A Taranto le pale della Vestas generano vento “instabile”


Il ministro Adolfo Urso stamane guarderà il più grande siderurgico d’Europa da dietro i finestrini dell’auto blu, gli passerà accanto e chissà quali pensieri attraverseranno la sua mente. Perché trovare una soluzione a quella che da quasi vent’anni è la più complessa vertenza industriale e ambientale italiana, anche ai suoi occhi apparirà ormai poco più che una chimera. Che il governo che anch’egli rappresenta avrebbe dovuto e potuto gestire diversamente come i precedenti.

Chissà quante volte in questi anni, forse, si sarà pentito di aver accettato l’incarico di guidare quello che fu il ministero dello Sviluppo economico, ribattezzato ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nome che è quasi diventato un ossimoro in un Paese dove una politica industriale degna di questo nome manca da tantissimi anni e dove sono centinaia le vertenze irrisolte.

Dove si perdono uno dopo l’altro pezzi importanti di industria manifatturiera mangiati da multinazionali straniere (o delocalizzati dove il costo del lavoro è molto più ‘conveniente’ da capitani italiani poco coraggiosi), che spesso finiscono per smembrarli distruggendo decenni di storia economica e valore aggiunto cambiando, in peggio, la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Meglio volgere lo sguardo oltre le ciminiere dell’Ilva allora, penserà il ministro Urso, che oggi stringerà nuovamente la mano ad Henrik Andersen, amministratore delegato di Vestas (dopo l’incontro dello scorso settembre a Roma, in foto).

Per fargli i complimenti dopo aver portato a termine l’ampliamento dello stabilimento di Taranto, grazie ad un investimento complessivo di oltre 200 milioni di euro che hanno sostenuto tre progetti – due dei quali finanziati proprio dal Mimit attraverso i contratti di sviluppo ‘Net Zero, rinnovabili e batterie’ previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Dettaglio che è bene non ignorare.

Certo, parliamo di un’azienda di livello mondiale presente in Italia dal 1998 con la sua controllata Vestas Blades Italia, che qui a Taranto rappresenta una delle realtà industriali più ‘solide’ e strutturate. Che ha realizzato oltre 5,6 GW di capacità eolica, sviluppando una filiera che ha generato commesse a fornitori nazionali per oltre 100 milioni di euro l’anno.

Per comprendere ulteriormente il peso e il valore della Vestas ed il legame con il ministero guidato da Urso (e Invitalia), basta guardare al suo ultimo progetto: un’ulteriore linea di produzione in serie di pale eoliche in aggiunta a quelle già attive (pale V100, V105, V112, V117). Si tratta delle unità per le nuove turbine V236-15.0 MW, gigantesche lame lunghe 115,5 metri e in grado di spazzare un’area superiore a 43.000 metri quadrati. Determinando un fattore di capacità di oltre il 60%.

Il taglio del nastro della nuova linea produttiva ci fu il 6 novembre 2024, all’indomani del via libera del Comitato di Gestione dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, per il rilascio della concessione demaniale marittima da parte dell’azienda per il compendio della “Piastra portuale di Taranto”.

Concessione dalla durata di 9 anni che supporta logisticamente proprio la nuova linea di pale giganti. Nell’area di 132.000 metri quadrati l’azienda assembla e movimenta le turbine prodotte nello stabilimento tarantino (dove, ad esempio, sono state realizzate 27 turbine da 15 MW del più grande parco eolico offshore della Germania).

Un progetto, quello della pala più lunga al mondo, che ha portato l’azienda ad aumentare notevolmente la propria forza lavoro a Taranto di oltre mille unità.

Tutto bene dunque? Non proprio.

Perché dietro questi dati e numeri positivi, si cela una realtà che molti conoscono ma fanno finta di non vedere.

Quei 1500 lavoratori in più, che si sommano ai circa 1045 diretti, sono infatti assunti con contratti di somministrazione. Che per legge dopo 24 mesi devono trasformarsi in contratti a tempo indeterminato. Ed invece, la stragrande maggioranza di essi a quei 24 mesi non arriverà mai, perché vedrà terminare il proprio rapporto di lavoro poche settimane o pochi mesi prima del traguardo tanto agognato.

