Un gruppo di vignaioli laziali rilancia i vini del vulcano: “Non siamo contro i consorzi, ma serve un racconto nuovo”


Undici produttori provano a rimettere ordine nel racconto del vino alle porte della Capitale e danno vita al gruppo I Vignaioli del Vulcano Laziale. «Vogliamo parlare più di vulcano laziale che di Castelli Romani: i Castelli sono un perimetro più stretto, mentre vulcano e versanti aprono una lettura nuova. Includono anche aziende fuori dai Castelli, come i Chicchi di Terra, ma legate alla stessa matrice geologica», spiega Ilaria Giardini.

Il progetto “Vignaioli Vulcano Laziale” (VVL), nato dall’incontro tra Ilaria Giardini, sommelier e divulgatrice, Matteo Giansanti, e aziende locali, è stato presentato pubblicamente l’11 maggio da Trapizzino, a Trastevere, con l’evento La Scintilla. Un primo gesto visibile di un sistema produttivo che conta circa 30 ettari di vigneti destinati all’imbottigliamento e una produzione complessiva intorno alle 85mila bottiglie l’anno.

«Negli ultimi anni Roma ha recuperato piatti che aveva quasi lasciato alla memoria familiare o a un certo folklore – dice  Paul Pansera co-proprietario di Trapizzino e dell’azienda vitivinicola Il Sambuco – coda, trippa, lunghe cotture, tagli poveri. Nel vino, però, il movimento è stato più lento. Le carte hanno continuato a cercare sicurezza fuori: bottiglie già riconosciute, territori già legittimati, nomi che non obbligano a spiegare troppo». Il gruppo dei VVL è un segnale che risponde a questa condizione.

Credits: Solange Souza

Il vulcano prima del marchio

«Vogliamo raccontare di una nuova identità di territorio», racconta Matteo Giansanti. «Non dare significato solo a un confine geografico, ma al collegamento con il suolo e con caratteristiche comuni che poi ritroviamo nel vino», gli fa eco Lorenzo Farina, dell’omonima azienda vinicola.

Il nord, verso Frascati, è più fresco, con escursioni termiche più marcate. Il sud-est, verso Lanuvio e Velletri, cambia registro: più caldo, più marino, più mediterraneo. E la composizione del gruppo segue questa lettura. A nord Mattei Wines e Simone Pulcini; a ovest La Torretta, Liane, Marco Colicchio, I Chicchi e Terracanta; a sud Il Sambuco, Farina, Colleformica ed Emiliano Fini.

Da evento a gruppo

«Eravamo già un gruppo prima di La Scintilla, ma non eravamo così numerosi», dicono gli organizzatori. Dopo l’evento “Tralci Vulcanici” al Parco del Tuscolo un anno fa – che verrà riproposto il 14 giugno – «siamo diventati davvero un gruppo, quasi senza rendercene conto», sottolinea Giardini. Ora si ragiona sulla forma giuridica.

«L’idea più plausibile è l’associazione, ma dobbiamo capire bene, perché teniamo molto a mantenere determinati standard: fermentazione spontanea, appartenenza al territorio vulcanico, agricoltura sana», spiega Giardini. Ma è anche «una comunità di persone dentro la quale anche un piccolo produttore ha la possibilità di contare come uno. Ognuno ha lo stesso peso», dice Farina.

Credits Foto Copertina: Solange Souza

Fermentazione spontanea e diario d’annata

Uno dei criteri che tiene insieme il gruppo è la fermentazione spontanea. «Secondo la nostra visione, una fermentazione non spontanea non permetterebbe un racconto dettagliato del territorio», afferma Giardini. È anche il punto più delicato per il futuro. Un gruppo deve crescere, se vuole contare. Ma se cresce senza criteri, si diluisce. Se si chiude troppo, diventa recinto.

«Il progetto lo trovo inclusivo, perché la missione non è commerciale, ma di divulgazione e racconto. Chi vuole davvero farne parte è probabilmente già impegnato in uno stile di produzione di questo tipo. Non è stata un’imposizione, né la volontà di escludere qualcuno. La fermentazione spontanea è solo un’altra caratteristica comune» dice Farina.

Tra le idee del progetto c’è anche un “diario d’annata”. Ogni produttore raccoglie osservazioni su piogge, temperature, vegetazione, fermentazioni, tempi, difficoltà, risposte delle vigne. «Mettendo insieme dati di diverse zone del vulcano e di tante aziende, si crea una mappatura delle annate e delle aree», spiega Giardini, costruendo una memoria agricola, utile per capire ricorrenze, differenze, comportamenti dei versanti. «Se dopo dieci anni scopriamo che nella zona di Frascati a maggio piove sempre, abbiamo un dato. Questo diventa un dettaglio maggiore della zonazione», aggiunge.

Un nuovo racconto dei vini del Lazio

Il progetto non nasce in contrapposizione ai consorzi, ma come racconto alternativo del territorio. «È come se sentissimo che il racconto esistente non fosse il nostro racconto», dice Giardini. Non si tratta nemmeno di cancellare il passato: «Quello del conferimento alle cantine sociali ha avuto un ruolo ed è stato un momento importante. Ci hanno vissuto famiglie intere. Non va demonizzato. Oggi però non siamo più fermi a quello: c’è bisogno di riscoprire, approfondire e rivalorizzare».

«Parlare di “vino dei Castelli” rischia di richiamare un immaginario di scarso valore e noi crediamo che qui il vino possa essere di un’altra qualità e di un altro livello». Vale anche per vitigni rimasti ai margini, come la malvasia puntinata. «Storicamente è stata dimenticata perché produce poco. In un territorio basato sul conferimento, dove serviva quantità, aveva poco spazio. Oggi invece è forse uno dei vitigni bianchi più eleganti del Lazio».

Credits: Solange Souza

Il Vulcano come destinazione

La prospettiva più lunga vede anche una valenza enoturistica. Una rete di piccole cantine, percorsi, visite, degustazioni, paesaggio a pochi chilometri da Roma. «Mi piacerebbe moltissimo che il vulcano venisse raccontato anche così. Che Roma non fagocitasse tutto, ma che si scoprisse che, come Torino ha le Langhe, Roma ha il suo vulcano – dice Giardini – Le aziende del gruppo sono piccole, quindi creare una rete tra loro sarebbe bellissimo: tour esperienziali da una cantina all’altra, visite, degustazioni, racconti condivisi». Accanto a questo, la volontà di uscire dai confini regionali per andare a presidiare fiere italiane ed estere.

Per ora il progetto è in una fase iniziale, ma concreta. Ha un nome, un gruppo, dei criteri da seguire. La prova sarà la continuità. «Detto in parole semplici – conclude Giardini – quello che stiamo facendo è cercare di costruire un nuovo areale».


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 Loredana Sottile

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