“Ci vergognavamo di essere contadini”. Elio Altare racconta il riscatto sociale dei Barolo Boys


Elio Altare parla come ha sempre prodotto il vino: partendo da ciò che ha vissuto. Nelle sue risposte non c’è un manifesto, ma scelte, errori, rotture, prima di tutto personali. Il suo racconto torna al rapporto con il padre, al gesto di buttare per terra grappoli d’uva, alla sensazione di andare contro tutto. Il cambiamento, prima ancora che tecnico, è stata una decisione presa quando non c’erano modelli da seguire, né la certezza di avere ragione. Le categorie – Barolo Boys, rivoluzione, modernità – arrivano dopo, ed oggi servono a spiegare a posteriori ciò che accadeva: provare a fare un vino diverso perché quello che c’era non bastava più.

Oggi Altare non dirige più l’azienda, passata alla figlia Silvia, ma la terra non l’ha mai lasciata. Lo raggiungiamo mentre è nell’orto a raccogliere spinaci. «Da pensionato, lo faccio per passare il tempo», dice. Dopo 60 vendemmie è tempo di rallentare. «La fatica oggi si sente di più. Ma quello che pesa davvero non è l’età: è stare dietro ai regolamenti, alla burocrazia. Su quella sono sempre stato caustico, e lo resto».

Sono passati più di 20 anni dalla stagione dei “Barolo Boys”, raccontata anche nell’omonimo film. Un periodo che ha segnato il vino piemontese. Rileggerla oggi non serve a celebrare un’epoca, ma a ricordare che ogni trasformazione nel vino nasce da una presa di posizione – e che il confine tra errore e innovazione, spesso, si capisce solo dopo.

Lei è uno dei Barolo Boys”. Come vive questo soprannome?

È un’etichetta che nel tempo è stata un po’ romanzata, ma va bene così: serve a raccontare, a tramandare aneddoti. La realtà, è che dietro c’è stata tanta fatica. Ho dovuto affrontare momenti durissimi, anche nel rapporto con mio padre. Anni complessi per realizzare un progetto che alla fine ha lasciato un segno e ha dato un impulso forte alle generazioni successive.

Cosa rappresentò davvero quel periodo? 

L’inizio di una rivoluzione radicale. Io ed altri produttori lavorammo insieme per farci riconoscere come espressione di una nuova fase del Barolo. Fu un’ondata di freschezza, una risposta a vini che troppo spesso erano ossidati, duri, difficili, che spesso non andavano incontro al gusto dei consumatori. Detto questo, va riconosciuto un grande merito a chi, nonostante tutto, ha saputo mantenere alto il prestigio del territorio.

A chi si riferisce?

A produttori come Conterno e Mascarello. Anche nei momenti più critici, hanno continuato a fare grandi vini, profondi e autentici. È anche grazie a loro se il nome Barolo non ha mai perso davvero valore.

Quanto è cambiato il contesto delle Langhe rispetto ad oggi? 

Tantissimo. A 18 anni lavoravo la terra come nel Medioevo, con il bue.  L’arrivo del trattore fu una piccola rivoluzione: significava indipendenza dall’animale, autonomia. Ma il cambiamento più importante è stato sociale: il riscatto della figura del contadino e, con essa, dell’intero territorio delle Langhe.

Un riscatto sociale?

Il viticoltore ha acquisito la dignità di un mestiere. Mia figlia si è laureata, l’ho fatta viaggiare per il mondo e poi è tornata dicendo con orgoglio: “Faccio la contadina”. Noi, di quella parola, ce ne vergognavamo.

Chi ha beneficiato di quel periodo?

L’aspetto più positivo è che ne ha beneficiato tutto il territorio. Attraverso il vino abbiamo innescato una rivoluzione più ampia, lavorando in sinergia con altri settori. Abbiamo fatto conoscere le Langhe al mondo, e il fatto di averne fatto parte mi riempie di orgoglio.

La scintilla del cambiamento?

Ricordo una visita da Philippe Engel: arrivato in azienda si scusò perché non poteva fermarsi e lo vidi andar via con la sua Porsche. Avevamo più o meno gli stessi ettari. Io avevo una vecchia macchina, lui una Porsche e uno yacht. Questa differenza, diciamo così, mi incuriosì.

Quanto costava un suo Barolo all’epoca?

Vendevo Barolo a 1.800 lire, e ne spendevamo 1.500 per mangiare. Ho osservato cosa faceva Angelo Gaja, ho scoperto l’uso della barrique, e quindi sono andato in Francia. Lì ho avuto mentori straordinari, colleghi che mi hanno aiutato a interpretare il vino secondo una mia visione.

Un Barolo diverso da quello tradizionale.

All’inizio si diceva che il Barolo doveva essere frutto di lunghe macerazioni, avere un colore “mattonato”, essere duro, ruvido. Il risultato era un vino che non incontrava più il gusto del consumatore. Per me il vino doveva essere emozione, piacere, condivisione. Non solo una bevanda.

A quel punto cosa ha fatto?