E così, ogni mese, 40-50 lavoratori vengono mandati a casa e sostituiti da altri operai in un ciclo che non si vuole e non si deve interrompere, anche attraverso e grazie l’intermediazione di importanti agenzie interinali (come ad esempio la Manpower) e di Arpal Puglia (Agenzia Regionale per le Politiche Attive del Lavoro).

Tra l’altro, questa platea di lavoratori rientra nel grande bacino dei così detti ‘svantaggiati’ (previsti dal decreto ministeriale dell’ottobre del 2017 e successive modifiche), ovvero coloro che hanno meno di 24 o più di 50 anni d’età (tra i criteri principali). Assumerli comporta quindi per l’azienda la possibilità di usufruire di una serie di agevolazioni fiscali, garantite sia dalla legislazione europea che da quella italiana. Oltre ad aumentare i guadagni garantiti dall’attività produttiva in uno dei settori in maggiore espansione nel mondo.

Dunque, parliamo di una multinazionale che se da un lato agevola l’ingresso o il ritorno nel mondo del lavoro di soggetti che ne hanno estremo bisogno, dall’altro lato produce ulteriore e nuova precarietà.

Una situazione che contribuisce a mantenere una diffusa instabilità lavorativa, che resta però sottotraccia, che viene tollerata dalla politica e dalla società civile (che non ha mai saputo guardare oltre le ciminiere dell’Ilva), oltre ad essere combattuta con i mezzi di cui dispongono dalle organizzazioni sindacali (nemmeno tutte a dir la verità).

Qualcuno, oltre due secoli fa, lo chiamava plusvalore.

Altro esempio di una gestione poco ‘democratica’ delle relazioni sindacali e industriali, è quanto accaduto appena pochi mesi fa nella vertenza relativa alla riorganizzazione delle attività logistiche di Vestas Italia. Che ha interessato 32 lavoratori legati alle attività di warehouse, training, service e supporto operativo del sito di Taranto, a cui l’azienda voleva imporre il trasferimento presso il nuovo hub di San Nicola di Melfi per esigenze logistiche.

Dopo mesi di proteste, occupazioni e scioperi, azienda e sindacati sono addivenuti ad un accordo lo scorso 19 maggio. Salutato con giubilo dalle forze politiche, che evidentemente o non hanno capito o non hanno voluto capire quanto è accaduto. Perché considerare positivamente la conclusione di una vertenza che ha portato alla chiusura di un sito produttivo, l’ennesimo nel nostro territorio, appare illogico se non paradossale.

Dei 32 lavoratori coinvolti, molti con alle spalle tra i 20 e i 30 anni di lavoro, 8 sono stati ricollocati in attività di Vestas Italia (3 a Taranto e 5 in altre sedi pugliesi), 17 sono stati assunti in Vestas Blades, mentre in 6 hanno accettato l’incentivo all’esodo (pari a 24 mensilità del contratto in essere). Senza considerare che con la chiusura del magazzino, sono saltati anche gli appalti (pulizie industriali e trasporti) che portavano lavoro ad altre aziende dell’indotto.

Detto ciò, lungi da noi voler demonizzare l’iniziativa economica privata (giustamente garantita dall’art. 41 della Costituzione), crediamo non sia serio e lungimirante continuare ad ignorare la realtà in tutte le sue sfaccettature e dinamiche.

Anzi, pensiamo che proprio grandi aziende come la Vestas, possano e debbano essere sempre esempi e modelli positivi per le altre realtà produttive del territorio, dove il rispetto dei contratti collettivi nazionali e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici spesso sono un optional.

Perché non inquinare, investire e portare ‘nuovo’ lavoro non può essere di certo una patente per venir meno al rispetto che si deve ad un territorio nel quale si opera. Né alla tutela dei diritti e della dignità dei lavoratori e lavoratrici.

Siamo certi che oggi il ministro Urso, l’ad Andersen e istituzioni ed enti territoriali parleranno anche di questo…


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 

Source link

Di