Perché le imprese italiane non si assicurano contro i rischi ambientali?


Pochi giorni fa abbiamo analizzato i dati dell’Osservatorio Pool Ambiente 2026, che evidenziano come, nonostante la crescita record del mercato delle polizze ambientali nel 2023, solo lo 0,89% delle imprese italiane con dipendenti disponga di una copertura dedicata per i rischi ambientali. Un dato che solleva una domanda concreta: perché la grande maggioranza delle aziende continua a non assicurarsi, a fronte di un’esposizione oggettiva documentata e di conseguenze economiche e legali che possono essere devastanti? La risposta, secondo l’analisi condotta da Pool Ambiente su oltre quarant’anni di sinistri e di interazione con il mercato, risiede in cinque convinzioni ricorrenti – tutte smentibili con dati di fatto.

La prima è la più diffusa: «non ho rischi ambientali». È una percezione errata, ma radicata. Non occorre gestire uno stabilimento chimico o un impianto di trattamento rifiuti per generare un danno ambientale: un’officina meccanica con un serbatoio interrato, un magazzino con aree di stoccaggio, un cantiere edile possono causare contaminazione del suolo o della falda acquifera. Il 100% delle imprese con attività produttiva ha un’esposizione potenziale. Il fatto che questa esposizione non si sia mai concretizzata in un sinistro – nella storia di una specifica azienda – non significa che il rischio non esista. Significa, più spesso, che non è ancora emerso.

Proprio su questo si innesta il secondo mito: «non ho mai avuto problemi». L’assenza di eventi passati viene interpretata come garanzia per il futuro, mentre sul piano tecnico produce l’effetto opposto: induce a trascurare la manutenzione, a non mappare le sorgenti di rischio, ad abbassare la guardia su impianti che invecchiano. La corrosione di un serbatoio interrato può maturare per anni prima che la contaminazione raggiunga la superficie o le acque sotterranee. Quando emerge, è spesso troppo tardi per contenere i costi.

Il terzo convincimento riguarda le conseguenze: «non temo gli effetti di un danno all’ambiente». I numeri dell’Osservatorio Pool Ambiente smentiscono questa posizione con una certa brutalità. I costi medi di bonifica oscillano tra 200.000 e 4 milioni di euro, con punte superiori nei casi di contaminazione della falda. La responsabilità penale personale prevista dall’art. 452-bis c.p. arriva fino a 100.000 euro di sanzione e sei anni di reclusione.

Si stima che tra il 2006 e il 2023 circa 20.000 imprese siano fallite a causa dei costi di ripristino ambientale. Un singolo evento può attivare quattro tipologie di responsabilità cumulative – penale, civile, di ripristino e di bonifica – ciascuna con il proprio regime giuridico e i propri costi. A questi si aggiungono le voci che non figurano nelle polizze: il danno reputazionale, la perdita di quota di mercato nei settori B2B dove i clienti applicano criteri ESG nella selezione dei fornitori, la sfiducia degli investitori e il deterioramento del rating bancario. Nei casi più gravi, l’autorità competente può disporre la chiusura temporanea dello stabilimento: in quella fase il fatturato si azzera, i dipendenti vanno gestiti nell’incertezza e la cassa aziendale – senza copertura assicurativa – è tipicamente insufficiente a coprire gli obblighi correnti.

Il quarto mito è forse il più insidioso perché si fonda su una premessa in parte vera. «Sono già coperto» è una risposta che Pool Ambiente sente con frequenza, e che nella maggior parte dei casi si riferisce all’estensione per inquinamento accidentale inclusa in molte polizze di RC Generale, oppure alla polizza CAT-NAT diventata obbligatoria per le imprese. Entrambe le coperture, spiega l’Osservatorio, operano su perimetri di rischio completamente diversi da quello ambientale dedicato.

La polizza RCG copre solo danni a terzi – non il sito dell’impresa, dove tipicamente si verifica la contaminazione – con massimali ridotti ed escludendo l’inquinamento graduale, che è la forma più frequente e costosa. Non copre i costi di bonifica, le spese di ripristino del danno ambientale né, spesso, i danni indiretti ai terzi. La polizza CAT-NAT protegge i beni dell’impresa da calamità naturali – alluvioni, terremoti, frane – e non tocca in alcun modo la responsabilità ambientale verso terzi né l’obbligo di bonifica previsto dal D.Lgs. 152/2006. Un’impresa che ritenga di essere tutelata perché ha adempiuto all’obbligo CAT-NAT – spesso richiesto da bandi e contratti – sta proteggendo un perimetro di rischio del tutto separato da quello che genera i sinistri ambientali più costosi.

Il quinto fattore è la semplice mancanza di informazione: «non ne ho mai sentito parlare». Chi non conosce l’esistenza di uno strumento non può scegliere di adottarlo. Ma l’Osservatorio segnala un paradosso che merita attenzione: i settori con la maggiore esposizione oggettiva al rischio ambientale – siderurgico, metalmeccanico, trasporti – mostrano spesso i tassi di penetrazione assicurativa più bassi. Il gap informativo, in altri termini, è più pronunciato esattamente dove il rischio è più elevato. Fanno eccezione i comparti in cui un obbligo normativo specifico (come quello introdotto dalla Regione Veneto per il settore rifiuti nel 1999) o la presenza di grandi gruppi internazionali ha già strutturato una cultura del risk management ambientale. La riduzione di questo divario informativo è, per Pool Ambiente, una leva di policy autonoma e complementare rispetto alle misure normative e contrattuali: necessaria, non sufficiente da sola.

L’esperienza di oltre quarant’anni di sinistri ambientali gestiti dal consorzio – oggi composto da 21 compagnie di assicurazione e riassicurazione – fornisce una prospettiva difficilmente replicabile. Ogni anno in Italia si verificano tra 1.000 e 1.500 nuovi casi di contaminazione. Su un orizzonte di vent’anni, quella statistica aggregata si traduce in decine di migliaia di imprese coinvolte. La rarità del sinistro nella storia di una singola azienda alimenta quello che gli economisti comportamentali chiamano availability heuristic: se non lo ricordo, è improbabile che accada. È un meccanismo cognitivo comprensibile, ma non è una base affidabile per le decisioni di risk management. Smontare i cinque miti uno per uno non è sufficiente a spostare il mercato da solo. Ma è il punto di partenza necessario perché le imprese possano valutare consapevolmente se e come trasferire un rischio che, nella maggior parte dei casi, è già presente nella loro attività – anche se non lo hanno ancora incontrato.

a cura di Vincenzo Giudice

Leggi anche: https://www.intermediachannel.it/2026/05/27/solo-lo-089-delle-aziende-italiane-e-assicurato-contro-i-danni-ambientali/

L’articolo Perché le imprese italiane non si assicurano contro i rischi ambientali? proviene da Intermedia Channel.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di