“Il futuro entra in noi molto prima che accada“, scriveva Rainer Maria Rilke. Ripensando alla firma del Contratto delle Funzioni Centrali per il triennio 2025-2027, confesso che questa frase mi è tornata più volte alla mente. Perché il risultato raggiunto non nasce oggi. Non è nato neppure negli ultimi mesi. Nasce da un percorso avviato anni fa, quando abbiamo deciso che la contrattazione pubblica doveva smettere di inseguire il passato e tornare a costruire il futuro.
La firma del Contratto Collettivo Nazionale delle Funzioni Centrali per il triennio 2025-2027 rappresenta un passaggio importante per oltre duecentomila lavoratrici e lavoratori dello Stato. Lo è per gli aumenti economici che riconosce, per le innovazioni che introduce e per i diritti che rafforza. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo.
La vera portata dell’accordo sottoscritto oggi emerge, infatti, solo se lo si colloca in una prospettiva più ampia.
Per decenni la contrattazione nel pubblico impiego è stata segnata da un paradosso: i contratti arrivavano sempre in ritardo. Si negoziavano accordi già scaduti, si rincorrevano emergenze, si accumulavano ritardi che finivano inevitabilmente per pesare sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla credibilità stessa del sistema contrattuale.
Oggi possiamo dire che questa stagione sta finalmente finendo.
Per la prima volta nella storia delle Funzioni Centrali un contratto viene sottoscritto quando mancano ancora circa diciotto mesi alla sua scadenza naturale. Non è un episodio casuale né il frutto di una congiuntura favorevole. È il risultato di un percorso che, negli ultimi anni, ha consentito di recuperare progressivamente i ritardi accumulati e di restituire alla contrattazione il suo tempo naturale.
Abbiamo chiuso il contratto 2019-2021 con un ritardo di pochi mesi rispetto alla sua scadenza. L’accordo per il rinnovo 2022-2024 è stato raggiunto alla fine dell’ultimo anno di vigenza e formalizzato poche settimane dopo. Oggi arriviamo alla sottoscrizione del contratto 2025-2027 nel pieno della sua efficacia. Una sequenza che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata semplicemente impossibile.
Ma il vero elemento di discontinuità è un altro.
Per la prima volta, la contrattazione non vive più nell’incertezza sulle risorse. Negli ultimi rinnovi sono stati infatti stanziati fondi non soltanto per il contratto oggi firmato, ma anche per quello successivo. Parliamo di circa 22 miliardi di euro già destinati ai rinnovi contrattuali fino al 2030.
È una novità che può apparire meno visibile degli aumenti in busta paga, ma che in realtà vale forse ancora di più. Significa poter programmare. Significa restituire centralità alla contrattazione. Significa costruire un percorso stabile di recupero del potere d’acquisto invece di rincorrere continuamente le emergenze.
Anche per questo considero la firma di oggi una tappa importante nel processo di ricostruzione salariale avviato negli ultimi anni.
Il nuovo contratto garantisce infatti aumenti medi significativi, destinati per circa il 95 per cento al trattamento tabellare. A regime, gli incrementi mensili lordi raggiungeranno 221 euro per le Elevate Professionalità, 161 euro per i funzionari, 133 euro per gli assistenti e 126 euro per gli operatori, oltre alle ulteriori risorse destinate alla contrattazione integrativa.
Si tratta di aumenti che consentono di proseguire concretamente il recupero dell’inflazione e di sostenere i redditi dei lavoratori pubblici in una fase economica ancora complessa. Un percorso che non si esaurisce con questo rinnovo, ma trova ulteriore forza proprio nella disponibilità delle risorse già stanziate per il triennio successivo.
Ma questo contratto non riguarda soltanto le retribuzioni.
Parla di futuro.
Per la prima volta il pubblico impiego si dota di una disciplina contrattuale sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, stabilendo un principio fondamentale: gli strumenti tecnologici possono supportare il lavoro umano, ma non possono sostituirsi alle decisioni che incidono sui diritti e sul percorso professionale delle persone.
Abbiamo rafforzato le relazioni sindacali, introdotto una pausa di recupero psicofisico di dieci minuti, superato alcune rigidità nella programmazione delle ferie ed equiparato i diritti dei neoassunti a quelli degli altri dipendenti.
Abbiamo recepito importanti orientamenti della giurisprudenza europea e nazionale riconoscendo ai lavoratori turnisti il corretto trattamento economico durante le ferie. Abbiamo rafforzato le tutele per chi opera in lavoro agile e da remoto, introdotto strumenti per la certificazione delle competenze e previsto nuovi permessi per gli screening oncologici del Servizio sanitario nazionale.
Sono misure diverse tra loro, ma unite da una stessa idea: una Pubblica Amministrazione moderna si costruisce investendo sulle persone.
C’è poi un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato.
Questo contratto è stato firmato da tutte le organizzazioni sindacali più rappresentative del comparto.
Non è un fatto secondario. In una stagione spesso segnata da divisioni e contrapposizioni, il raggiungimento di una sintesi condivisa rappresenta un segnale importante di maturità e responsabilità. Significa che, pur partendo da sensibilità diverse, il sindacato ha saputo riconoscere il valore complessivo dell’accordo e l’interesse generale delle lavoratrici e dei lavoratori. Resta solo il rammarico che questa sintesi non sia stata raggiunta nel precedente contratto, quando si opposero alla firma alcune importanti sigle che oggi, invece, hanno dato il via libera all’accordo. All’epoca accusarono chi aveva firmato di essere quasi un sindacato giallo. Ovviamente non era così e proprio l’accordo raggiunto ora, che è in linea e fortemente connesso a quello precedente, dimostra quanto quelle accuse fossero sbagliate e strumentali. E credetemi, se ricordo ora questa pagina dolorosa di contrapposizione tra le forze sindacali, non è per regolare vecchi conti, ma, al contrario, per ribadire l’importanza di quanto ottenuto con la nuova intesa.
Naturalmente nessuno pensa che tutti i problemi siano risolti.
Resta aperta la battaglia per il superamento delle inaccettabili attese nel pagamento del TFS e del TFR. Restano da affrontare le questioni legate all’attrattività del lavoro pubblico, alla valorizzazione delle professionalità, al sostegno dei redditi nelle aree più colpite dal caro vita e al completamento del recupero del potere d’acquisto.
Ma proprio perché sappiamo quanto lavoro ci attende, possiamo misurare l’importanza del passo compiuto oggi.
Per troppo tempo abbiamo parlato di contratti scaduti.
Oggi possiamo finalmente parlare di contratti che arrivano in tempo.
Può sembrare una differenza minima. In realtà è il segno di un cambiamento profondo. Perché quando una contrattazione riesce a guardare avanti anziché inseguire il passato, significa che sta tornando a svolgere la sua funzione più importante: dare certezze ai lavoratori e costruire il futuro della Pubblica Amministrazione.
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Massimo Battaglia
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