IA, Omceo Roma: È strumento di supporto alla burocrazia, non sostituisce la professione


“Parlare oggi di intelligenza artificiale in sanità significa parlare di una delle trasformazioni più profonde che stanno attraversando il sistema salute, ma anche di una delle più delicate, perché mancano ancora le regole chiare con cui giocare e perché le implicazioni sono innumerevoli”. Così la professoressa Maria Grazia Tarsitano, consigliera dell’Ordine dei Medici di Roma e referente della Formazione dell’Omceo Roma, intervenendo oggi alla tavola rotonda dal titolo ‘AI e Sanità, prospettive a confronto‘, che si è svolta nell’ambito del convegno ‘L’Algoritmo del cuore – Sanità e Intelligenza artificiale tra innovazione e umanità’, organizzato dalla Asl Roma 1 presso il salone del Commendatore di Borgo Santo Spirito. “Il titolo di questo convegno è molto efficace proprio per questo- ha proseguito Tarsitano- ci ricorda che l‘innovazione non può essere separata dall’umanità. In sanità l’algoritmo non sostituisce la responsabilità clinica, non sostituisce il giudizio, non sostituisce il contesto. Può aiutare, ampliare, supportare, ma non può togliere centralità alla persona, al paziente e al professionista che prende decisioni in condizioni di complessità reale”.

Il punto di partenza, secondo la professoressa Tarsitano, è “semplice: l’intelligenza artificiale in sanità non va discussa solo come tecnologia, ma come infrastruttura culturale e organizzativa- ha evidenziato- Se la introduciamo senza formazione, senza regole e senza una chiara visione etica, rischiamo di amplificare disuguaglianze, opacità e sfiducia. Se invece la gestiamo in maniera intelligente, qui il gioco di parole ci sta: può diventare uno strumento straordinario per migliorare prevenzione, diagnosi, appropriatezza, continuità assistenziale e sostenibilità del sistema, nonché ricerca”. Una prima considerazione riguarda il rapporto tra IA e lavoro clinico. Nella pratica quotidiana, i medici “non hanno bisogno di slogan, ma di strumenti che migliorino il processo decisionale senza renderlo più fragile. L’IA può essere utile nella lettura di immagini, nel supporto alla stratificazione del rischio, nella gestione dei dati, nella personalizzazione degli interventi e nell’organizzazione dei percorsi. Ma tutto questo funziona solo se l’algoritmo è interpretato dentro un contesto clinico reale- ha sottolineato ancora la consigliera dell’Omceo Roma- perché il paziente non è un dataset e la cura non è una mera somma di predizioni. E se siano presenti regole chiare che tutelino la salute del cittadino”.

Questo porta, secondo Tarsitano, ad un secondo punto: la questione della fiducia, che in sanità “non è un elemento accessorio, ma una condizione di funzionamento del sistema. Un paziente accetta meglio un percorso, aderisce meglio a una terapia e si orienta meglio nel sistema se percepisce che la tecnologia è al servizio della relazione e non al suo posto. Per questo la sfida dell’IA non è solo tecnica, ma anche comunicativa. Dobbiamo saper spiegare che cosa fa un algoritmo, quali sono i suoi limiti, dove può sbagliare. E perché la gestione può essere solo umana. Ed è qui che entra in gioco il tema della health literacy, cioè la capacità delle persone di comprendere le informazioni di salute e di orientarsi tra opzioni, rischi e benefici. L’IA cresce in un ecosistema informativo già molto complesso, e questo rende ancora più necessario un linguaggio chiaro, trasparente e accessibile. Se la tecnologia diventa più sofisticata ma la comprensione resta bassa, aumenterà la distanza tra cittadini, istituzioni e sistemi di cura”.

Un terzo aspetto “cruciale”, ancora, riguarda i dati: “L’intelligenza artificiale è forte quanto i dati su cui viene addestrata. Se i dati sono incompleti, distorti o poco rappresentativi, l’algoritmo può produrre risultati sbilanciati. In sanità questo è particolarmente delicato- ha fatto sapere la professoressa Tarsitano- perché bias nei dati possono tradursi in bias nelle decisioni, e quindi in disuguaglianze di accesso, di diagnosi o di trattamento. Per questo servono qualità del dato, governance, trasparenza e audit continui”. A questo si aggiunge un tema molto importante per il dibattito pubblico: la sicurezza. “Quando parliamo di IA in sanità, non possiamo limitarci all’accuratezza del modello. Dobbiamo parlare anche di cybersecurity, protezione delle informazioni, integrità dei sistemi e resilienza organizzativa. Se un sistema è brillante dal punto di vista predittivo ma vulnerabile sul piano della sicurezza, diventa un rischio per il servizio e per i cittadini. L’innovazione, quindi, deve essere sicura per essere davvero utile”.

C’è poi una dimensione professionale che “non va sottovalutata”: la formazione. L’intelligenza artificiale, secondo la referente della Formazione dell’Ordine dei Medici di Roma, non può essere lasciata “nelle mani di pochi specialisti informatici, perché riguarda tutti gli attori del sistema sanitario. Servono competenze di base per i clinici, per i manager, per gli amministratori e per chi governa i processi. Serve imparare non solo a usare gli strumenti, ma a porre le domande giuste: che problema risolve l’algoritmo? Su quali dati è stato costruito? È validato? È spiegabile? È monitorato nel tempo?”. Nel corso dell’evento, intanto, è stato presentato il libro di Stefano Scaramuzzino dal titolo ‘La domanda sbagliata‘, sui limiti e le potenzialità dell’AI. “Il titolo del libro mi sembra molto utile anche per questa discussione- ha commentato Tarsitano- Nella sanità digitale spesso la domanda è ‘come facciamo a usare l’IA per proteggere il paziente e migliorare il servizio?’”.

Dunque un altro punto chiave riguarda l’umanità della cura. “L’innovazione è importante. L’algoritmo può aiutare a gestire elementi pratici ed amministrativi, ma non potrà mai sostituire l’empatia, la responsabilità e la capacità di tenere insieme scienza e relazione. In altre parole, l’IA deve aumentare la qualità di supporto alla professione che necessita soprattutto nel sovraccarico burocratico un limite quotidiano nella gestione del paziente. Per questo, quando parliamo di prospettive, io vedo almeno tre direzioni di lavoro- ha sottolineato ancora Tarsitano- La prima è una governance chiara: regole per l’uso, la validazione, il monitoraggio e la responsabilità degli strumenti di IA. La seconda è una formazione diffusa, perché senza alfabetizzazione digitale e clinica la tecnologia resta un oggetto estraneo. La terza è una cultura della collaborazione tra clinici, tecnologi, giuristi, manager e istituzioni, perché nessuno da solo può governare una trasformazione così ampia”.

In conclusione, secondo la professoressa Tarsitano il compito che abbiamo davanti non è “scegliere tra innovazione e umanità, ma costruire un’innovazione che sappia restare umana.

L’intelligenza artificiale può essere una grande opportunità per la sanità italiana se viene usata per rafforzare qualità, equità, sicurezza e fiducia. Se invece viene introdotta come semplice acceleratore tecnologico, senza attenzione al contesto e alla relazione di cura, rischia di produrre il contrario di ciò che promette. L’obiettivo, in fondo, è uno solo: far sì che l’algoritmo sia davvero al servizio del cuore, e non il contrario”, ha concluso.


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 Pierfrancesco Malu

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