Alex Bellini ha costruito negli anni un percorso unico, a metà tra impresa sportiva, ricerca interiore e impegno ambientale e sociale. Diventato noto al grande pubblico nel 2006 per la traversata a remi dell’oceano Atlantico (oltre 11mila chilometri in solitaria), Bellini ha poi incarnato a pieno il concetto stesso di esplorazione: dalle spedizioni tra i ghiacci dell’Islanda e della Groenlandia, alle corse a tappe nel deserto del Sahara, fino al progetto 10 Rivers 1 Ocean, in cui ha navigato alcuni dei fiumi più inquinati al mondo per raccontare da vicino la crisi ambientale. Le sue imprese non sono mai state semplici sfide fisiche, ma strumenti per interrogarsi sul rapporto tra uomo e natura, tra limite e possibilità, tra conoscenza e esperienza. Un percorso che oggi approda anche al teatro, sul palco dell’Almagià. In occasione del Ravenna Festival, Bellini porta in scena sabato 13 giugno (ore 21.30) Esploratori o Geografi, uno spettacolo che riflette proprio su questi temi, mettendo in dialogo due modi opposti quanto complementari di vivere il pianeta Terra.
Alex, di cosa si tratta?
«È uno spettacolo in cui si intrecciano linguaggi diversi. C’è la narrazione, naturalmente, ma è fortemente sostenuta dalla musica: sul palco con me ci sarà Luca Lagash (bassista dei Marlene Kuntz, ndr), che attraverso i suoi strumenti crea una dimensione sonora capace di immergere il pubblico in un’altra realtà. Dal punto di vista dei contenuti, metto a confronto due modi opposti – ma complementari – di conoscere il mondo: quello dell’esploratore, che fa esperienza diretta, che “mette in gioco la propria pelle”, e quello del geografo, che invece costruisce conoscenza attraverso la scienza, i dati, la ricerca».
Da dove nasce questa contrapposizione tra esploratore e geografo?
«Mi interessava raccontare questa tensione partendo anche da un’immagine letteraria. Penso al geografo ne Il piccolo principe, che pretende di conoscere il mondo senza averlo mai vissuto davvero. È una figura affascinante perché rappresenta un’illusione: quella di poter comprendere la realtà restando a distanza. Però lo spettacolo non è una critica alla scienza, anzi, è un invito a far dialogare questi due approcci. Oggi viviamo in un tempo complesso, e abbiamo bisogno sia dell’esperienza diretta sia della capacità di interpretarla».
Da grande avventuriero, immagino che ci sia anche molto di personale in questo racconto.
«Sì, c’è tanto di personale. Racconto episodi della mia vita, ma porto anche sul palco i miei modelli di riferimento. Penso ad Alexander von Humboldt, che già nel Settecento aveva intuito quanto il mondo fosse un sistema interconnesso, oppure a Fridtjof Nansen, che attraverso le sue spedizioni ha contribuito a comprendere le correnti dell’Artico. E poi ci sono figure come Walter Bonatti, o pensatori come Albert Camus. Sono tutti riferimenti che mi hanno aiutato a costruire un racconto non solo autobiografico, ma che parla anche a chi ascolta».
Cosa speri che il pubblico si porti dietro uscendo quella sera dall’Almagià?
«Mi piacerebbe che fosse un’esperienza che coinvolge mente e corpo. Non solo un momento di riflessione, ma anche qualcosa di vissuto, di sentito. Soprattutto, vorrei restituire il senso del mistero. Oggi la tecnologia ha eliminato molte distanze: tutto è immediatamente disponibile, accessibile, ma così rischiamo di perdere la curiosità. Invece è proprio ciò che non conosciamo, ad attivare il desiderio di esplorare. Se il pubblico uscirà con una domanda in più o con una curiosità riaccesa, allora lo spettacolo avrà funzionato».
Quest’anno ricorre il ventennale della tua traversata tra Mediterraneo e Atlantico: 11mila km e 224 giorni di navigazione solitaria con una barca a remi. Guardandoti indietro, cosa ti colpisce di più di quell’esperienza?
«La leggerezza. All’epoca non avevo davvero consapevolezza del rischio. Oggi, ripensando a quell’avventura, mi rendo conto che c’erano molte più insidie di quelle che percepivo. Ma forse è proprio questo il privilegio della giovinezza: non sapere fino in fondo quanto è profondo il precipizio. E poi c’è una cosa che mi colpisce ancora di più: nonostante siano passati vent’anni, una parte di me è rimasta lì. È come se quell’esperienza continuasse a parlare dentro di me, a ricordarmi che nel mondo esiste sempre un altrove da cercare e ancora nascosto».
