Il nucleare torna dentro il Parlamento italiano non come centrale da costruire domani, ma come scelta strategica da preparare oggi. Dopo decenni di stop, referendum, paure, rimozioni e dipendenza energetica dall’estero, la Camera ha approvato il disegno di legge delega firmato dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. È il primo passo politico verso la ricostruzione di una cornice normativa per l’energia nucleare civile in Italia.
Il testo è passato con i voti della maggioranza e di Azione, l’astensione di Italia Viva e il no del centrosinistra. Ora il provvedimento approda al Senato. Il governo vuole chiudere l’iter prima della pausa estiva e arrivare ai decreti attuativi entro Natale.
Non si tratta ancora della decisione di costruire impianti, ma della delega al governo per definire regole, controlli, competenze, sicurezza, gestione del combustibile e condizioni per un eventuale rientro dell’Italia nella produzione nucleare.
Che cosa prevede il ddl Pichetto
Il disegno di legge delega punta a ridare all’Italia una normativa organica sul nucleare civile sostenibile. Il governo dovrà emanare decreti legislativi per disciplinare diversi ambiti: costruzione ed esercizio degli impianti, sicurezza nucleare, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno attraverso energia nucleare, organi di controllo e procedure autorizzative.
Pichetto ha precisato che la legge riguarda solo il nucleare civile e non quello militare. Per il ministro, l’atomo di nuova generazione significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione e maggiore indipendenza. Il ragionamento del governo è semplice: in un mondo in cui crescerà la domanda di elettricità per intelligenza artificiale, data center, industria e mobilità elettrica, chi saprà produrre energia sarà più libero e più competitivo.
Piccoli reattori modulari, la scommessa del governo
Il governo insiste su un punto: non si vuole tornare alle grandi centrali del passato, quelle chiuse dopo il referendum del 1987. La nuova strategia guarda ai piccoli reattori modulari, gli Smr, presentati come più sicuri, più flessibili e più adatti a un sistema industriale moderno.
Ma qui sta anche uno dei nodi principali del dibattito. I piccoli reattori modulari sono una tecnologia promettente, ma non ancora disponibile su larga scala commerciale. Lo stesso ministro Pichetto ha indicato come possibile orizzonte per i primi reattori operativi in Italia il 2034-2035.
Il nucleare, dunque, non è una risposta immediata al caro energia. È una scelta di lungo periodo, che può incidere sul mix energetico futuro ma non sulle bollette di domani mattina.
La maggioranza esulta, Azione vota sì
Per il vicepremier Matteo Salvini, il nucleare è la scelta più urgente e importante per abbassare in prospettiva le bollette di famiglie e imprese. La Lega spinge da tempo per accelerare, chiedendo di partire con i progetti entro la fine della legislatura.
Fuori dalla maggioranza, il sostegno più netto è arrivato da Azione. Carlo Calenda ha rivendicato la campagna del suo partito a favore dell’atomo, definendolo l’unica energia capace di garantire indipendenza, costi bassi ed emissioni nulle.
È un passaggio politico significativo: sul nucleare si delinea una convergenza tra centrodestra e area liberal-riformista, mentre il centrosinistra resta diviso tra apertura alla ricerca, prudenza sulla fissione e opposizione netta al ritorno delle centrali.
Il no del Pd e le critiche delle opposizioni
Il Partito democratico contesta il metodo e il merito del provvedimento. La capogruppo alla Camera Chiara Bragaaccusa il governo di imporre una legge delega su tecnologie non ancora presenti sul mercato, rinviando soluzioni concrete a quindici o vent’anni.
Il Movimento 5 Stelle mantiene una posizione più articolata. Giuseppe Conte ha ricordato che il referendum disse no al nucleare, ma ha anche ammesso che il mondo è cambiato. La sua apertura riguarda però la fusione, non la fissione di cui parla oggi il governo.
Molto più duro Angelo Bonelli di Avs, che accusa l’esecutivo di raccontare bugie agli italiani, sottolineando tempi lunghi, costi elevati e problemi ancora aperti. Bonelli esclude però un referendum immediato, sostenendo che la vera consultazione sarà il voto politico.
Il nodo dei tempi e dei costi
La domanda decisiva è una: quanto tempo e quanti soldi serviranno davvero? Il nucleare richiede autorizzazioni, siti, consenso territoriale, competenze tecniche, filiere industriali, organi di controllo, gestione delle scorie e piani di sicurezza.
Anche tra gli operatori economici non mancano cautele. Il mondo industriale guarda con interesse al tema, ma sa che l’Italia non avrà energia nucleare disponibile in tempi brevi. Il vero rischio, secondo i critici, è usare il nucleare come promessa di lungo periodo mentre restano da affrontare le responsabilità immediate su rinnovabili, reti, accumuli, efficienza energetica e riduzione della dipendenza dal gas.
Il governo replica che le due strade non sono alternative: rinnovabili e nucleare, nella sua visione, devono convivere dentro un sistema energetico più sicuro e meno esposto alle crisi internazionali.
Ambientalisti contrari: “Perdita di tempo e soldi”
Le associazioni ambientaliste restano nettamente contrarie. Il Wwf Italia definisce il ddl una perdita di tempo e di risorse, sostenendo che il ritorno del nucleare rischi di rallentare la transizione vera e favorire l’attuale dipendenza dal gas.
Anche il think tank climatico Ecco critica la strategia del governo, accusandolo di preferire promesse a lunghissimo termine invece di concentrarsi sull’attuazione del Piano energia e clima, cioè sulle scelte che producono effetti misurabili già nei prossimi anni.
Il fronte contrario insiste su un punto: se i primi reattori arriveranno, nella migliore delle ipotesi, dopo il 2034, il nucleare non può essere presentato come soluzione all’emergenza energetica attuale.
La partita politica dell’energia
Il primo sì della Camera riapre una delle fratture più profonde della storia italiana. Il nucleare non è mai stato soltanto una tecnologia. È memoria collettiva, paura, referendum, industria, ambiente, sicurezza, bollette, geopolitica.
Il governo Meloni prova a cambiare paradigma: non più il nucleare delle grandi centrali novecentesche, ma quello modulare, civile, integrato con le rinnovabili e orientato alla decarbonizzazione. Le opposizioni rispondono che si tratta di una narrazione troppo ottimistica, costruita su tecnologie ancora immature e tempi incompatibili con la crisi climatica ed energetica.
Il Senato sarà il prossimo banco di prova. Ma la vera partita comincerà dopo, con i decreti attuativi e con le scelte concrete: chi controllerà, dove si potrà costruire, quali tecnologie saranno considerate mature, come verranno coinvolti i territori e chi pagherà il costo dell’eventuale ritorno all’atomo.
Una scelta di lungo periodo, non una risposta immediata
Il ddl Pichetto non riaccende domani una centrale nucleare in Italia. Apre però una strada politica e normativa che il Paese aveva chiuso da decenni. Per il governo è una scelta di indipendenza e sicurezza. Per i contrari è un diversivo costoso rispetto alle urgenze della transizione energetica.
La verità è che il nucleare, se tornerà, non risolverà il problema delle bollette nel breve periodo. Potrà eventualmente incidere sul sistema energetico italiano tra dieci o quindici anni. Proprio per questo il dibattito dovrebbe uscire dagli slogan: non basta dire sì o no all’atomo. Bisogna spiegare tempi, costi, tecnologie, rischi, controlli e alternative.
Il primo voto della Camera ha riaperto la porta. Ora bisognerà capire se dietro quella porta c’è una strategia industriale credibile o soltanto una promessa energetica rinviata al futuro.
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Antonio Ronconi
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