In piscina, nell’ex ospedale militare, dentro la sala di un museo: i posti più strani dove mangiare durante la Design Week


Il Salone del Mobile non è mai stato solo una fiera. O meglio: lo è stato quanto basta per giustificare il resto. In realtà somiglia più a un esperimento urbano, una di quelle situazioni in cui una città decide di testare fino a che punto si possono mescolare linguaggi diversi senza che nessuno protesti. Milano questa cosa l’ha capita in anticipo, molto prima che il cibo diventasse una specie di religione laica con Expo 2015.

Già anni fa, durante la Design Week, succedeva qualcosa di leggermente anomalo: il design usciva dai padiglioni e si infilava ovunque, nei cortili, nei loft, nei garage, portandosi dietro chef stellati e cucine improvvisate. Il risultato era una convivenza un po’ ambigua tra progetto e piacere, tra oggetti pensati per durare e piatti destinati a sparire nel giro di secondi.

Per molti milanesi è stato il primo incontro con un’idea di cibo che non coincideva più con il semplice mangiare. Gli showcooking, gli assaggi distribuiti con una certa nonchalance, i catering “concettuali” firmati da brand che fino al giorno prima vendevano lampade o cucine. Abbiamo assistito alla prova generale di quel sistema spettacolare del cibo che, qualche anno dopo, sarebbe diventato la norma.

E se già durante l’anno Milano si comporta come una specie di esperienza permanente (un continuo hype, una continua fila, un continuo invito a entrare, consumare, uscire) questa è la settimana in cui il sistema va in overdrive: centinaia di migliaia di presenze, oltre duemila eventi e come ha detto Maria Porro, presidente del Salone del Mobile, “Non parliamo più solo di visitatori, ma di persone che partecipano e interpretano gli spazi.” Di fatto, siamo tutti parte dell’installazione.

È tutta una collab

Design e cibo, cibo e moda, moda e cultura, cultura e design. Solo accoppiamenti più o meno improbabili che, per qualche motivo, funzionano.
C’è il cibo come installazione: al Chiostro dell’Università Statale, House of Polpa, opera composta da 20mila lattine di polpa di pomodoro, firmata Mutti. Qui la pavimentazione è fatta dagli scarti della lavorazione del pomodoro, avanzi di bucce, e profuma di pomodoro e basilico. Sempre in Università si entra in una forma gigante di Parmigiano Reggiano e attraverso l’udito si scopre la DOP. E ancora, in Tortona, l’enorme piscina di palline di McDonald, che sta già facendo il giro dei social.
Poi ci sono i brand che usano il cibo come leva narrativa. Da Food For Thought di IKEA si mangia in tutti gli ambienti: cucina, tavolo in salotto, camera letto, ognuno con un suo proprio cibo. Si mangiano stuzzichini e piatti legati ai rituali domestici, cose molto IKEA: l’Hotdog Extravaganza con topping speciali, il nuovo Chupa Chups al gusto polpetta svedese, a proposito di collaborazioni. Nel cortile c’è un saluhall, mercato svedese all’aperto.

La cosa interessante è che nessuno di questi esempi sembra fuori posto. La pasticceria Bindi dentro Nilufar Depot appare inevitabile, come se i dessert fossero sempre stati pensati per essere osservati prima che mangiati. L’installazione di Giorgio Calendoli “Amore, hai mangiato?” all’interno di Eeataly Smeraldo che è un racconto sulle nostre radici e prende vita sui piatti, le tovaglie e tovaglioli. I laboratori multisensoriali tipo “Edible Reveries” o i vari sensory lab sparsi per la città trattano il gusto come una disciplina progettuale. E nel frattempo il cibo continua a fare il suo lavoro più antico: attirare persone.

Dove mangiare: i posti più strani ma meglio riusciti


Quello che succede fuori dalle headline è sempre la parte più interessante. Alcova è uno dei progetti più riconoscibili della Design Week: una piattaforma indipendente dedicata al design sperimentale, fondata da Joseph Grima e Valentina Ciuffi, che ogni anno occupa spazi dismessi e chiusi al pubblico. Architetture con una storia importante, fabbriche, ville, ospedali, lasciate il più possibile intatte e riattivate per pochi giorni. Quest’anno torna nell’ex ospedale militare di Baggio, un complesso ampio, frammentato, dove il percorso non è lineare e ogni ambiente mantiene una propria autonomia. Dentro questo sistema, il food non è un servizio separato ma una presenza diffusa. Davide Longoni torna con il suo pane, pizze, focacce pugliesi, toast, e poi la kombucha di Funky Fermenteria, i succhi di Marco Colzani, i vini de La Stoppa, i gelati di Ciacco. Si chiude con panettone e gelati di Ciacco. Si mangia attraversando le sale e i cortili.

