbizu Collar (Svizzera) . photo Cosema Cutillas
Inaugurazione Terroir di Boltshauser × Garbizu Collar (Svizzera) . photo Sara Cuerdo
La Escalera de la cigüeña dei Future Firm, (Stati Uniti)
Un intervento leggero e temporaneo – l’unico quest’anno ad avere vera “dignità” architettonica, almeno in termini di scala – che mirava a rendere più permeabile il rapporto tra la città e il fiume, intendendo l’architettura esistente come un supporto attivo per nuove forme di utilizzo ed esperienza urbana.
Fedeli ad un approccio che collabora con il cambiamento civico per immaginare una città diversificata e vivace, i Future Firm hanno spostato l’attenzione dalla costruzione di nuovi oggetti alla riattivazione di ciò che già c’è: il ponte, che cessa di essere semplice punto di passaggio per diventare luogo in cui sostare, osservare l’Ebro e riconnettersi con il paesaggio. E perché no, lasciare che le cicogne vi nidifichino.
La Escalera de la cigüeña dei Future Firm, (Stati Uniti) . photo Cosema Cutillas
Architecture for Ritual di Central + Maxime Delvaux (Belgio)
La bellissima Plaza del Mercado, di fronte alla Concattedrale di Santa María de la Redonda, per una settimana è stata trasformata – montagnola di sabbia inclusa – in una spiaggia aperta e ludica, mentre un’asta centrale multicolore costruita con assi di legno, permetteva di inserire piccoli foglietti con desideri o intenzioni, in attesa del momento in cui sarebbero stati bruciati: alla vigilia di San Giovanni, infatti, l’asta è diventata la base rituale per il falò.
Nata dalla collaborazione tra CENTRAL e il fotografo Maxime Delvaux, a seguito di un’indagine congiunta sull’architettura e sull’ambiente costruito, “Architecture for Ritual” interpretava lo spazio pubblico come rito e celebrazione: un’architettura effimera che non si limita a occupare la piazza, ma la attiva come luogo di incontro, gioco e memoria, delineando un dispositivo concepito come struttura architettonica e come palcoscenico per la convivialità collettiva.
Architecture for Ritual di Central + Maxime Delvaux (Belgio) . photo Cosema Cutillas
Transtation di Parabase (Svizzera)
Proprio davanti alla stazione ferroviaria e degli autobus, i Parabase hanno proposto un prototipo di infrastruttura circolare post fossile, sia materiale che energetica, che riutilizza elementi di una sottostazione elettrica obsoleta, trasformando le risorse esistenti in una nuova architettura.
E lavorando sulla biodigestione: i rifiuti organici dei passeggeri generano infatti biogas, immagazzinato nella membrana del tetto e successivamente convertito in elettricità. Il sistema convoglia inoltre le eccedenze rinnovabili verso gli ex serbatoi idrici sotto i binari, che fungono da batterie stagionali.
Transtation di Parabase (Svizzera) . photo Cosema Cutillas
Frontones Danzantes di 2050+ (Italia)
Un playground ci salverà!
Sono partiti da questo concetto, gli italiani di 2050+ guidati da Ippolito Pestellini Laparelli, proponendo nel parcheggio Revellín un’infrastruttura effimera che usava il gioco come strumento per la trasformazione urbana.
Partendo da un gesto semplice, un muro e una palla, reinterpretato attraverso tre frontoni mobili fatti con sistemi modulari a secco in legno e metallo – uno per basket, uno per calcio uno per la pelota basca – l’intervento ha trasformato uno spazio di transito in un paesaggio attivo per l’uso comunitario, dove architettura e movimento si intrecciano.
Frontones Danzantes di 2050+ (Italia) . photo Sara Cuerdo
Frontones Danzantes di 2050+ (Italia) . photo Cosema Cutillas
La Serrana de San Bernabé di Matilde Cassani Studio (Italia)
Il progetto di Matilde Cassani si collocava intorno all’Arco de San Bernabé, luogo strettamente legato alla celebrazione dell’11 giugno e alla memoria collettiva di Logroño.
