Tre sbarramenti alti fra un metro e mezzo e due metri interrompono l’alto corso del Mingardo, nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Incorporano gli attraversamenti di un acquedotto. Una scheda tra le oltre 2000 contenute dalla bozza definitiva del Piano nazionale di ripristino della natura propone di eliminarli nell’ambito dell’ammodernamento della rete idrica. Prima entreranno in funzione i nuovi attraversamenti, progettati per lasciare libero il corso d’acqua, poi saranno demolite le vecchie strutture. È un intervento ben definito nelle sue fasi, sebbene la descrizione non quantifichi quanti chilometri di fiume saranno riconnessi.
La distanza tra progetto plausibile e risultato ecologico verificabile attraversa tutto il Piano. Il documento nasce soprattutto da una raccolta di misure disponibili, ma il passaggio ancora da dimostrare è: quelle misure, collocate in quei luoghi e finanziate in quel modo, sono sufficienti a soddisfare i bisogni di ripristino? Alcune schede affrontano pressioni precise e indicano come intervenire; altre raccolgono attività ordinarie o intenzioni ancora poco definite. Per giudicarne l’efficacia occorre capire quanto ripristino produrranno insieme, in quali luoghi e con quali risorse. Il materiale pubblicato lascia aperta una parte rilevante di queste domande.
Obiettivi europei e lacune nazionali
Il Piano dà attuazione al regolamento europeo sul ripristino della natura, approvato nel 2024 e conosciuto come Nature Restoration Law. Il traguardo comune è mettere in campo misure su almeno il 20% delle superfici terrestri e il 20% di quelle marine dell’Unione entro il 2030, estendendole entro il 2050 a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino. Sono obiettivi europei complessivi, da raggiungere attraverso impegni nazionali differenziati. Ripristinare significa aiutare un ecosistema degradato a recuperare biodiversità e funzionamento: consentire ai pesci di spostarsi, restituire spazio alle piene, ricostituire habitat o rendere nuovamente permeabile un suolo urbano.
Il documento italiano traduce questo mandato in capitoli dedicati agli habitat terrestri e marini, alle città, ai fiumi, agli impollinatori, all’agricoltura e alle foreste. Li precedono le parti su coordinamento, finanziamenti, benefici e monitoraggio. La bozza è stata trasmessa alla Commissione Europea il 25 settembre 2026. Il percorso europeo di valutazione e la successiva attuazione richiederanno ancora integrazioni e decisioni.
Nell’elenco allegato si contano 2.078 schede identificative di misura: interventi locali, disposizioni di tutela, programmi nazionali e attività di ricerca. Riunire attività disperse tra amministrazioni diverse può aiutare a coordinarle, ma il numero, da solo, dice poco sull’ambizione del Piano. Non corrisponde a 2.078 cantieri nuovi e neppure a 2.078 risultati ecologici già verificati.
Proprio qui emerge la debolezza principale. Il documento parte soprattutto dalle misure disponibili, mentre rimane difficile ricostruire il percorso inverso: quale degrado occorre ripristinare, in quali luoghi, e quali azioni sono sufficienti a farlo entro le scadenze? La mancanza di collegamento tra le singole misure e gli obiettivi strategici generali è evidente nella più grave delle omissioni: nel capitolo 3 sono vuoti i campi di sintesi sulle superfici terrestri e marine da interessare con misure entro il 2030. Il Piano dichiara inoltre che circa il 33% delle misure è ancora privo di una stima di spesa. Il fabbisogno finanziario conosciuto è quindi incompleto.
Anche l’elenco delle schede rende difficile verificare il raggiungimento del risultato atteso (che, come detto, è esso stesso specificato in modo incompleto). Mancano campi strutturati e compilati in modo uniforme per condizioni iniziali, superficie, obiettivo ecologico misurabile, responsabile, scadenza e gestione successiva. Alcune informazioni compaiono nelle descrizioni, altre sono richiamate altrove. Questo non dimostra che manchino nei progetti originari; significa che chi legge il materiale pubblicato non può controllare facilmente se le azioni siano sufficienti, finanziate e concentrate dove servono.
Infine, manca spesso la garanzia che gli interventi previsti siano addizionali, cioè aggiuntivi rispetto al normale svolgersi degli eventi (e dei finanziamenti). Utilizzare programmi esistenti, dal PNRR alla Politica agricola comune, è ragionevole. Il Piano dovrebbe però distinguere ciò che è stato già realizzato, ciò che resta da attuare e ciò che sarà ampliato grazie alla nuova programmazione. Altrimenti anche una semplice ricognizione amministrativa rischia di apparire come un passo avanti concreto nel ripristino (spoiler: è una azione preliminare, ma di per sé non ancora incisiva).
