Università: dal professore al project manager


Il discorso sull’università è, per sua natura, ideologico. Questo il presupposto teorico del libro di Stefano Jossa, che ha il merito di metterlo al centro della sua argomentazione non solo esplicitandolo, ma anche rivendicandolo. Un gran merito perché il termine «ideologia» è circonfuso di un alone sinistro che suscita immediata diffidenza, evocando immancabilmente purghe, epurazioni, campi di prigionia. In realtà esistono due accezioni della parola, entrambe profittevoli se si discute dell’argomento in questione. In primo luogo, «ideologia» significa «visione del mondo», rappresentazione della realtà in funzione dei cambiamenti che bisognerebbe apportare per renderla migliore. In senso lato, il discorso politico tout court è ideologico nella misura in cui costituisce un angolo prospettico particolare – come d’altronde qualsiasi altro discorso umano – attraverso cui mettere a fuoco lo stato di cose presenti in vista di una sua trasformazione. E così, riflettere sull’università significa entrare all’interno di un dibattito che non riguarda soltanto l’organizzazione di un’istituzione, quanto piuttosto la società nel suo complesso. Interrogarsi sul suo futuro equivale a chiedersi in quale mondo vogliamo vivere. Per un altro verso, «ideologia» è sinonimo di mistificazione, rappresentazione falsificante che impedisce di comprendere come stanno veramente le cose. Il discorso sull’università è ideologico anche in questa seconda accezione perché, il più delle volte, nega il suo carattere ideologico. Di solito, lo si presenta come una discussione asettica e neutrale il cui obiettivo è meramente di ordine tecnico: rendere più efficiente un sistema spesso obsoleto che deve rimanere al passo coi tempi. Invece, la riflessione sull’università è sempre parziale e interessata, e negarlo è una delle strategie ideologiche per portare avanti interessi di parte. Che, il più delle volte, sono quelli di chi dà le carte.

Jossa non teme di denunciare una «posizione ideologica, perché le sue ragioni stanno in un ragionamento logico, che ambisce ad acquisire valore di riferimento, anziché in una dimostrazione scientifica, che si propone come anti-ideologica ma alla fine ideologica è anch’essa» (p. 15). Riconoscere questo aspetto è il primo passo per discutere in modo serio dell’università e il libro nel suo complesso costituisce un tentativo di mettere ordine nel dibattito pubblico sull’argomento, riconducendolo al suo ambito proprio: quello argomentativo dello scontro tra idee. Ma quali sono le idee in competizione nel dibattito? Per rispondere a questa domanda, l’autore propone «una storia» volta a far emergere i due principali paradigmi, a ciascuno dei quali è dedicata una parte del volume. La prima – C’eravamo tanto amati – ripercorre le tappe che, tra Otto e Novecento, hanno istituito e alimentato il mito dell’università nei paesi occidentali. La constatazione che quel mito è sul viale del tramonto e oggi ci troviamo in una fase di transizione dall’esito incerto è invece l’oggetto della seconda parte, che anche in questo caso riprende il titolo di un film italiano: Domani accadrà. Una storia, insomma, sospesa tra il non più e il non ancora, scritta in mezzo al guado per non affondare.

Del mito dell’università si è nutrita la generazione di cui l’autore stesso fa parte, quella dei nati nella seconda metà del secolo scorso. Per tracciarne un identikit vengono passate in rassegna, con una prosa agile dallo spiccato piglio narrativo, le riflessioni di numerosi intellettuali che sul tema hanno riflettuto. Per esempio Humboldt, l’ideologo del modello che ha dominato in Occidente negli ultimi due secoli, e Newman, punto di riferimento indiscusso nel mondo anglosassone. Ma anche, scendendo verso l’Europa mediterranea, Croce e Ortega y Gasset, autori di pamphlet vibranti e acuminati. Inutile, in questa sede, ripercorrere le analisi di questi autori illustri, non sempre compatibili le une con le altre. Val la pena, tuttavia, di soffermarsi su ciò che accomuna le differenti prospettive: il rifiuto dell’utilitarismo e la convinzione che l’università non debba essere sottomessa a scopi pratici. Non è possibile giudicarne il funzionamento a partire da finalità estrinseche, ma va considerata come un’istituzione che ha la sua finalità in se stessa. Non è volta, cioè, a formare nuova forza lavoro per rendere più produttivo uno Stato-nazione, quanto piuttosto ad ampliare la mente di chi la vive – studenti e professori –, i quali sono chiamati a dedicarsi a un’attività che è anche un modo d’essere, una forma di vita: il pensiero. Il fine ultimo è addestrare buoni membri della società e per questo Jossa arriva a dire che in fondo il cardine attorno a cui ruotano tutti questi contributi è la «speranza» che l’università possa costituire un traino per «cambiare le cose e immaginare un mondo diverso». Per quanto oggi possa sembrarci un relitto del passato, è su questa retorica che «si è fondata tutta una storia» (pp. 46-47), quella di chi ha frequentato l’università nei secoli XIX e XX.

