L’intervista
(di Francesca Romana Riello) Bruno Giordano, il lavoro come libertà: quarant’anni passati tra fabbriche, mercati esteri e scelte scomode, Bruno Giordano, presidente di Fondazione Cariverona, porta in questo ruolo un bagaglio che viene dall’industria, non dal terzo settore. E si vede nel modo in cui ragiona sulle fragilità sociali: la sua bussola è il lavoro, non l’assistenza.
«Il lavoro è ciò che rende davvero libera una persona», dice. «Per questo credo che il compito di chi opera nel sociale sia aiutare le persone a costruirsi un’autonomia».
Da qui muove anche l’attenzione della Fondazione verso i giovani, che Giordano considera la vera sfida dei prossimi anni per Verona e per i territori in cui opera Cariverona.
«Ci siamo resi conto che rischiamo di lasciare alle nuove generazioni un mondo più complicato di quello che abbiamo ricevuto. Per questo dobbiamo investire su di loro».

Il lavoro come libertà
È da questa convinzione che nasce anche il modo in cui interpreta il ruolo di presidente.
«Quando una persona ha un lavoro ha la possibilità di scegliere. Può costruirsi un percorso, mantenere una famiglia, immaginare il proprio futuro. Il lavoro non è soltanto una fonte di reddito. È uno strumento di libertà».
Sul modello puramente assistenziale ha riserve chiare.
«Aiutare chi è in difficoltà è doveroso. Ma non possiamo limitarci a questo. Dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di diventare autonome».
Traccia una distinzione precisa tra sostegno e dipendenza.
«Se una persona resta per anni legata a un aiuto senza avere prospettive, qualcosa non funziona. L’obiettivo deve essere creare le condizioni perché possa camminare con le proprie gambe».
Sul tema delle disuguaglianze non si sottrae.
«Trovo difficile accettare che esistano individui con patrimoni superiori a quelli di interi Stati. Una concentrazione di potere così elevata non può non porre interrogativi».
Eppure difende il valore del merito senza esitazioni.
«Chi studia, si impegna e mette a frutto il proprio talento deve poter crescere. L’ambizione, quando è sana, è una componente positiva della società».
Sul reddito minimo garantito la sua posizione è articolata e non nasconde le contraddizioni interne al dibattito.
«Credo che una società civile debba assicurare a tutti condizioni di vita dignitose. Un conto però è garantire una rete di protezione, un altro è costruire un sistema che rischia di scoraggiare la partecipazione al lavoro».


Dall’impresa ai giovani
Per capire questa visione bisogna tornare all’inizio.
Laureato in Ingegneria elettronica, Giordano racconta di aver scoperto la passione per matematica e fisica già al liceo classico. Appena uscito dall’università rifiuta una proposta che in pochi avrebbero declinato.
«La Fiat mi offriva condizioni molto vantaggiose. Ma il ruolo previsto non era quello che desideravo. Io volevo progettare».
Cresce rapidamente: a 36 anni è già direttore generale nel settore della climatizzazione. Poi decide di uscire dalla sua zona di comfort.
Prima la Repubblica Ceca, dove guida un’azienda da 350 dipendenti. Poi la Germania, alla direzione di una società specializzata nell’illuminazione industriale. Anni vissuti tra aeroporti, stabilimenti e mercati internazionali, con la valigia sempre pronta e poche certezze.
«Sono state esperienze fondamentali. Mi hanno insegnato a guardare i problemi da prospettive diverse e a confrontarmi con culture industriali molto differenti».
Nel 2006 decide di cambiare. Lascia la Germania, rientra in Italia e riparte con una piccola azienda di elettronica condivisa con il fratello, puntando su un prodotto legato al risparmio energetico.
La svolta arriva con Siemens.
«Quando ci siamo incontrati mi chiesero di occuparmi della progettazione. Io risposi che volevo mantenere anche la produzione. Per me era importante creare lavoro qui, non soltanto sviluppare tecnologia».
Una posizione che si rivela decisiva.
«Se avessi ceduto soltanto il progetto probabilmente avrei guadagnato di più nell’immediato. Ma il mio obiettivo era costruire un’impresa e dare continuità alle persone che lavoravano con noi».
Arriva poi l’accordo con Mondragon, il grande gruppo cooperativo dei Paesi Baschi. Una scelta maturata anche per ragioni personali.
«Non avevo figli e mi sono chiesto quale futuro potesse avere l’azienda. Cercavo qualcuno che garantisse continuità industriale e tutela delle persone che vi lavoravano».
Ha rinunciato a offerte economicamente più convenienti.


«Ho preferito un partner industriale che condividesse una visione di lungo periodo. È stata una delle decisioni che mi ha dato maggiore soddisfazione».
Oggi guarda al sistema Paese con preoccupazione, in particolare sul fronte energetico.
«Molte imprese italiane sostengono costi energetici superiori rispetto ai principali concorrenti europei. È una situazione che pesa soprattutto sulle realtà manifatturiere, che restano uno dei punti di forza del nostro Paese».
Secondo lui manca una visione industriale capace di andare oltre l’emergenza e di accompagnare davvero le aziende nelle grandi trasformazioni.
«Le imprese non sono soltanto luoghi dove si produce profitto. Sono luoghi dove si crea lavoro, si formano competenze e si genera benessere diffuso».
A questo punto il discorso torna ai giovani. E non è un caso.
«La fuga dei giovani preparati è uno dei problemi più seri che abbiamo davanti. Troppi scelgono di costruire il proprio futuro altrove».
Per questo Fondazione Cariverona ha attivato lo Young Advisory Board, un organismo formato da ragazzi tra i 18 e i 27 anni.
«Non vogliamo parlare dei giovani senza ascoltarli. Vogliamo che partecipino alle decisioni e contribuiscano a costruire le politiche che li riguardano».
La sfida, secondo lui, è fare in modo che un ragazzo abbia un motivo concreto per restare.
«Non possiamo permetterci di ragionare per compartimenti separati. Imprese, scuola, università e istituzioni devono dialogare molto di più. Se vogliamo trattenere i talenti dobbiamo costruire un ecosistema nel quale un giovane possa studiare, lavorare e realizzare qui il proprio progetto di vita».
Poi aggiunge, quasi sottovoce:
«Hanno energia, entusiasmo e una capacità di immaginare il futuro che spesso noi adulti perdiamo lungo la strada. Dobbiamo dare loro fiducia e strumenti».
La domanda che attraversa tutta l’intervista è semplice solo in apparenza: che territorio vogliamo lasciare a chi oggi ha vent’anni?
Giordano torna sempre lì. Al lavoro, alla formazione, alle opportunità. Perché è da lì, sostiene, che passa la possibilità di trattenere i talenti e costruire il futuro di una comunità.


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