Walt Whitman. O capitano! Mio capitano!
È il primo verso di una delle poesie dedicate da Whitman alla “memoria del presidente Lincoln” (Memories of President Lincoln). E appartiene, come tutta la poesia del poeta americano, a Foglie d’erba, il libro che dal 1855 al 1892 via via, di edizione in edizione, si accresce di nuove poesie. L’ultima edizione è dello stesso anno in cui il poeta muore, 1892. Foglie d’erba è, dunque, il liber poetico al quale un’intera vita è consegnata. Come accade per i Canti di Leopardi. E per I Fiori del male di Baudelaire. Ma più diversi da Whitman non potrebbero essere, i due poeti europei, e non solo nel modo di pensare la forma poetica. Oltretutto tra Leopardi e Baudelaire trascorrono affinità sia nel modo di vivere la poesia come suono di un pensiero inattuale, insieme meditativo e corrosivo, sia come lingua che esplora l’intimo e il visibile, ma allo stesso tempo si fa critica della modernità, dei suoi nuovi miti. Whitman è un’altra voce, molto diversa anche dalla voce americana che Baudelaire amava e traduceva, quella di Edgar Allan Poe.
Whitman dà respiro di immagini sia alle forme della natura, sia alle domande della propria epoca, osservata nello specchio della tumultuante e poliedrica società nordamericana. E porta nel grido celebrativo e rammemorante aspetti propri della condizione umana: questo sottrae la sua poesia all’enfasi e la radica nell’ascolto. Ascolto, allo stesso tempo, della prorompente e multiforme vita della natura e del sentire dell’uomo, il quale sa di essere sempre in cammino: in cammino nella e con la moltitudine, in cammino verso una meta.
Ecco l’avvio della poesia:
O Captain! My Captain! Our fearful trip is done,
The ship has weather’d every rack, the prize we sought
[is won,
The port is near, the bells I hear, the people all exulting,
While follow eyes the steady keel, the vessel grim and
[daring:
But O heart! Heart! Heart!
Where on the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.
O Capitano! Mio Capitano! Il nostro duro viaggio
[è finito,
la nave ha scapolato ogni tempesta, il premio che cercavamo
[ottenuto,
il porto è vicino, sento le campane, la gente esulta,
mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello
[severo e audace:
ma, o cuore, cuore, cuore!
gocce rosse di sangue
dove sul ponte il mio Capitano
giace caduto freddo morto.
I versi (qui nella traduzione italiana di Giuseppe Conte, un poeta per il quale il passaggio attraverso Whitman è elemento rilevante della propria poetica) hanno il movimento proprio dell’allocuzione affettiva: la parola da subito evoca la presenza alla quale è rivolta, una presenza che in questo caso via via si vela di quell’assenza cui la morte l’ha consegnata. Se i versi precedenti del nucleo poetico intitolato Memories of President Lincoln convocavano nel compianto i fiori e le stelle e davano al grido di dolore per l’uccisione di Lincoln una scena insieme prossima (When lilacs last in the dooryard bloo’d – Quando i lillà fiorirono l’ultima volta alla porta del cortile) e cosmica (Lincoln come la grande stella che tramonta), i versi di O Capitano! Mio Capitano! già da subito, sin dall’invocazione, danno presenza al personaggio, trasformato nel capitano eroico che ha affrontato la navigazione e la tempesta ed è ora in vista del porto, dal quale giunge il suono acclamante delle campane.
Questo movimento del dire, e dell’evocare, affidato all’allocuzione, si svolge come progressiva attivazione della metafora: colui che affronta le tempeste del navigare e sta per portare in salvo l’equipaggio è colpito, e giace morto sul ponte della nave. Il compianto del poeta si congiunge con l’invito al Capitano: che si alzi e senta le campane che suonano per lui, per il suo approdo. Approdo nel porto che, nonostante l’assassinio, è comunque avvenuto. Il Presidente ha portato il Paese verso il porto. Fiori, nastri, ghirlande, e un accorrere di popolo acclamante sulle rive, il suono delle campane per musica. E nella folla, “i volti accesi di te” (their eager faces turning).
Con l’impeto e la dolcezza di un’invocazione, il poeta si fa interprete dello stordito stupore di tutti per l’uccisione di Lincoln, e propone di trasformare la tristezza in esaltazione dell’eroe, l’angoscia della orfanità in musica che è devozione e memoria. Ma, come un refrain, alla scena del compianto e dell’esaltazione succede la visione gelida di un’assenza, e del lutto per quella grande assenza:
…
esultate rive, suonate campane!
Ma io con passo funebre
cammino sul ponte dove il Capitano
giace freddo, morto.
Nei versi dedicati alla memoria di Lincoln, e potremmo dire in tutta la poesia di Foglie d’erba, c’è una tensione insieme epica e lirica; dove per epica è da intendersi la celebrazione del visibile, del creaturale, del naturale, e allo stesso tempo della moltitudine umana in cammino, e lirica ha a che fare con una lingua che ospita sia il turbine dell’io – con al centro il desiderio – sia le forme in cui la natura manifesta il “divino” che la abita. Epica e lirica si affidano a un dire poetico, a un Dichten, non vincolato a misure metriche precostituite, semmai attente a riportare nella parola poetica il respiro del canto e di una laica laus Deo. L’enumerazione e la ripetizione sono propri di un salmodiare che si fa inno e insieme teatro del vivente, un salmodiare sottratto alla sfera puramente religiosa e riportato nell’ordine dell’incantamento per la bellezza dell’universo. Più che in altri poeti, in Whitman il cielo, le stelle, le nuvole, gli oceani, i fiumi, le foreste sono sillabe che si fanno lingua del canto. Si potrebbe ricomporre nella sua poesia una fenomenologia poetica delle nuvole.
Le parole del poeta hanno una tessitura che le motiva e sostiene: l’idea di una fratellanza nella libertà. I versi di For you O Democracy (Per te, democrazia) uniscono il sogno politico con la presenza della natura: “I will plant companionship…” :
Pianterò la fratellanza, folta come gli alberi
lungo tutti i fiumi d’America, e lungo le sponde
dei grandi laghi, e su tutte le praterie.
La poesia di Whitman accoglie un’idea forte della coralità, dell’io che si riconosce nel noi. Il sogno di un’umana universale comunità si congiunge con il sentimento forte del vivente. E vivente è, con l’uomo, l’oceano, la luna, il sole, la stella, l’animale. Vivente è il filo d’erba. Il miracolo di un filo d’erba.
In copertina, immagine Wikimedia Commons.
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Anita Romanello
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