Fotografia di Dom Fou, Unsplash.

Il nostro, di secolo, sta invece vedendo l’imporsi di un nuovo modello di università: non più «intellettuale» ma «aziendalista» (p. 65). Il professore smette appunto di essere un intellettuale e diventa un manager – o addirittura un project manager, dedito a scrivere progetti per racimolare fondi e poi a controllare che quei fondi vengano spesi correttamente, e pazienza se manca il tempo per studiare. Nell’università-azienda lo studente si trasforma in un cliente che bisogna attrarre per farlo iscrivere e che deve essere soddisfatto a ogni costo visto che paga. Anche la ricerca in sé viene valutata in termini economici e sarà tanto migliore quanto più è in grado di produrre ricchezza. In questa nuova fase, insomma, l’istituzione universitaria è subordinata al mercato e diventa un ingranaggio del modo di produzione capitalistico. Il trend è stato denunciato da tempo e chi ne parla, nella maggioranza dei casi, lo fa per metterlo sotto accusa. Jossa passa in rassegna alcune di queste voci: da Bill Readings, a Stefan Collini, fino al Manifesto per una Università negativa (1967), riconducibile al movimento studentesco dell’Università di Trento. Minimo comune denominatore degli interventi è l’insoddisfazione nei confronti della logica del mercato, che costringe il pensiero ad essere organico al presente. Di contro, viene rivendicata l’educazione al dissenso, cioè la vocazione critica del pensiero che propone «sempre alternative all’esistente, fino a rimettere in discussione ogni certezza, per creare confronto fra ipotesi» (p. 67).

Niente di nuovo, si dirà. Il che è vero, anche se è altrettanto vero che repetita iuvant, soprattutto in tempi di smobilitazione del welfare e di corsa agli armamenti. Qual è l’alternativa – chiederà il lettore scettico? Un ritorno al passato, all’università come torre d’avorio e al professore come sapiente separato dalla società? Niente di tutto questo. Malgrado emerga una scarsa simpatia nei confronti del modello aziendalista, Jossa chiarisce che Dell’università non è animato da uno spirito nostalgico, da un anacronistico quanto irrealizzabile desiderio dei tempi che furono, motivo per cui il libro si conclude con un manifesto in dieci punti volto a «stabilire [per i professori] una deontologia professionale finora inesistente in Italia, dove l’arbitrio personale e l’affiliazione clanica hanno spesso prevalso sulla qualità della ricerca, sul valore della comunicazione e sull’interesse pubblico» (pp. 107-108). Non entro nel dettaglio delle proposte – molte delle quali sono condivisibili da chiunque sia dotato di buonsenso – perché, come dicevamo in precedenza, al di là della singola ricetta il grande pregio di questo piccolo pamphlet sta nel perimetro che traccia per il discorso sull’università: il campo retorico del confronto fra idee, che è cosa ben diversa dall’analisi dei dati in vista dell’efficientamento. Da questo punto di vista è significativo che anche chi intona proprio il mantra dell’efficientamento, aderendo a un paradigma tecnico che si vuole scevro da contaminazioni teoriche, è costretto, suo malgrado, a sporcarsi di fango sul terreno dell’ideologia. È il caso di Clark Kerr, economista liberista e già presidente della University of California, da molti considerato «il fondatore dell’attuale sistema universitario americano» (p. 97), il quale, «doveva tuttavia ammettere che c’era un’idea persino» nella sua università aziendalista, che a suo giudizio avrebbe garantito «alto livello di qualità, grande forza di rispettabilità, consapevolezza dell’eredità storica e notevole forza d’animo» (p. 98). È proprio questo il punto centrale su cui Jossa insiste, la tesi di fondo che anima il volume: «l’impossibilità per qualsiasi riforma universitaria rivolta nella direzione del mercato, dell’attualità, dei rapporti di forza e della presa d’atto della realtà di fare a meno di una componente retorica e idealistica. C’è sempre quel richiamo alla superiorità intellettuale, al bene civile, al radicamento storico e al progresso umano che rende di fatto impossibile segnare una cesura radicale. Del vecchio modello, insomma, il nuovo ha sempre bisogno» (p. 98).


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 Anita Romanello

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