Altro che tregua, c’è il rischio di un’escalation permanente



Usa-Iran, Noto (Limes): “Poco credibile un’intesa sostanziale”

Mentre Donald Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran potrebbe essere raggiunto “entro il fine settimana”, il confronto tra Washington e Teheran resta sospeso tra aperture diplomatiche e nuove tensioni militari. Da un lato la Casa Bianca parla di una possibile intesa sul nucleare e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito; dall’altro, gli ultimi giorni sono stati segnati da attacchi missilistici contro obiettivi americani nella regione e da un clima che continua a rendere fragile il cessate il fuoco.

In questo contesto si inserisce anche il primo stop politico arrivato dal Congresso: la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione per limitare la possibilità del presidente di ordinare nuovi attacchi contro l’Iran, evidenziando le prime crepe nel fronte repubblicano e alimentando il dibattito sui limiti dei poteri di guerra della Casa Bianca.

Ma quanto è credibile la prospettiva di un accordo imminente? Il voto della Camera può davvero influenzare le scelte di Trump? E quali scenari si aprirebbero in Medio Oriente se i negoziati dovessero fallire?

A fare chiarezza è Lorenzo Noto, consigliere redazionale di Limes e studioso di geopolitica del Mediterraneo, che ad Affaritaliani analizza le implicazioni politiche e strategiche della crisi: “Sul piano giuridico il voto della Camera è in larga parte simbolico, ma sul piano politico segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano e conferma che la guerra sta acquisendo un costo interno sempre meno sostenibile”.

Quale valore politico e istituzionale ha il voto della Camera che limita i poteri di Trump sull’Iran? Si tratta di un segnale simbolico o potrebbe incidere concretamente sulle decisioni della Casa Bianca?

“Sul piano giuridico il voto è in larga parte simbolico: la risoluzione deve ancora passare al Senato e Trump potrebbe comunque porre il veto. Sul piano politico, però, è tutt’altro che insignificante. Segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano, la prima concretamente tangibile dopo quattro mesi di guerra. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di partito, confermando che il conflitto sta acquisendo un costo politico interno sempre meno sostenibile in vista delle elezioni di medio termine.

La guerra era nata scavalcando non solo gli alleati ma lo stesso Congresso; il voto rappresenta quindi il primo tentativo istituzionale di riportarla dentro una cornice di responsabilità politica condivisa. Non lega le mani a Trump, ma erode il capitale politico con cui potrebbe permettersi un’escalation. E il vincolo sembra già farsi sentire: secondo funzionari statunitensi, il presidente non intende riprendere una guerra su vasta scala a meno che Teheran non provochi vittime americane. Il voto è il termometro di questa prudenza, non la sua causa, ma rende più difficile invertirla”.

Quanto è credibile l’ipotesi di un accordo tra Stati Uniti e Iran entro il fine settimana, considerando le recenti azioni militari?

“Se devo ragionare sul piano analitico, direi poco, almeno se per accordo intendiamo qualcosa di sostanziale. Innanzitutto perché Trump continua a fissare deadline che poi vengono rinviate: già a fine maggio sosteneva che l’intesa fosse quasi conclusa, salvo poi frenare.

In secondo luogo, ciò che si sta negoziando non è un vero accordo di pace, ma un’intesa preliminare che rinvierebbe le questioni più delicate, a partire dal nucleare. Il memorandum prevederebbe l’impegno iraniano a non dotarsi di armi nucleari e l’avvio di ulteriori negoziati sulle scorte di uranio arricchito e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia Trump ha chiesto maggiori garanzie e dettagli, riaprendo un ciclo negoziale che potrebbe durare ancora giorni o settimane.

Sul piano militare, inoltre, il quadro è l’opposto di un negoziato in chiusura: negli ultimi giorni si sono verificati alcuni degli episodi più gravi dall’inizio della tregua. 

È plausibile un memorandum interlocutorio che congeli i combattimenti e riapra parzialmente Hormuz; molto meno probabile un accordo capace di risolvere il nodo strategico. L’unica variabile che potrebbe accelerare davvero il processo è il timore di Trump di pagare un prezzo elettorale alle elezioni di novembre”.

La questione del nucleare resta il nodo centrale dei negoziati. Quali garanzie potrebbero essere accettabili per entrambe le parti affinché l’Iran rinunci definitivamente a sviluppare un’arma atomica?

“Il problema è che la garanzia di sicurezza che l’Iran cercava era proprio il nucleare. Chiedergli di rinunciarvi significa rinunciare a quella che considera la sua ultima assicurazione sulla vita, soprattutto dopo aver visto che un negoziato con gli Stati Uniti non garantisce protezione da possibili attacchi. È la lezione lasciata dal ritiro americano dal Jcpoa nel 2018.

Per questo un’intesa bilaterale sul modello del Jcpoa oggi difficilmente reggerebbe. Servirebbe piuttosto un grande accordo regionale costruito gradualmente, che offra garanzie di sicurezza all’Iran in cambio di un ridimensionamento dei suoi proxy e coinvolga attori chiave come la Turchia.

Un accordo da mantenere giorno per giorno, con garanti esterni come Pakistan, Cina e Russia, ma anche attori europei come Italia e Francia, oggi sostanzialmente assenti dal tavolo negoziale”.

Se l’accordo tra Stati Uniti e Iran non dovesse concretizzarsi, quali sono i rischi concreti di un’escalation militare in Medio Oriente? Quali scenari futuri dobbiamo aspettarci?

“Il rischio principale non è una guerra totale decisa a tavolino, ma un’escalation prodotta dall’accumulo di provocazioni reciproche e da una condizione pre-bellica permanente, intervallata da tregue più o meno lunghe. È lo scenario più preoccupante.

Israele potrebbe continuare a colpire, l’asse iraniano a rispondere, Teheran a denunciare violazioni della tregua e Washington a trovarsi davanti a scelte non pianificate. Sullo sfondo pesa inoltre il crescente confronto tra Israele e Turchia, che rischia di aggravare ulteriormente le dinamiche regionali.

Negli ambienti dell’intelligence occidentale c’è chi teme un susseguirsi di conflitti diffusi e permanenti, o addirittura una guerra prolungata sul modello ucraino. Per l’Europa si tratta di uno scenario tutt’altro che lontano: un Medio Oriente instabile, con gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb soggetti a chiusure intermittenti, significherebbe shock ricorrenti su energia, inflazione, migrazioni e sicurezza. Per l’Italia, fortemente dipendente da quelle rotte, il costo economico e politico sarebbe particolarmente elevato”.


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