Sociologo, laureato in Filosofia e docente di Analisi dei dati, esperto di politologia ed economia: descrivere Luca Ricolfi non è semplice. Lui si definisce uno studioso di scienze umane. Gli altri, spesso, lo considerano un “non allineato” perché le sue osservazioni si poggiano sui dati senza piegarsi a ideologie e correnti di pensiero preconfezionate.
Tra i suoi libri più noti, La società signorile di massa (La nave di Teseo, 2019). La definizione contenuta nel titolo descrive la condizione dell’Italia, caratterizzata da tre fattori: il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello di cittadini che lavorano; l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione; l’economia è entrata in stagnazione e la produttività è ferma da vent’anni. Il suo libro più recente è, invece, Il follemente corretto – L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite (La nave di Teseo, 2024). In questo volume, sostiene che la metamorfosi del politicamente corretto in follemente corretto ha finito per ottenere l’effetto contrario a quello voluto: il nuovo credo non solo restringe la nostra libertà di espressione, ma genera profonde fratture sociali. Rispondendo alle nostre domande, Ricolfi propone una visione lucida e non banale di ciò che è stata la nostra società negli ultimi due decenni e di quello che potrebbe essere nei prossimi.
In passato ha descritto alcuni cambiamenti intervenuti negli anni 90 (smette di crescere il potere d’acquisto pro-capite, cala l’eccesso di reddito disponibile rispetto al Pil) e nei primi 2000 (la produttività non cresce più). Cosa è successo nel periodo successivo, cioè negli ultimi venticinque anni?
Direi che sono cambiate diverse cose. Innanzitutto, si è aggravata la crisi migratoria, con il connesso problema della criminalità (soprattutto giovanile). Inoltre, dopo il Covid, abbiamo assistito a un notevole aumento dell’occupazione (più di un milione di posti di lavoro), tuttavia non accompagnato da un parallelo aumento della produttività. I conti pubblici, pur in miglioramento negli ultimi anni, hanno pesantemente risentito del Pnrr e del bonus edilizio (il cosiddetto 110%). È questa la ragione di fondo per cui, a differenza di Grecia- Spagna-Portogallo, non siamo riusciti ad abbattere il rapporto debito-Pil.
Pnrr e bonus edilizio hanno sicuramente influenzato il nostro passato recente e continuano ancora oggi ad avere un effetto sulla nostra vita economica. Come li giudica?
Personalmente sono convinto che il Pnrr sia stato un pessimo affare: sarebbe stato meglio indebitarci di meno, e farlo senza vincoli. È ben noto che, quando si deve spendere entro una scadenza imminente e lo si deve fare rispettando procedure burocratiche pesanti e imposte dall’esterno, si spende male e spesso per cose che non servono, o comunque non sono le più utili. Quanto al bonus edilizio, è stato utilizzato soprattutto dai ricchi: non mi stupirei se, quando saranno disponibili i dati della disuguaglianza nella ripartizione della ricchezza, ci toccasse scoprire che negli ultimi anni è ulteriormente aumentata. Il che sarebbe paradossale, visto che questa misura è stata caldeggiata soprattutto dalla sinistra.
Nel 2019, ha ipotizzato che l’Italia, prima e in quel momento unica società signorile di massa compiuta, potesse aprire la strada ad altri Paesi. Inoltre, ha sostenuto che se l’Italia non avesse cambiato registro sarebbe entrata in una fase di declino e “argentinizzazione”. Queste previsioni hanno iniziato a realizzarsi negli ultimi anni? Pensa che possano realizzarsi in futuro?
In parte mi pare stia accadendo che alcuni Paesi stiano seguendo la strada dell’Italia. In Francia, ad esempio, l’opposizione alla riforma pensionistica ha certificato che i francesi persistono nella volontà di vivere al di sopra dei propri mezzi. In Italia, invece, stiamo assistendo a due processi paralleli: declino economico (cresciamo meno della media europea), ma con i conti pubblici sotto controllo, grazie soprattutto alla linea prudente del ministro Giorgetti. Insomma: per ora, c’è declino senza argentinizzazione.
Proviamo ora a immaginare il mondo nei prossimi vent’anni. Come incideranno l’intelligenza artificiale e più in generale il progresso tecnologico sui tempi di lavoro e sulla concentrazione del lavoro?
Avremo effetti misti: aumenti di produttività (diversi da Paese a Paese), distruzione di posti di lavoro, nascita di nuove figure professionali, ma soprattutto sovvertimento dei modelli organizzativi aziendali. L’effetto principale, però, secondo me sarà un altro: esploderanno frodi, truffe, attacchi hacker, con drammatiche conseguenze sulla sicurezza in moltissimi campi: difesa, energia, banche, mercati finanziari, salute, privacy. Quando si comincerà a scoprire che nessuna transazione è veramente sicura, e nessun database è inviolabile, rimpiangeremo le crisi del petrolio.
La reazione alla cultura woke ha provocato – negli Stati Uniti e poi a cascata altrove – il cosiddetto backlash. Crede che ci sia un nesso tra il rifiuto dell’inclusività e la mutata situazione internazionale, caratterizzata dalla crisi del multilateralismo e dalla riaffermazione della legge del più forte?
Diversi dati rivelano che la crisi della cultura woke è iniziata un paio di anni prima della vittoria di Trump. Il neopresidente ha solo cavalcato e amplificato l’onda. Però non penso che il comportamento effettivo di Trump in Venezuela, Palestina, Iran sia interpretabile come un contraccolpo rispetto alla cultura woke. Quello che può essere ritenuto una reazione alla cultura woke non è quel che Trump fa, ma il modo in cui parla di quel che fa.
Come giudica l’attuale situazione internazionale? Dove ci porterà?
Le scienze sociali non hanno gli strumenti per fare previsioni affidabili in campo strategico. Ognuno annaspa e proietta i suoi incubi sulla realtà.
E il suo incubo qual è?
Il mio incubo personale non è la terza guerra mondiale, ma un mondo in cui evapora la fiducia reciproca. Che è il presupposto minimo di qualsiasi convivenza umana.
Intervista tratta dallo speciale 20+20 – Cosa è successo e cosa può (ancora) succedere, pubblicato sul numero di Business People di giugno. Scarica il numero o abbonati qui
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Giuliano Pavone
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