Alla Piscina Romano la prima cosa è la luce. Superficie dell’acqua, riflessi, il rumore secco dei passi sul bordo vasca. Una piscina pubblica, aperta, con le sue linee nette e l’aria che si muove tra dentro e fuori. Dentro questo contesto si inserisce Bar Pieno, progetto di 6:AM insieme a Vicino Wine Club. Il titolo dell’installazione – OVER AND OVER AND OVER AND OVER – lavora sulla ripetizione: luci progettate da Hannes Peer, interventi sonori e visivi che si accumulano senza cambiare davvero struttura. Ogni sera una cucina diversa prende il controllo  – Altatto, La Brinca, Casa Cassiano, Orma, Cascina Lago Scuro, Venissa, Alba Pasta Bar – e durante il giorno il Bar accompagna la giornata con toast e spritz. Tavoli bassi, sedute improvvisate, persone in piedi con il bicchiere in mano, qualcuno appoggiato al bordo. L’acqua è sempre lì, a pochi metri, e non diventa mai scenografia.

Non è uno spazio che invita a sedersi. Altezza, struttura, funzione tecnica ancora leggibile: tutto, alle Cavallerizze del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, al fianco del Sottomarino Enrico Toti, sembra pensato per altro. Durante la Design Week non viene corretto né addolcito: tavoli apparecchiati dentro un’architettura che resta industriale, con superfici nette e nessuna concessione decorativa. Il programma Notti al Museo lo attiva senza cambiarlo davvero, lasciando che sia il contesto a determinare il ritmo. Al centro c’è la Mystery Dinner dello chef Aldo Ritrovato, costruita come una sequenza più che come un menu, con un impianto mediterraneo ma senza una narrazione esplicita. I piatti arrivano, si accumulano, si leggono in relazione allo spazio più che tra loro. Da NonostanteMarras il progetto di Antonio Marras con Giovanni Rana porta il picnic sardo alla Design Week. Marras lo traduce in spazio – colori presi da Alghero, cemento, rose, oggetti, vegetazione – distribuito tra cortile e sale interne, senza un centro preciso. Dentro questa costruzione entra la cucina di Francesco Sodano, che lavora per contaminazione: base mediterranea, accenti campani e dialogo continuo con la Sardegna. A pranzo pecorino, bottarga, mandorla, ricotta di pecora; la sera il menu si amplia con piatti più costruiti, dall’astice con curry e bergamotto al carnaroli in estrazione di carciofo sardo fino alla patata cotta in argilla con zabaione al lievito e miso. Il brunch della domenica segue la stessa linea: banana bread con zabaione al rum, hot dog con katsuobushi, croissant al cardamomo, quiche di cardoncelli. E si chiude con il soft clubbing, ça va sans dire, che a Milano non manca mai.

All’ex Macello di Milano il Glitch Camp è un campeggio temporaneo per studenti di design da tutto il mondo, attivato durante la Design Week. Non un evento ma un’infrastruttura abitativa: si dorme, si vive e si mangia anche. In questo contesto si inseriscono  lo street food e social table di IKEA. Si mangia sotto quella che viene chiamata la Cattedrale, una struttura suggestiva a cielo aperto. 

Il bistrot di Luceferma Bistrot dentro la Residenza Vignale parte da un’idea chiara: portare una cucina mediterranea dentro uno spazio che non nasce per la ristorazione, senza adattarla troppo. Luceferma è un progetto appena aperto in città, costruito su una proposta continua – colazione, pranzo, aperitivo – con una forte matrice mediterranea, in particolare siciliana, sia nei sapori che nell’impostazione dei piatti. Dentro le stanze della residenza tra affreschi, parquet, passaggi stretti, il servizio si distribuisce senza volere una sala vera.

Ci piace? Sì

In mezzo alla grande confusione di questa settimana, la domanda è lecita e la risposta non scontata. Ma la gente sembra contenta di mangiare male dentro un’installazione bellissima, oppure benissimo su un tavolo scomodo. Alla fine, più che design o cibo, rimane la sensazione di essere capitati nel posto giusto al momento giusto, anche solo per un assaggio.


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