La vanità gode di una cattiva reputazione fin dalla sua origine. Etimologicamente fa rima con vacuità: rimanda a ciò che è inconsistente, effimero, destinato a svanire. Non a caso il termine deriva dalla celebre espressione biblica “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, – “vanità delle vanità, tutto è vanità” – tratta dal Qoelet. Qui la vanità non indica ancora il compiacimento per il proprio aspetto, ma l’inutilità dei piaceri terreni e la fragilità di ogni impresa umana.
Eppure la storia culturale dell’Occidente sembra aver trascorso secoli a contraddire questa sentenza. Se tutto è vanità, allora perché dedichiamo tanto tempo al corpo, agli abiti, ai profumi, ai capelli, ai denti, al rimirarci allo specchio? O ancora: spendere mezza giornata in preparativi estetici per una cerimonia appartiene alla sfera della vacuità o a quella della civiltà? Perché continuiamo a investire energie, denaro e immaginazione in qualcosa che la tradizione morale considera inconsistente?
Forse perché la vanità non riguarda soltanto l’apparenza, ma il bisogno di riconoscimento.
Il genere seicentesco della vanitas – o natura morta – aveva già intuito questa ambiguità. Teschi, fiori recisi, candele consumate e frutti destinati a marcire dovevano ricordare la caducità dell’esistenza, sebbene rappresentati con tale precisione e splendore da trasformare la condanna morale in un involontario elogio del mondo sensibile. Come ha osservato Louis Marin, nel “cogito della vanitas” la rappresentazione viene delegata alle cose dotate di un senso minore di realtà. Quando l’antifrasi si incrina, ciò che doveva denunciare l’illusione delle apparenze si converte nell’esaltazione della loro bellezza.
È da questa tensione che prende le mosse Storia della vanità di John Woodforde (Odoya, 2026; edizione originale 1992), una vasta ricognizione storica dedicata a una passione tanto universale quanto malvista. Per Woodforde, la vanità occupa una posizione ambigua tra virtù e difetto: da una parte indica la cura di sé, l’attenzione per il corpo e per l’immagine pubblica; dall’altra richiama l’ostentazione, il desiderio di attirare l’attenzione e di ricevere approvazione.
L’antonomasia per eccellenza della vanità è Narciso, che si lascia morire pur di non sottrarsi alla contemplazione del proprio riflesso. Da allora la cultura occidentale ha continuato a interrogarsi sul desiderio di piacere, e la mente corre inevitabilmente a Dorian Gray di Oscar Wilde, che sacrifica tutto pur di mantenere intatta la propria giovinezza, oppure a Sir Walter Elliot in Persuasione (1817) di Jane Austen, talmente ossessionato dal proprio aspetto da vivere circondato di specchi. Non sorprende allora che in The Lady in the Looking-Glass (1929) Virginia Woolf guardi agli specchi con sospetto, arrivando a suggerire che nessuna casa dovrebbe esserne troppo ricca.
La vanità non si limita a contemplare il corpo, cerca anche di modificarlo.
La storia della moda è una storia di corpi corretti, deformati, ampliati o compressi per adeguarsi agli ideali estetici dominanti. Negli anni Venti del Novecento il seno viene schiacciato per ottenere una silhouette androgina; oggi aumenta di volume per il bisturi della chirurgia estetica. Per secoli, in Cina, i piedi delle bambine sono stati fasciati affinché assumessero la forma del “loto d’oro”, ripiegando tutte le dita sulla pianta eccetto l’alluce, in modo da comunicare agiatezza economica – un’andatura incerta significava non dover lavorare nei campi – e sottomissione completa all’uomo per via della difficoltà di movimento, ragion per cui erano considerati erotici. La storia è punteggiata da pratiche estetiche dolorose: imbottiture, busti, spalline e rinforzi hanno modificato nel tempo la percezione di fianchi, vita e spalle sia maschili sia femminili, ma volutamente mi soffermo sui primi.
Nel Medioevo le calzebrache aderiscono al corpo al punto da evidenziare i genitali, tanto che tra Quattrocento e Cinquecento la soluzione all’imbarazzo sta nella braghetta, una sorta di sospensorio per mascherare e omologare le “forme”. Chiunque abbia visto Non ci resta che piangere (1984) ricorderà il disagio di Massimo Troisi davanti alle calzebrache medievali: un promemoria comico del fatto che la vanità maschile ha spesso riguardato anche ciò che si preferirebbe lasciare all’immaginazione. Continuando con il corpo maschile, nel XVI secolo si diffonde il peascod belly, un farsetto sagomato che produce l’effetto di un ventre prominente e appuntito, allora considerato simbolo di prosperità e autorevolezza. Perfino le scarpe maschili con tacchi elevati e tomaie rigide in pelle lucidata costruiscono un ideale corporeo artificiale, spesso a costo di notevoli sofferenze fisiche, soprattutto per chi soffre di gotta.
