Troppi particolarismi, serve una regia unica: per vincere la sfida del mercato il Lazio dovrebbe fare squadra e raccontare meglio la propria diversità. È la ricetta di Stefano Matturro, produttore di cesanese a Piglio (l’azienda fondata con la moglie Gabriella Grassi è l’Avventura) e presidente del consorzio dei vignaioli del Lazio, creato da appena un anno e già desideroso di dire la sua nel panorama della viticoltura regionale. Per la precisione, il consorzio dei vignaioli del Lazio è una “azienda di aziende”, precisa Matturro, non un consorzio di tutela: trae origine dalla delegazione della Fivi del Lazio che conta già su 52 cantine (sono 1800 in tutta Italia) ma non aveva personalità giuridica.
«Avevamo necessità di unirci per motivi di opportunità operativa. A gennaio del 2025 abbiamo concluso un progetto che portava alla realizzazione di un soggetto economico con l’obiettivo di promuovere le nostre attività: ormai le cantine aderenti sono 34. Ce ne sono almeno altre 7-8 che spingono per entrare: arriveremo oltre le 40», racconta Matturro.
Si tratta di piccole e medie imprese vitivinicole che coprono tutta la filiera della produzione, dalla viticoltura alla commercializzazione. «Copriamo già 4 delle 5 province laziali (ma presto entrerà una cantina di Rieti) e ben 8 denominazioni. Rappresentiamo 27 vitigni autoctoni su 37. Produzione totale: 1,5 milioni di bottiglie. Non vogliamo più parlare di localismi, vogliamo cambiare il paradigma: non più “i vini del Lazio” ma “il Lazio dei vini”», avverte Matturro, rispondendo in qualche modo agli stimoli offerti già al Gambero Rosso da Antonio Santarelli di Casale del Giglio.
Slogan simpatico, ma che significa?
La cosa più importante che noi dobbiamo fare, in linea con lo sforzo delle istituzioni, è creare il brand regionale. Troppo spesso nel mondo del vino ragioniamo con livelli di tecnicità e di expertise troppo alti. In realtà conta l’acquirente, il mass market, non una nicchia di esperti. Se fai una domanda generale sul vino piemontese o veneto le persone dicono: “wow!”. Se dici Lazio “wow” lo dicono in pochi. Se poi parli dei vini regionali o dei vitigni perdi pezzi. Non dico che c’è ignoranza ma voglio dimostrare che vince il brand regionale.
E quindi?
Lo sforzo che dobbiamo fare è spingere il più in alto possibile il brand Lazio come regione vocata al vitivinicolo. Del resto, siamo tra le prime 5-6 regioni in termini di produzione: dobbiamo spingere per avere la giusta collocazione. Se poi cresce la percezione verranno fuori le diversità, ma come un pregio o come una caratterizzazione, non come un sistema concorrenziale che somiglia alla guerra tra poveri.
Il Sabato del Vignaiolo del 9 maggio scorso nel Parco dell’Appia Antica ha aiutato in tal senso?
La manifestazione è stata un successo, abbiamo fatto sold out a 500 ingressi, la maggior parte dei quali raggiunti già in prevendita. Abbiamo riunito 35 cantine a casa di una collega – Riserva della Cascina – e ci siamo raccontati a un pubblico divertito e interessato, non necessariamente tecnico. Come nelle altre regioni d’Italia è stata una festa-mercato: un modo per stare insieme, ma ciascuno trasferendo il proprio punto di vendita nella manifestazione.
Uno dei problemi principali del Lazio dei vini è la carenza di identità e di riconoscibilità. Cosa bisogna fare per cambiare la percezione?
In verità punterei proprio sulla diversità. Il Lazio offre una varietà di microclimi, di metodi di lavorazione e di gusti. In più conta su una superficie vulcanica molto ampia. C’è l’Etna, certo, ma non è la Sicilia, viceversa il Lazio è tutto vulcanico. Oggi poi c’è stanchezza verso l’omologazione: la varietà che offre la regione è un’opportunità per il consumatore e può diventare la nostra grande forza. Diventa dispersiva se raccontata nel particolare, diventa inclusiva se raccontata come “Lazio dei vini”.