Ho seguito un mio percorso personale. Non ho scoperto niente di nuovo, ma piuttosto ho saputo adattare ciò che i colleghi della Borgogna, della Côte-Rôtie e la California mi avevano raccontato. Non tutto, ovviamente, ma frammenti raccolti qua e là, rielaborati nel tempo, fino a mettere a punto un protocollo produttivo che ho praticato per anni e che mi ha portato a risultati concreti.

Cosa cambiò?

Invece di vini maderizzati come quelli di mio padre, che li metteva in soffitta per “marsalarli”, secondo l’uso degli anni Sessanta, ho prodotto vini freschi, godibili da subito e capaci di restare vivi e buoni anche dopo 40 anni. La mia vera abilità è stata questa: dire senza filtri “io voglio fare un vino in questo modo”. Ripeto, non ho inventato nulla: ho adattato l’esperienza che altri mi hanno trasmesso, trasformandola in un linguaggio personale.

Non sono certo mancate polemiche riguardo il suo approccio.

Sono stato considerato un eretico dato che non seguivo i dogmi o “le regole”. Mi dicevano che tradivo la tradizione. Io rispondevo: “Lasciatemi sbagliare, per darvi ragione”. Io insieme ad altri andammo avanti con supporto di tanti giornalisti tra cui Cernilli, Petrini che hanno creduto e hanno compreso il lavoro che stavamo facendo.

Il conflitto con suo padre è diventato emblematico.

È stato durissimo. Facevo macerazioni brevi, diradavo i grappoli. Nel 1978 buttai a terra l’uva e mio padre piangeva. Oggi lo fanno tutti per rientrare nei parametri del Barolo. Allora eravamo pazzi, oggi siamo imitati. La verità è semplice: oggi i vini sono più buoni.

Che Barolo vede nelle nuove generazioni?

Vedo coesione, confronto, una sana competizione. Un po’ quello che facemmo noi. Stanno lavorando bene perché hanno capito l’importanza del gioco di squadra.

Il cambiamento climatico inciderà nelle loro scelte?

È un dato di fatto. Da parte mia ho recuperato un vitigno quasi estinto: il Liseiret. Nel 2010 sono partito con 19 barbatelle. Nel 2015 la prima spumantizzazione; dal 2016 al 2021 la vinificazione è seguita da Sergio Germano. I risultati hanno confermato l’intuizione: 10 gradi alcolici, acidità quasi doppia rispetto alla media e maturazione completa, anche fenolica. Da marzo di quest’anno il Liseiret è ufficialmente autorizzato. È l’ultimo progetto che ho realizzato.

Che cos’è per lei la tradizione?

Un’innovazione ben riuscita. Se mia figlia considera la barrique una tradizione perché la usava suo padre, significa che qualcosa di nuovo è diventato consuetudine. Fermarsi è la vera eresia. Alla fine esistono solo vini buoni e vini cattivi.

E riguardo al vino naturale, cosa ne pensa?

Il vino nasce per diventare aceto. Il compito dell’uomo è interrompere questo processo. Il vino va fatto bene, deve esprimere il territorio, l’annata.

E del vino no alcol?

Non è vino. Chiamarlo così serve solo a vendere una bevanda. È troppo manipolato. Forse farà meno male, ma non chiamiamolo vino: non mischiamo l’acqua santa con il diavolo.

Oltre Barolo e Barbaresco, quali denominazioni delle Langhe meritano attenzione?

Il Dolcetto è sottovalutato. In Italia lo si considera un vino da bere giovane, ma può essere sorprendentemente longevo e restare integro per anni. È un vino da rivalutare.

Anche per l’estero?

Il nome trae in inganno: sembra promettere dolcezza e allontana i potenziali consumatori che rimangono o delusi o a priori cercano altro.

Invece cosa ne pensa della denominazione Langhe Nebbiolo?

L’ho usato spesso nelle annate difficili. È una via di fuga intelligente: meglio deviare in calcio d’angolo che rovinare un Barolo. E poi il nome “Langhe” attira.

I suoi vini preferiti?

Amo la Borgogna, lì ho imparato molto. Amo il Pinot Nero, ma la forza della Langa è il Nebbiolo in purezza. In Italia adoro il Nerello Mascalese e l’Aglianico del Vulture, che considero il Barolo del Sud. L’Italia è un patrimonio unico di suoli e biodiversità.

Come vede il futuro del vino?

Dobbiamo parlare ai giovani. Spiegare perché il vino costa, perché ha valore. Oggi bevono cocktail da 8 euro quando con la stessa cifra potrebbero bere una bottiglia di vino. Il vino è stato messo in un angolo: serve più comunicazione, più cultura, più gioco di squadra.

In chiusura, un messaggio per nuove generazioni.

Spero siano più brave di noi. Il mondo corre veloce. Io ho fatto il vino che piaceva a me, ma se non lo avessi venduto significava che non avevo capito il mio cliente. È tutto lì: umiltà ed equilibrio, nel vino come nella vita.


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 Loredana Sottile

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