Franco Carraro, presidente di Smeralda Holding, ha pronunciato una frase al taglio del nastro della quindicesima edizione del Porto Cervo wine & food festival che vale la pena tenere a mente. «L’iniziativa – ha ricordato – nacque con un obiettivo molto preciso: allungare la stagione turistica della Costa Smeralda, storicamente ingabbiata nei due mesi dell’estate». Il Pcwff è nato, quindi, come strumento di politica economica territoriale. E, quindici anni dopo, la manifestazione organizzata dall’Hotel Cala di Volpe e dal Cervo Hotel, entrambi gestiti da Marriott International per conto di Smeralda Holding, è diventata un caso di studio, non tanto per il raggiungimento di quell’obiettivo, ma perché ha trovato una formula che poche manifestazioni simili hanno saputo costruire: il lusso come leva.
Il Pcwff è un evento boutique. Poche decine di espositori selezionati, oltre 60 cantine, più una ventina di realtà legate al cibo di qualità. Una selezione ragionata, in un contesto dove chi cammina tra le postazioni può essere il buyer internazionale, il giornalista di settore, il responsabile acquisti di un hotel a cinque stelle. Il Cervo Conference Center, nel cuore di Porto Cervo, funziona come cassa di risonanza impossibile da replicare altrove in Sardegna. Tradotto: un Carignano del Sulcis presentato al Pcwff può finire in carta al Cala di Volpe per tutta la stagione. È un canale distributivo mascherato da evento culturale.
Il deficit di posizionamento internazionale del vino sardo
Partiamo però dal contesto attuale. La produzione isolana ha asset produttivi di rilievo, vitigni autoctoni unici, biodiversità eccezionale, ma soffre ancora di un deficit strutturale di posizionamento internazionale, che non è ancora stato colmato. I vini sardi hanno quello che il mercato premium cerca, ma non hanno ancora il sistema per farlo sapere a chi conta. Il quadro in cui si muovono è quello di un settore italiano sotto pressione: il 2025 ha chiuso con un valore delle esportazioni a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% a valore rispetto all’anno precedente. In un mercato globale in contrazione, chi non ha ancora costruito una narrazione riconoscibile rischia di essere il primo a uscire. Eppure arriva un segnale incoraggiante dall’enoturismo. Il settore si conferma leva strategica per il vino italiano con 3 miliardi di euro di spesa e oltre 15 milioni di visitatori, in crescita dell’11%. E l’isola sta crescendo ogni giorno di più, anche grazie a progetti nuovi come la neonata Rete enoturismo Sardegna, ma deve ancora diventare sistema.
Le tre leve promozionali della Sardegna
La scommessa del vino sardo oggi si gioca quindi su tre leve che il Porto Cervo wine & food festival potrebbe concretamente attivare. La prima è la selezione: il festival può funzionare come un primo filtro, più severo di una fiera generalista.
La seconda è il contatto diretto con i buyer: la Regione Sardegna ha appena stanziato oltre 2 milioni di euro per l’annualità 2026-2027 destinati alle imprese del vino che vogliono rafforzare la propria presenza commerciale all’estero e il Pcwff intercetta un segmento di buyer diverso rispetto ad altre fiere, quello degli acquirenti dei circuiti dell’ospitalità di lusso, un canale distributivo sottovalutato e spesso più redditizio dei tradizionali.
La terza leva è quella narrativa. Il Vermentino di Gallura raccontato nella Piazzetta di Porto Cervo non è lo stesso Vermentino raccontato in una sala convegni di Verona. Il contesto è parte del prodotto, e la Costa Smeralda ha una carica simbolica senza eguali: Porto Cervo è un unicum. E allo stesso modo Pcwff ha una caratteristica altrettanto esclusiva: è integrato in un ecosistema di ospitalità di lusso attivo tutto l’anno, attraverso la sua rete. Un vino selezionato al festival può entrare nella carta dei ristoranti della Costa Smeralda quasi direttamente, senza passare per i canali distributivi tradizionali, perché qui si intercetta un pubblico internazionale di alto reddito, che fa le sue scelte di consumo sulla base dell’esperienza diretta. Conquistarlo a Porto Cervo significa potenzialmente inseguirlo per tutto l’anno nei circuiti dove spende. Questo vantaggio competitivo, forse, non è ancora completamente sfruttato.
Quanto di tutto questo si traduce in ordini, contratti, nuovi mercati per i produttori sardi? La risposta onesta è che il dato quantitativo non è disponibile, e probabilmente non è nemmeno la metrica giusta. Il Pcwff lavora sul tempo lungo. Negli anni ha costruito una rete di relazioni tra produttori, buyer internazionali e operatori dell’hospitality che si misura in posizionamenti di listino, in aperture di mercato, nell’inserimento di etichette sarde nelle proposte degli hotel del gruppo Marriott.
La Costa Smeralda e il problema della stagionalità
C’è però la questione della stagionalità, che era il problema originario. L’obiettivo primario del festival ancora fatica a raggiungersi. La Costa rimane aperta per pochi mesi l’anno, nonostante un clima che permetterebbe tranquillamente di vivere il territorio molto più a lungo, ben oltre il perimetro dell’estate. Il problema è che il sistema continua a muoversi come un cane che si morde la coda: gli hotel sostengono di non poter aprire perché mancano i voli, le compagnie aeree dicono di non poter aumentare le tratte perché le strutture sono chiuse e la domanda troppo bassa. Così la stagione si comprime sempre negli stessi sessanta, novanta giorni, con un territorio che per il resto dell’anno rimane potenzialmente pronto, ma sostanzialmente fermo.
Per uscire davvero da questa dinamica servirebbe un lavoro di squadra molto più concreto tra hospitality, trasporti, operatori e istituzioni, ma soprattutto una dose maggiore di coraggio imprenditoriale: iniziare ad aprire, investire e programmare anche senza avere la garanzia immediata che tutto sia già pieno.
La Sardegna del vino forse ha bisogno di più Porto Cervo e meno sagre, per dirla con una formula un po’ brutale ma efficace. Non nel senso dell’esclusività fine a sé stessa, ma nel senso di costruire contesti capaci di attirare chi decide dove vanno le bottiglie nel mondo. Finché Porto Cervo resta un appuntamento annuale e non diventa un’infrastruttura permanente per il vino sardo, il suo potenziale economico reale resterà parzialmente inespresso. Il lusso è lì, l’attenzione internazionale è lì, i vini ci sono. Manca forse ancora il coraggio di trasformare una bella vetrina in un mercato.
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Giulia Salis
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