Cuesta piccolo grande amore: Parma unicum tra le proprietà USA


Tanto tuonò che, alla fine, non piovve. Seguendo il nuovo format comunicativo, con un video ad alto impatto emotivo ma ben poco dettagliato, il Parma ha ufficializzato la prosecuzione del rapporto con Carlos Cuesta, il cui lavoro in gialloblù ripartirà con il pre-stagione dal 13 luglio (unico particolare “spoilerato” nei 63” di video in cui il maiorchino abbraccia e applaude giocatori e staff). Non è dato ancora di sapere se il mister si sarà meritato anche il rinnovo.

ANCORA INSIEME Sia bene, qualche tuono non è sempre sinonimo di temporale ma, pur nel clima sereno che ha accompagnato la salvezza crociata, qualche nuvoletta andava addensandosi e bisogna ammettere che molti degli addetti ai lavori un ombrellino se lo sono tenuti appresso, qualora avesse cominciato a piovere su Cuesta e il Parma. Spifferi, forse più per sciacallaggio, portavano già papabili sostituti del maiorchino (per altro tutti rappresentati dalla medesima, potente, agenzia). Il fragore più forte arrivava, però, dai saluti al termine dell’ultima conferenza stampa post-Sassuolo dello stesso Cuesta che, ritornando ai microfoni già ben avviato all’uscita, salutava e ringraziava i giornalisti «per tutto quello che avevano fatto per lui e per averlo aiutato a crescere in questa stagione». Pur con la classe e lo stile garbato che lo ha sempre contraddistinto, Carlos induceva molti giornalisti e addetti ai lavori, almeno quelli tanto imprudenti (o coraggiosi) da esporsi, a credere che quello fosse un addio. Si sbagliavamo. Forse.

GLI AMERICANI IN EUROPA A ben vedere, deponevano a favore della tesi del commiato non solo elementi opinabili, come le sensazioni o le voci o che il gioco reattivo mostrato dal Parma durante la stagione non piacesse alle alte sfere. Ci sono anche dati inequivocabili. Le proprietà americane sparse per l’Europa, specialmente quelle in Italia, si distinguono per un preciso modus operandi, che non prevede (quasi) mai le mezze misure: in or out. Quell’aurea mediocritas oraziana che, invece, Cuesta ha fatto cifra sua e della salvezza del Parma non è contemplata.

Tra i top 5 campionati europei, i due a maggior rappresentanza statunitense sono Premier League e Serie A e, nel complesso, 19 squadre su 40 (10 in Inghilterra e 9 in Italia) sono in mano a proprietà statunitensi. Parlando di calcio, quasi tutte hanno condotto una stagione o al di sopra delle aspettative o ben al di sotto, con conseguenze ben precise per i dipendenti, in senso lato.
In Inghilterra: Arsenal, Aston Villa, Bournemouth, Fulham e Everton sono le uniche a non aver avuto scossoni in panchina o nel board dirigenziale, laddove tutte hanno superato le aspettative di inizio stagione (i blues vengono comunque da 6 allenatori negli ultimi 8 anni). A Glasner non è bastato vincere il primo trofeo internazionale nella storia del Crystal Palace per mantenere la panchina. Ci sono, poi, una serie di disastri, di cui il Chelsea rappresenta la punta dell’iceberg, mentre il Manchester United sembra aver posto fine allo psicodramma affidandosi a Michael Carrick, purissimo sangue red devil, 8° allenatore del post-Ferguson.

In Italia, se possibile, le cose sono andate anche peggio. L’Inter di Oaktree è stata l’unica a vivere una stagione trionfale, ma si sa quanto abbia inciso la presenza di Marotta, italianissimo presidente esecutivo. La Roma è l’altra, tra le “americane”, ad aver ottenuto più del dovuto. È bastato a evitare trambusti? Macché, chiedere al testaccino Ranieri. L’Atalanta italo-americana ha trovato in Sarri il 3° allenatore dell’ultimo anno, mentre criticare Milan, Fiorentina, Pisa e Verona sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Insomma, i magnati americani sono un po’ come le scale di Hogwarts: «a loro piace cambiare».

IL CASO PARMA A suo modo, il Parma rappresenta un unicum e una sintesi di tutti i casi sopra esposti. Anzitutto, è uno dei pochissimi casi in cui il risultato sportivo è stato in linea con l’obiettivo: le 4 giornate di anticipo con cui è stata ottenuta la salvezza sono state manna dal cielo. Ma, in definitiva, salvezza è stata e nulla più. Similmente all’Inter, c’è un sommo dirigente a rappresentare la parte di anima italiana: l’AD Federico Cherubini, il cui rapporto con Cuesta è stato, a tratti, inafferrabile. Non solo: nel resto d’Europa gli allenatori, e i dirigenti, che hanno meritato la conferma dagli USA hanno spesso proposto un calcio se non offensivo quantomeno attraente, con appeal, esportabile. Il Parma, invece, manterrà lo stesso allenatore, pur dopo una stagione con una differenza reti di -18, nettamente la peggiore.

Posto che, dunque, in Iowa non abbiano messo la sveglia per vedere le gesta dei crociati, è bene dare un occhio anche all’aspetto economico: secondo Transfermarkt, la rosa del Parma dal 1° settembre 2025 a oggi ha visto un incremento del suo valore di circa il 20% (da 146 a 176 milioni di euro). Tuttavia, bisogna tenere in considerazione il mercato invernale che, a fronte della sola cessione “pesante” di Cutrone (in prestito e già deprezzatosi rispetto ai 5 milioni di valore con cui arrivò a Parma), ha portato in dote alla rosa quasi 13 milioni dai cartellini di Nicolussi Caviglia e Strefezza, in prestito e quindi bene fittizio. A conti fatti, dai 30 milioni netti “guadagnati” sulla carta, quelli che derivano dalla valorizzazione dei giocatori sono “solo” 22,5 circa (Pellegrino il giocatore nettamente più cresciuto, di quasi 9): poco più del 15%. Bene, ma non benissimo considerato anche che, tra i giocatori più pregiati, alcuni si sono finanche svalutati, pure per via degli infortuni.

Restano due ultime considerazioni. In primis, non è un mistero che il modello di riferimento cuestiano, almeno in campo, siano il maestro Arteta e il suo Arsenal. Ebbene, tra tutte le governances statunitensi, quella di Kroenke è stata l’unica ad avere pazienza e fiducia: virtù che, solo dopo 7 anni di lavoro e investimenti, hanno portato i Gunners sul tetto d’Inghilterra e, quasi, d’Europa.
Secondo: i tifosi. Che Parma fosse una piazza dalla notevole cultura sportiva non lo si scopre, di certo, oggi. Tuttavia, i tempi, la misura e il garbo – à la Cuesta, verrebbe da dire – con cui i tifosi hanno manifestato la loro posizione, ferma, pro-allenatore potrebbe aver smosso più di una coscienza: al cuor non si comanda, incluso il gelido “Generale Inverno”.

Non sarà stata una stagione pirotecnica, ma di certo è stata in crescendo e del tutto in linea con gli obiettivi di consolidamento dichiarati da Cherubini prima di tornare a parlare di Europa. In crescita è stato anche il percorso del trentenne debuttante Carlos Cuesta, sempre distintosi per un focus – parola a lui cara – e una misura notevoli, anche all’avvicinarsi della tempesta, guadagnando credibilità e, infine, anche affetto (ma sempre prima e grazie alla competenza, come disse a inizio stagione). Un po’ di fiducia se l’è proprio meritata.





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 Leonardo Gabelli

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