Quali interventi producono ripristino
Nelle foreste questa distinzione diventa particolarmente importante. La scheda nazionale sulle priorità per gli ecosistemi forestali (art. 12) comprende azioni-ombrello da svolgere su tutto il territorio nazionale, come il rilascio di legno morto, la conservazione di alberi destinati all’invecchiamento, la prevenzione degli incendi boschivi, l’eradicazione delle specie esotiche invasive, la rinaturalizzazione dei rimboschimenti e la diversificazione della struttura del bosco. Include però anche il mantenimento della gestione ordinaria del ceduo. Ora, il ceduo può essere compatibile con la conservazione e, in alcuni contesti, sostenere habitat e paesaggi di valore. Ma per attribuirgli un risultato generalizzato in termini di ripristino occorrerebbe precisare in quale situazione e sito questo miglioramento si potrebbe verificare, e con quali cambiamenti rispetto alla forma di gestione attuale: turni diversi, maggiore permanenza di alberi habitat, continuità dei microhabitat o ripristino di specie associate.
La scheda di una singola misura proposta per la Regione Lombardia mostra quanto si possa essere più precisi anche in poche righe. Prevede che nei boschi a uso commerciale siano lasciati indisturbati almeno dieci alberi habitat per ettaro e almeno 25 metri cubi per ettaro di legno morto, in piedi e a terra, costituito da fusti con diametro superiore a 30 centimetri. Queste soglie richiedono una calibrazione locale e una verifica delle condizioni iniziali, ma consentono almeno di riconoscere il risultato cercato e controllarne il raggiungimento.
In una scheda per le Marche, invece, il ripristino di determinate formazioni forestali viene affidato alla libera evoluzione. Gli eventuali interventi conservativi richiedono un progetto approvato dall’ente gestore e sono previsti controlli anche in cantiere. Le due misure illustrano scelte diverse, entrambe motivate da un obiettivo ecologico. È questa relazione che dovrebbe guidare tutto il capitolo forestale. Anche la prevenzione degli incendi, che comprende diradamenti, gestione del sottobosco e fuoco prescritto, richiede una localizzazione: vicino agli insediamenti e negli habitat più vulnerabili possono servire priorità differenti. La riduzione della vegetazione combustibile va valutata insieme alla conservazione delle strutture necessarie alla biodiversità.
In agricoltura, le otto schede del foglio dedicato agli agroecosistemi si appoggiano tutte alla PAC. Altre azioni pertinenti all’agricoltura compaiono altrove nell’elenco, perciò sarebbe inesatto dire che il Piano si esaurisca qui. Rimane però da dimostrare che il pacchetto nazionale e le adesioni degli agricoltori possano produrre il ripristino necessario. La corrispondenza tra un pagamento e una pratica potenzialmente favorevole non misura, da sola, l’aumento della biodiversità. Serve progettare misure addizionali, stabilire le priorità territoriali e quantificare i risultati attesi.
Per i fiumi spicca una cifra: 41 chilometri netti aggiuntivi a scorrimento libero entro il 2030, rispetto al 2020 e tenendo conto anche delle nuove barriere. È una previsione di ripristino della connettività, da non confondere con chilometri già rinaturalizzati. Il traguardo europeo è di almeno 25.000 chilometri; ma anche rispetto alla scala nazionale, l’ambizione appare modesta. In ogni caso, il documento non dimostra che 41 chilometri rappresentino il massimo tecnicamente realizzabile. La ricognizione delle barriere e la strategia nazionale sono ancora da completare, mentre progetti come quello del Mingardo indicano opportunità concrete.
La qualità del progetto conta anche quando l’intervento è piccolo. Nel mare di fronte a Porto Cesareo una scheda prevede cinque campi boe, accompagnati da una modifica del regolamento dell’area marina protetta per consentire la sosta soltanto agli ormeggi autorizzati. Prenotazioni digitali e dati georeferenziati sulla frequentazione dovrebbero aiutare la gestione. Il pregio sta nell’affrontare la pressione dell’ancoraggio sui fondali e i loro organismi insieme alle regole d’uso del mare. La promessa di azzerarne gli impatti resta da verificare attraverso controlli e monitoraggi biologici, ma il collegamento tra obiettivo e intervento è esplicito.
Le garanzie indebolite per le città
Nelle città, invece, la difficoltà riguarda anche le regole generali. Il riferimento europeo è l’obbligo di conservare, fino al 2030, la superficie nazionale totale di verde urbano e copertura arborea rispetto al 2024, seguita da obblighi di incremento. Per sapere se stiamo avanzando occorre prima stabilire su quale territorio misurare questi indicatori. Il capitolo 8 italiano precisa che l’uso attuale dell’intero territorio comunale serve a costruire il quadro conoscitivo e non costituisce la scelta metodologica finale. L’orientamento è passare alle porzioni effettivamente urbanizzate, ma al momento la scelta della superficie di riferimento è lasciata ai Comuni. In questo modo, un comune con colline boscate potrebbe continuare ad avere quartieri quasi privi di ombra: la media sul territorio amministrativo descrive male le condizioni di chi ci abita.