Però i produttori del Lazio non fanno rete abbastanza, lo ha denunciato pure Antonio Santarelli di Casale del Giglio.
Sì, è vero, bisogna lavorare molto su questo. Però bisogna cambiare il paradigma: stare insieme non sinfonica omologarsi. La parola giusta è proprio fare rete. Noi vignaioli del Lazio rappresentiamo solo il 10% del settore vitivinicolo regionale: se ci sono altri gruppi con cui lavorare sarebbe bene. Vorrei che si aprisse un tavolo di cooperazione per fare rete tra le diverse associazioni senza preclusione e preconcetti. Vedo invece associazioni che si riuniscono nel nome della qualità, ma la qualità la definisce il mercato. Anche il rapporto qualità-prezzo è rilevante. La diversità del Lazio non è fatta solo dalla natura, ma dalla tipologia di aziende. Se ci sono altre associazioni che vogliono fare rete – naturali, artigianali, ecc. – noi siamo molto positivi. Se l’obiettivo è far crescere il brand regionale siamo interessati a collaborare. Dobbiamo mettere insieme le diversità per marciare verso un obiettivo comune: raccontare il Lazio.
Servirebbe una mano anche dai produttori più grandi e rappresentativi…
Anche i grandi produttori servono, se non hanno pretesa di omologarci. Vengo dal mondo dell’informatica dove le grandi aziende lavorano spesso con le piccole, mai contro. Né pensano di omologarle. Nelle gare più importanti della PA ci sono insieme aziende internazionali e srl. Non bisogna imporre: se c’è pari dignità si possono fare grandi cose.
E le istituzioni regionali come stanno lavorando?
Secondo me fanno bene, non ho nulla da dire. Se valuto quanto è per me visibile non ho visto lavoro migliore nell’ultimo decennio. L’esempio più lampante è il Vinitaly: nel padiglione del Lazio ci siamo sentiti orgogliosamente rappresentati senza tabù di alcun genere. Anche la forma è sostanza: presentarsi bene è un compito che spetta alle istituzioni. Ci stanno aiutando a varcare i confini nazionali. E cercano di esercitare una moral suasion sulla filiera della ristorazione romana. Ma qui si apre un altro capitolo.
Apriamolo allora. A Roma e nel Lazio ci sono ancora troppo poche carte dei vini regionali: tanti produttori se ne lamentano…
È una cosa assolutamente strategica: se non sei famoso a casa tua è difficile essere famoso nel mondo. Il motto “nemo propheta in patria” è sempre attuale. Anch’io ho un’esperienza nella ristorazione e vedo almeno due questioni aperte.
Cominciamo con la prima.
Roma è il mercato più concorrenziale d’Italia e il Lazio ne risente perché Roma fa tendenza su tutta la regione. Il mercato capitolino è molto appetibile: nessuno dei già grandi può mancare su Roma dunque noi produttori del territorio abbiamo una concorrenza spietata rispetto ad altri territori.

Stefano Matturro e Gabriella Grassi
E poi?
C’è la catena della distribuzione che rischia di essere il maggior protagonista del mercato. La ristorazione non è tutta uguale. Nei locali che fanno la carta dei vini in autonomia troviamo una più alta quantità dei vini del territorio. Nei locali che si affidano alla distribuzione la lista dei vini è stilata dai consulenti quindi la carta è fatta dal mercato. Lì contano la notorietà (che non è necessariamente qualità) e il prezzo di origine: spesso vincono i vini che rendono economicamente e che sono più validi per la distribuzione. Ma quanto è ampia la percentuale di ristorazione autonoma, capace di contare su un proprio magazzino e sulla liquidità necessaria per pagare? Bisogna lavorare sui questo: noi produttori del Lazio dobbiamo coinvolgere la distribuzione del mercato horeca per avere la prima pagina nelle carte dei vini.
Spesso sono stati tentati accordi con le associazioni di rappresentanza dei ristoratori…
Gli accordi con le associazioni non portano molto: non hanno il potere di imporre delle scelte perché non hanno il potere dell’economia. Succede che se i fornitori offrono una serie di servizi – come il magazzino – allora molti si affidano a loro. Se il proprietario del ristorante cura la carta dei vini lo capisci subito, così come si vede se la carta la fa un distributore.