Partendo da questa premessa, l’intervento ha proposto un’installazione temporanea che lavorava con la festività come mezzo per attivare lo spazio pubblico. Attraverso elementi tessili e commemorativi – rossi e neri, i colori della festa – l’arco è stato trasformato in un dispositivo effimero “danzante” in cui tradizione e uso contemporaneo si sovrapponevano, evidenziando come le celebrazioni popolari ancora oggi costruiscano e aggiornino l’identità urbana.
La Serrana de San Bernabé di Matilde Cassani Studio (Italia) . photo Cosema Cutillas
Soft Embassy di DFDC (Regno Unito)
Nella Plaza San Bartolomé, un sistema modulare di torrette – fatte di tubi innocenti e teli svolazzanti, riconfigurati quotidianamente – ha trasformato l’ambiente in uno spazio aperto, poroso e permeabile, un padiglione temporaneo concepito per attivare le cinque azioni chiave nella rivitalizzazione di una strada: produrre, incontrare, giocare, protestare e riciclare. Visto così all’inizio ci ha detto poco, lo ammettiamo, ma visto animato – ad esempio dai concerti dei ragazzi del Conservatorio di Logroño che suonavano usando anche le torrette stesse come strumenti – abbiamo cambiato idea. Semplice, ma poetico.
Soft Embassy di DFDC (Regno Unito) . photo Sara Cuerdo
Circo di Smiljan Radić (Cile)
Ok, qui il sentimento è contrastante, perché forse da un Pritzker ci aspettavamo qualcosina di più. In fondo, quello che Smiljan Radić ha portato a Concéntrico non è altro che un tendone da circo, “un circo povero” come lo ha definito lui stesso. È vero. Ma è anche vero che i circhi itineranti sono l’architettura effimera per eccellenza: sono temporanei, leggeri, pieghevoli, spostabili facilmente. Le matrici storiche delle avanguardie sceniche e dell’attivazione di spazi pubblici.
Infatti, esattamente come i circhi che si insediano brevemente nei campi e negli spazi comunitari, la struttura – realizzata con tessuti plastici industriali bianchi e rossi – è apparsa in un terreno incolto a Calle Mayor e da lì è scomparsa senza lasciare traccia, attivando un interno fragile pieno di colore che ha ospitato diversi eventi e proiezioni.
Tutto sommato, una bella lezione di umiltà.
Circo di Smiljan Radić (Cile) . photo Cosema Cutillas
Smiljan Radić e Javien Pena Ibanez . photo Sara Cuerdo
Edge Assemblies di Taelon7 (Austria)
Una struttura leggera ispirata ad architetture informali come chioschi, bancarelle e rifugi temporanei, realizzata con pannelli di compensato assemblati tramite giunzioni reversibili ad incastro.
Un piccolo dispositivo spaziale aperto, che si attivava attraverso gli usi quotidiani: incontro, lettura, riposo o attività informali. Interessante la parte di ricerca del coating cromatico: le superfici erano infatti tinte con vinaccia, un sottoprodotto dell’industria vinicola locale, stabilendo una connessione materiale con il paesaggio produttivo di La Rioja.
Edge Assemblies di Taelon7 (Austria) . photo Sara Cuerdo
Los Sábados di Tło (Polonia)
L’installazione prende il nome dai soboty, le strutture in legno che circondano le chiese rurali in Polonia per offrire riparo a coloro che arrivavano prima della messa domenicale. Un archetipo vernacolare che, a Pasaje Chimenea – una stretta stradina di Logroño, accanto all’ex fabbrica di tabacco, su cui ancora svetta la ciminiera in mattoni – è stato tradotto attraverso una sorta di tappeto volante, una tettoia sospesa realizzata con listelli di legno riciclato.
Grazie ad un disegno a scacchiera, la luce filtrava tra gli edifici disegnando un pattern di chiaroscuri e generando un ambiente raccolto, quasi interno, mentre le panchine costruite con cordoli di pietra recuperati configuravano uno spazio aperto per la sosta e l’ospitalità.
Los Sábados di Tło (Polonia) . photo Cosema Cutillas
Los Sábados di Tło (Polonia) . photo Cosema Cutillas
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