La transumanza è molto più di un semplice spostamento stagionale delle mandrie. È un rito antico, che attraversa i secoli; una pratica capace di conservare la memoria delle comunità rurali e di mantenere vivo il dialogo tra l’uomo e la natura.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla tecnologia e dall’iperconnessione, la transumanza rappresenta una straordinaria occasione di riscoperta delle proprie radici, un invito a rallentare e ad ascoltare il ritmo autentico delle stagioni e della terra.
A Longobucco, nel cuore della Sila, questa tradizione continua ancora oggi grazie all’impegno di famiglie che hanno scelto di custodire un patrimonio materiale e spirituale di inestimabile valore. Tra queste vi è quella di Francesco Roma, giovane poeta della natura e profondo conoscitore del territorio dal punto di vista culturale. Da anni vive la transumanza come esperienza di vita e di appartenenza.
Attraverso il racconto di Francesco emergono temi universali: il rapporto con il tempo, il legame con la memoria degli antenati, il senso di comunità e il bisogno contemporaneo di ritrovare un contatto autentico con la natura.
Non è un caso che la transumanza abbia affascinato anche la letteratura. Celebri sono i versi de “I pastori” di Gabriele d’Annunzio, nei quali il poeta descrive il lento cammino delle greggi lungo i tratturi d’Abruzzo come un ritorno alle origini e a una dimensione più autentica dell’esistenza. Ma la transumanza appartiene anche a una più ampia tradizione culturale che attraversa la poesia, la storia e l’antropologia del Mediterraneo, diventando simbolo di migrazione, di continuità e di fedeltà alla terra.
Attraverso questa conversazione con Francesco Roma, la transumanza non appare soltanto come una pratica del passato, ma come una possibilità concreta per il presente: un ponte tra cultura contadina e sensibilità contemporanea, tra memoria e futuro, tra uomo e natura.
In un mondo che sembra correre sempre più veloce, lei ha scelto di seguire il passo lento delle greggi. Com’è nata l’idea di partecipare alla transumanza e cosa l’ha spinta a viverla in prima persona?
«Per me non è un’idea nata a tavolino, ma un richiamo del sangue che si rinnova da sempre. Ho ventitré anni e da quando sono nato vivo questa tradizione insieme a mio padre e a mio fratello nell’azienda di famiglia. Alleviamo la vacca Podolica, che è la vera protagonista del territorio di Longobucco e dell’intera Calabria. Spostarmi con loro significa onorare un patto antico e custodire un’identità che non deve morire».
Durante il cammino, qual è stato il momento in cui ha percepito più intensamente il legame tra uomo, animale e paesaggio?
«Il legame si fa carne e respiro quando la mandria entra a Longobucco e sfila su Via Manna, la via più grande del paese. Il suono ancestrale dei campanacci si perde nell’aria e avverte l’intero popolo che la transumanza sta passando. È un momento magico: la gente si affaccia in massa dai balconi, i bambini corrono per strada per ammirare le mucche con i loro fiocchetti rossi legati alla testa, simbolo di passione e protezione contro il malocchio. In quel momento si crea uno stupore e una meraviglia che richiamano profondamente la poetica pascoliana del fanciullino: per pochi minuti torniamo tutti bambini, capaci di meravigliarci e di apprezzare le cose piccole e pure della nostra terra. Lasciandoci alle spalle il borgo, quel senso di stupore ci accompagna mentre ci inerpichiamo dal Prastio verso i pianori del Faghito».
Oggi siamo abituati a misurare tutto in termini di efficienza e velocità. La transumanza, invece, richiede pazienza e ascolto. Cosa le ha insegnato sul concetto di tempo?
«La transumanza ti insegna che la fretta è un’illusione moderna. Gli animali non conoscono l’orologio, conoscono solo il cammino, le stagioni e la fatica. In questo viaggio impari a sentirti come una guida, un Virgilio per le tue mandrie, ma una guida necessariamente amorevole. Devi saperle ascoltare, rispettare il loro passo e capire che ogni metro conquistato ha il sapore del rispetto, della cura e del benessere animale».