C’è anche un problema di formazione?
Sì, c’è un problema di competenza. Però non possiamo nemmeno pretendere che per essere ristoratore devi essere un sommelier o conoscere tutti gli aspetti tecnici. E poi il racconto tecnico del vino può anche allontanare: oggi molti si allontanano perché non si sentono esperti. Distinguere tra il vino che piace e quello che non piace è sufficiente: serve convivialità, non quelle parole tecniche che capiamo in pochi. Più facile bere un cocktail perché ha un linguaggio facile: uno spritz è tale in tutto il mondo. Ecco perché nelle mie retroetichette non metto informazioni tecniche. Il vino oggi soffre anche perché non è più qualcosa di conviviale e di gioioso.
E forse pure per i prezzi?
Sì, nella ristorazione c’è anche il tema del ricarico. A parte il vino e il beverage generico, le marginalità si sono assottigliate e i ristoratori rischiano di chiudere. Ma non so se così procedendo, con l’aumento del costo delle bottiglie, la filiera reggerà.
Lei promuove il Lazio dei vini: ma quali sono i vitigni autoctoni su cui puntare?
Non voglio rispondere perché, come ho già detto, la freccia nella faretra del Lazio è proprio la diversità. Poi sarà il mercato a dire chi è il portabandiera. Ma il portabandiera fa parte della squadra, si assume le maggiori responsabilità e può essere il cavallo di troia del mercato.
Ma così non c’è proprio il rischio di disperdere l’identità?
Trovo più dispersione nei troppi consorzi del Lazio e nelle 27 doc che esprime una regione come la nostra. C’è qualcosa che non torna. Non è una critica rivolta a territori e vitigni, ma c’è un rischio di particolarismo.
Come si stanno muovendo i consorzi?
Se avessi la bacchetta magica farei un consorzio unico regionale che esalti e rispetti le denominazioni e i vitigni. Anche all’interno del mio consorzio di appartenenza ho sempre detto che una igt del cesanese sarebbe meglio proprio perché ci serve una realtà più grande per evitare la dispersione di idee, di mezzi, di risorse umane e finanziarie. Ma l’Italia dei campanili è fatta così. Sarebbe bello se ci fosse la possibilità di ridurre e unire. Alle istituzioni il compito di fare dei passi in questa direzione.
Ha un modello di riferimento?
Il modello marchigiano, per esempio, sarebbe meglio: un unico consorzio regionale che mantenga l’identità delle singole diversità, ma capace di una politica comune su tutela e promozione. Aiuterebbe tanto. Oppure dovremmo perdere a esempio il consorzio del pecorino romano che ha messo insieme Lazio Sardegna e Toscana. Il consorzio del cesanese del Piglio ha un bilancio che non arriva a 20mila euro: come può fare la tutela della denominazione e la promozione della denominazione con questi mezzi? Come faranno i produttori di Olevano che hanno appena lanciato un nuovo consorzio? Dopo l’entusiasmo iniziale poi le risorse finiscono. Lo stesso vale per tutti gli altri piccoli consorzi: è una inutile dispersione di risorse. Anche per questo sono per il Lazio dei vini: lo dice la storia, non lo dico io.
Insomma, troppi consorzi non sono una ricchezza, ma la diversità come può diventarlo?
Di recente sono stato a Houston al Taste of Italy promosso dalla camera di commercio italiana in Texas. Nel panel sulla crisi dei dazi e sul cambio degli stili di consumo molti esperti americani parlavano di innovazione. Ho chiesto: per innovazione che cosa intendete? Vini no o low alcol? O è meglio rivitalizzare il mercato con i vitigni autoctoni e rari, piuttosto che parlare sempre di pinot grigio e chardonnay? Mi hanno dato ragione: la tendenza oggi non è seguire la moda dei NoLo, ma cercare l’innovazione commerciale con prodotti nuovi a base di vitigni meno conosciuti.
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Loredana Sottile
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