Se la moda modifica il corpo, i denti rappresentano il punto in cui la vanità incontra la parola, le emozioni e la vita sociale.
Le prime protesi dentarie si attestano nelle civiltà greca e fenicia, ma sono gli Etruschi a perfezionarle attraverso strutture in oro che ricordano per certi aspetti i moderni ponti dentari. Non erano protesi pensate per essere nascoste, al contrario, dovevano essere ostentate in quanto segno di ricchezza e prestigio.
Con il passare dei secoli, tuttavia, la percezione della protesi cambia radicalmente. Man mano che le tecniche si perfezionano cresce il desiderio di renderla invisibile. Non si vuole più mostrare il manufatto, ma simulare la presenza di denti naturali. La vanità non consiste più nell’esibire la ricchezza dell’intervento, bensì nel cancellarne ogni traccia.
Nel XVIII secolo le protesi dentarie assumono una funzione meno legata alla masticazione di quanto si potrebbe immaginare poiché restituiscono armonia al volto e aiutano a migliorare l’espressione verbale. Inoltre, era necessario un periodo di stallo tra l’estrazione e l’applicazione delle protesi, nonostante determinasse la recessione gengivale e un conseguente mutamento dei lineamenti del viso. Si recuperano i denti per riacquistare l’identità sociale.
Per questo persone illustri come Elisabetta I ricorrono a espedienti per restituire volume al volto, come mostrarsi in pubblico con panni inseriti nella bocca, strategia adottata anche da George Washington, noto per ricorrere a protesi dentali tanto sofisticate quanto scomode. Parallelamente prospera un inquietante mercato di denti umani provenienti da cimiteri e campi di battaglia. Solo nell’Ottocento, con l’affermarsi della porcellana e di sistemi di fissaggio più efficaci, le dentiere diventano progressivamente più funzionali e stabili.
Per molte persone non si tratta semplicemente di un miglioramento medico, vuol dire poter parlare in pubblico, sorridere e mostrarsi senza vergogna. Oggi quella stessa logica continua nelle faccette dentali e nelle tecniche che promettono sorrisi perfetti, spesso protagoniste del temuto spam telefonico. Se un tempo la protesi doveva essere esibita, oggi deve scomparire. Il paradosso è che, mentre aumentano le possibilità di personalizzazione, i sorrisi tendono a uniformarsi. Denti bianchissimi, perfettamente allineati e identici tra loro compongono un’estetica globale che potremmo definire, semplificando, hollywoodiana.
I denti influenzano anche i comportamenti. Woodforde ricorda che per lungo tempo mostrare i denti era considerato sconveniente non per ragioni morali, bensì per ragioni pratiche: una dentatura compromessa era frequente e veniva accuratamente nascosta. Con il tempo, tuttavia, la norma è sopravvissuta alle condizioni che l’hanno generata, tanto che ancora oggi ne vediamo gli strascichi nella relazione tra senso comune e riso.
Per esempio, nell’Inghilterra del Settecento la risata aperta era spesso giudicata volgare. In Polite Conversation (1738), Jonathan Swift scrive del rimprovero maschile rivolto a una donna che ride mostrando i denti. La maleducazione non risiede nel riso in sé, ma nel fatto che esso mostri ciò che la società preferisce occultare. E così, ancora una volta, una necessità materiale si trasforma in un codice morale. Quando la causa originaria svanisce, resta l’effetto di senso.
Lo stesso meccanismo sembra operare nella costellazione di complimenti e convenevoli descritta da Luigi Barzini in Gli Italiani (1964). Come le violette in primavera, scrive Barzini, gli elogi diffondono un profumo sottile e difficile da definire, ma necessario per alimentare l’autostima.
Essere giudicati giovani, piacenti, eleganti o semplicemente chiamati “dottore” da un parcheggiatore abusivo in quel di Napoli, diventa una forma quotidiana di riconoscimento simbolico. Una logica simile attraversa fenomeni contemporanei apparentemente lontani. Il successo dei profumi di nicchia, per esempio, si fonda spesso su narrazioni che associano le fragranze a seduzione, carisma e desiderabilità. Sui social media figure come Alex Perfume costruiscono racconti che genderizzano i profumi, trasformandoli in strumenti di affermazione identitaria. La vanità si manifesta in modo sinestesico: coinvolge la vista allo specchio, il gusto nel sorridere, il tatto del corpo vestito, il suono della voce, perfino l’olfatto dei profumi. Comincia quando smettiamo di guardarci e iniziamo a immaginare come ci vedono le altre persone.
In copertina, Michelangelo Merisi da Caravaggio, Narciso.
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Anita Romanello
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