Ha attraversato luoghi e paesaggi che per secoli hanno visto passare generazioni di pastori. Ha avuto la sensazione di entrare in contatto con una memoria antica, quasi collettiva?
«Sì, ed è una sensazione fortissima. Si risveglia un vero e proprio sentimento panico, quel panismo d’annunziano per cui ti mimetizzi con l’ambiente circostante e diventi un tutt’uno con la natura e con gli animali. Camminando sui sentieri che dal Prastio portano in quota, senti che i tuoi passi si sovrappongono a quelli di generazioni di pastori, compresi i nostri antenati. Non sei solo: cammini protetto da una memoria collettiva, custode di una bellezza che attraversa i secoli».
Molti giovani cercano esperienze autentiche lontano dalla tecnologia e dalla vita urbana. Pensa che la transumanza possa rappresentare una forma di resistenza culturale e spirituale alla modernità?
«Assolutamente sì. La nostra “Transumanza della Gioia” è un atto di profonda resistenza culturale e spirituale. Scegliere di restare, di camminare a piedi per chilometri dietro alle Podoliche in un’epoca di virtualità e automazione, significa difendere una bellezza autentica, valorizzare il territorio e salvaguardare la dignità del lavoro rurale. È la nostra dichiarazione d’amore alla terra».
Nella poesia “I Pastori”, Gabriele d’Annunzio apre con i celebri versi: «Settembre, andiamo. È tempo di migrare. / Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare». Quando ha vissuto la sua transumanza, le è mai tornato in mente questo celebre invito di D’Annunzio? C’è stato un momento in cui ha sentito davvero che era “tempo di migrare”, non solo fisicamente ma anche interiormente?
«Quel celebre “tempo di migrare” risuona dentro ogni volta che prepariamo il viaggio al Prastio. Due anni fa ho voluto tradurre questa urgenza interiore in versi, scrivendo nella mia poesia intitolata Mandrie: «La transumanza è un oltre la terra Storie di alleanze tra uomini, animali e ideali» Quando la mandria si muove, la migrazione è prima di tutto dello spirito: ci si spoglia del superfluo e delle ansie quotidiane per ritrovare l’essenziale».
D’Annunzio descrive poi i pastori che avanzano: «E vanno pel tratturo antico al piano, / quasi per un erbal fiume silente, / su le vestigia degli antichi padri». Lei ha percorso davvero quei sentieri che il poeta immaginava come un “erbal fiume silente”. Camminando sui tratturi, ha avuto la sensazione di seguire le orme degli “antichi padri”? Quanto pesa, o quanto consola, questa eredità?
«È una consolazione immensa che cancella ogni fatica e che dà un senso profondo ai nostri sacrifici. Come scrivevo nei miei versi: «Campanacci antichi Rallegrano il borgo e il pastore. È tempo di migrare. È tempo di inerpicarsi tra le selve Silane» Sapere che mio padre e mio fratello sono lì al mio fianco, e che prima di noi altre generazioni della nostra famiglia hanno guidato le stesse Podoliche su per il Faghito, trasforma la polvere del sentiero in un cammino sacro. Non è un peso, è l’orgoglio di una dinastia legata alla terra».
«Ah perché non son io cò miei pastori?» Questa non è una semplice esclamazione nostalgica. D’Annunzio scrive la poesia lontano dall’Abruzzo e guarda alla transumanza come a una forma di autenticità perduta. Conclude, dunque, con un rimpianto. Secondo lei, oggi chi vive immerso nella città e nella tecnologia prova ancora questa nostalgia per una vita più essenziale, oppure abbiamo perso del tutto il desiderio di tornare alla natura?
«La nostalgia è vivissima, è un vuoto profondo che la tecnologia e gli schermi non riescono a colmare. Chi è immerso nella frenesia cittadina avverte spesso la mancanza di una verità emotiva. C’è un disperato bisogno di ritrovare quel calore profondo e quella protezione che le mandrie cercano nelle madri. La nostra transumanza dimostra che il legame viscerale con la natura non è spezzato; aspetta solo che qualcuno, con amore, pazienza e dedizione, torni a indicare il sentiero verso i pascoli alti».
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Ernesto Mastroianni
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