La versione attuale del Piano utilizza inoltre la possibilità di esclusione dagli obblighi di copertura verde per le zone che superano insieme il 45% di verde e il 10% di copertura arborea. La possibilità era già prevista nel regolamento del 2024, ma nella prima bozza l’Italia non intendeva avvalersene. Sul piano ecologico, superare queste soglie non assicura ancora una distribuzione adeguata del verde tra i quartieri.
Il depotenziamento della parte urbana è stato denunciato da Paolo Pileri su Altreconomia il 13 ottobre, con particolare attenzione alle misure eliminate e al ruolo delle rappresentanze di Comuni e costruttori. Il confronto fra i testi mostra un cambiamento sostanziale nel rapporto con l’urbanistica. La bozza del 15 maggio 2026 prospettava l’adeguamento degli strumenti urbanistici, salvaguardie fino al primo monitoraggio e compensazioni preventive con equivalenza ecologica. L’attuale capitolo 8 non ripropone quell’impianto con la stessa precisione e dichiara che il Piano non modifica direttamente il regime dei suoli né determina automaticamente obblighi di modifica degli strumenti vigenti. Questo lascia agli atti successivi il compito di rendere operative le scelte territoriali. Gli obblighi europei restano, ma il percorso per garantirne l’attuazione diventa meno stringente nel testo del Piano.
Le misure urbane migliori fanno vedere perché quel collegamento serva. La scheda sul Fondo per il contrasto al consumo di suolo prevede ripristino della permeabilità e della funzionalità dei suoli, vegetazione e gestione delle acque meteoriche. Richiede inoltre proprietà pubblica e una deliberazione comunale che destini definitivamente l’area a verde pubblico inedificabile. Il beneficio viene così associato a una tutela della sua permanenza.
Un’altra scheda proposta dall’ISPRA, dedicata alla gestione del verde urbano e alla protezione dei nidi, cerca di limitare abbattimenti, potature drastiche e sfalci ripariali, con particolare attenzione alla nidificazione. La formulazione è però troppo breve per informare in modo chiaro le decisioni. «Di norma vietati» e «escluse cause forza maggiore» non chiariscono come valutare un intervento necessario ma programmabile, chi debba documentarlo e quali alternative esaminare.
Misurare gli effetti e mantenerli nel tempo
Una via per migliorare il Piano è già contenuta nel capitolo sul monitoraggio. Sono previsti dati iniziali, indicatori, verifiche prima, durante e dopo gli interventi e la possibilità di correggere o sostituire le misure inefficaci. Per l’agricoltura è esplicito anche il confronto con aree di controllo. È una delle parti più promettenti, purché strumenti e risorse siano disponibili dall’inizio: senza conoscere le condizioni precedenti si rischia di perdere la possibilità di valutare ciò che verrà realizzato. Anche gli scenari climatici, richiamati nel documento, devono orientare più sistematicamente le scelte: un intervento progettato sulle sole condizioni attuali potrebbe perdere efficacia durante il ripristino.
Due schede sul Po rendono concreta questa impostazione. Una costruisce il riferimento ante operam su siti rappresentativi degli ambienti e degli interventi; l’altra studia la risposta della lanca di Gussola all’abbassamento di un pennello di navigazione. Acque, sedimenti e comunità biologiche vengono osservati anche con DNA ambientale e telerilevamento; a Gussola si misurano inoltre gli scambi di gas serra. L’obiettivo è imparare dal progetto pilota per orientare quelli successivi. La durata del monitoraggio e il confronto con siti non interessati dai lavori restano aspetti da rendere più solidi.
Le competenze e le esperienze raccolte nel Piano offrono quindi una base utile. Per trasformarla in una strategia verificabile occorre rendere pubblico, per ogni obiettivo, il collegamento tra bisogno ecologico, luoghi prioritari, azioni finanziate e ripristino atteso, prevedendo interventi aggiuntivi quando quelli programmati non bastano. E occorre assicurare la gestione dopo il cantiere, quando una parte decisiva del ripristino deve ancora avvenire. Sul Mingardo questo significa verificare che, rimossi gli sbarramenti, il fiume torni davvero a collegare gli habitat. È solo con risultati di questo tipo, mantenuti nel tempo e sommati senza duplicazioni, che si potrà giudicare davvero il Piano nazionale.
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