Cosa ti aveva spinto, a vent’anni, a partire per un’impresa così estrema?
«Tutto in realtà nasce qualche anno prima nel 1999 quando persi mia madre. Decisi di partire la prima volta nel 2003, ma fu un fallimento perché naufragai dopo qualche giorno. Solo al terzo tentativo, nel 2006, riuscì a compiere l’impresa e ad arrivare fino a Fortaleza. Dopo la perdita di mia madre, poco più che diciottenne, ho dovuto fare i conti con una verità che da adulti si comprende fin troppo bene, ovvero l’impermanenza della vita: quello che ti sembra possa durare per sempre, in realtà è appeso a un filo sottilissimo. Ho elaborato tutto ciò compiendo un gesto irrazionale, se vuoi anche suicida, che però mi ha dato la sensazione di avere la mia vita tra le mani. La traversata è stata quindi un modo per reagire, per sentirmi vivo in un momento in cui mi sembrava di sopravvivere più che vivere».
Navigare per mesi nell’oceano o attraversare il deserto per settimane è una sfida soprattutto mentale, in cui la solitudine è centrale: che rapporto hai con essa?
«La solitudine è una condizione necessaria per me. È lo spazio in cui posso davvero misurarmi con me stesso. Però ho capito che è anche un’illusione. Sei il risultato del lavoro di tante persone nei mesi antecedenti alla partenza, dalla progettazione della barca alla preparazione psicologica. E soprattutto ti rendi conto che tutto è connesso: ad esempio il mare non separa, unisce. L’acqua collega continenti, luoghi, ecosistemi, vite e se si ha questa consapevolezza cambia completamente il modo in cui percepisci la solitudine».
Nelle tue numerose quanto incredibili avventure ti è mai capitato di avere paura?
«Sempre. La paura è una compagna costante. Ma non è qualcosa da eliminare, anzi. È fondamentale, perché ti permette di capire quanto sei vicino al limite. Il problema non è la paura in sé, ma come la interpretiamo. Io la considero un messaggio: mi sta dicendo che sto entrando in un territorio che non conosco, o per il quale non sono ancora preparato. Se impari ad ascoltarla diventa una guida, mentre se la ignori diventa un rischio. In un certo senso, la paura è ciò che mi ha permesso di arrivare fin qui a fare questa intervista con te».
Sei molto sensibile ai temi ambientali e con il progetto “10 Rivers 1 Ocean” ti sei concentrato sull’inquinamento dei fiumi: qual è l’immagine legata al cambiamento climatico che non riesci a dimenticare?
«Ti racconto un aneddoto emblematico capitato in India, sul Gange, fiume in cui oltre a portare con sè tantissimi rifiuti è una discarica di animali morti, che da tradizione considerano sacri. Un giorno navigavo accanto alla carcassa di una mucca in decomposizione che naturalmente emetteva un odore nauseante e ho chiesto a un pescatore per quale motivo nessuno la rimuovesse per sotterrarla o incenerirla. Mi ha risposto che “qualcuno più a sud se ne sarebbe occupato”. È un esempio perfetto di quello che chiamiamo bias dell’osservatore: ci si limita a guardare, pensando sempre che sarà qualcun altro ad agire. È una dinamica molto diffusa anche rispetto al cambiamento climatico: aspettiamo sempre che qualcuno spunti fuori per salvare il pianeta, dimenticando che noi stessi possiamo agire. Questo è il paradigma da scardinare».
Oggi lavori anche come mental coach. In cosa consiste il tuo approccio?
«Lavoro principalmente con adulti, atleti di sport individuali ma anche team e aziende. Il mio approccio è sistemico e utilizzo un modello che considera cinque elementi fondamentali della performance: sincronia, punti di forza, energia, ritmo e attivazione. A partire da questi, cerco di capire dove c’è uno squilibrio e costruisco un percorso per intervenire su quel punto specifico».
Hai in programma nuove avventure?
«Sto portando avanti un progetto che si chiama Eyes on Ice, dedicato alle popolazioni delle regioni polari. Dopo un viaggio in Alaska, stiamo lavorando a una spedizione in Groenlandia, dove attraverserò diversi villaggi per capire come queste comunità stanno affrontando il cambiamento climatico. Mi interessa soprattutto il lato umano: come cambiano le abitudini, la cultura, l’identità di chi vive in quei territori».
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Leonardo Ferri
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