Nata nel 1961 in provincia di Bergamo come una piccola officina meccanica a conduzione familiare, oggi Brembo è ancora guidata dalla famiglia fondatrice, ma fattura 3,7 miliardi di euro (dato 2025) ed è una delle maggiori multinazionali italiane. Cristina Bombassei, che oltre a far parte del Cda, in azienda riveste il ruolo di Chief Legacy Officer ed è presidente di Aidaf (Associazione Italiana delle Aziende Familiari), gode quindi di un punto di vista privilegiato per descrivere come si è evoluto negli ultimi vent’anni il sistema industriale italiano a livello economico e culturale: «È cambiato profondamente, spinto anche da un contesto globale sempre più competitivo, digitale e veloce», sottolinea. «In Brembo ci siamo fatti interpreti di questa evoluzione: da produttori di un componente già altamente tecnologico come il freno, oggi sviluppiamo soluzioni che dialogano con il veicolo come Sensify, la nostra piattaforma di frenata intelligente che ripartisce il controllo su ciascuna ruota, contribuendo a una guida più stabile e sicura. Questa crescita tecnologica è andata di pari passo con quella internazionale: siamo diventati un gruppo globale di circa 16 mila persone in 18 Paesi, mantenendo solide le nostre radici industriali e la nostra sede centrale in Italia».
Che tipo di evoluzione si aspetta, invece, per i prossimi vent’anni?
È difficile da prevedere perché stiamo già vivendo una grande trasformazione e in più ambiti: tecnologico, economico, sociale e ambientale. Il settore automotive in cui operiamo è molto esigente, evolve continuamente e ci richiede di stare al passo ogni giorno con l’innovazione. Nei prossimi 20 anni mi aspetto un ruolo sempre più centrale del digitale e dell’intelligenza artificiale, ma saranno sempre le persone a fare la differenza con la loro visione, le competenze e la capacità di cogliere rapidamente il cambiamento.
Dallo scorso anno in Brembo ricopre il ruolo di Chief Legacy Officer, da quale riflessione è nata l’istituzione di questa carica?
Dalla volontà di accompagnare l’evoluzione di Brembo in continuità con i valori che hanno plasmato l’azienda nel tempo, la cultura che abbiamo costruito e la responsabilità che portiamo verso il futuro. Questo per me si riassume in “essere buoni antenati”, un concetto che sento molto vicino perché rende questa responsabilità qualcosa di estremamente concreto: significa creare le condizioni affinché le generazioni future possano ereditare organizzazioni, culture, comunità e sistemi più solidi e consapevoli.
Quanto è difficile trasmettere cultura aziendale e valori condivisi in un gruppo globale presente in Paesi e contesti culturali molto diversi?
Non è tanto difficile quanto intenzionale, richiede coerenza e continuità nel tempo. Le persone in Brembo hanno sempre avuto un ruolo centrale nell’identità e nell’evoluzione del nostro gruppo. Per questo investiamo in una comunicazione interna capillare e costante, che connette Paesi e funzioni e rafforza il senso di appartenenza oltre le geografie. Al tempo stesso, coinvolgiamo le persone Brembo in eventi e iniziative di wellbeing che rendono concreta la cultura aziendale nella vita quotidiana
Lei è anche presidente dell’Associazione Italiana delle Aziende Familiari, che in Italia ricoprono un ruolo molto rilevante. In questi vent’anni è cambiato il modo in cui le famiglie imprenditoriali interpretano il proprio ruolo?
Più che altro è cambiato il modo in cui vengono percepite. Negli ultimi anni si è compreso meglio quanto le imprese familiari siano capaci di reagire nei momenti di difficoltà. L’ultimo Osservatorio AUB realizzato da Aidaf, UniCredit e Università Bocconi ha mostrato come abbiano affrontato le crisi recenti con risultati spesso migliori rispetto ad altre realtà imprenditoriali italiane e non familiari. Di fronte alle difficoltà ha prevalso una visione di lungo periodo: l’attenzione di chi sente la responsabilità di lasciare un’impresa solida alle generazioni future. Questo ha portato a decisioni ponderate, ma anche al coraggio di assumersi rischi quando necessario, senza tirare il freno. Le aziende familiari hanno dimostrato che si può continuare a investire, innovare e crescere anche nei momenti più complessi, mantenendo al centro persone e territorio.
Se guarda ai prossimi vent’anni, quale sarà la sfida più complessa che queste imprese dovranno affrontare?
Accompagnare il passaggio generazionale trasformandolo in un’opportunità di evoluzione. La successione non è un evento improvviso, ma un percorso. In Aidaf preferiamo parlare di transizione generazionale perché richiede preparazione, metodo e tempi adeguati, per questo mettiamo a disposizione di tutte le generazioni strumenti e programmi dedicati per accompagnare le famiglie imprenditoriali in questo passaggio cruciale, che funziona quando è pensato per tempo e costruito in modo strutturato. Secondo le stime dell’Osservatorio AUB, nei prossimi dieci anni questa fase interesserà oltre il 33% delle grandi imprese familiari italiane. È un momento delicato ma strategico, in cui si intrecciano identità, valori, relazioni e visione del futuro: è qui che si misura la capacità della famiglia imprenditoriale di garantire continuità all’azienda e, allo stesso tempo, di rafforzare governance, competenze e competitività.
Si parla molto di crisi della leadership: quali caratteristiche dovrà avere il management del futuro?
Dovrà unire competenza e visione umana. Le capacità tecniche resteranno fondamentali, ma non basteranno più. Serviranno leader capaci di ascoltare, di creare fiducia e di gestire la complessità senza perdere lucidità. Viviamo una fase di cambiamenti rapidissimi, tra innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e trasformazioni geopolitiche. In questo contesto il manager non potrà essere soltanto un decisore, ma dovrà diventare un punto di riferimento per le persone. Empatia, responsabilità, capacità di costruire squadra e di valorizzare i talenti saranno elementi sempre più decisivi. Le imprese hanno bisogno di leadership autorevoli, non autoritarie.
Se dovesse lasciare un messaggio alle imprese italiane guardando al 2046, quale sarebbe?
Direi di non avere paura di guardare lontano. L’Italia ha un patrimonio imprenditoriale straordinario, fatto di competenze, creatività, capacità manifatturiera e legame con i territori. Per restare competitivi serviranno investimenti continui nelle persone, nella formazione, nell’innovazione e nella sostenibilità. Ma servirà soprattutto mantenere fiducia nel futuro. Il messaggio è continuare a costruire aziende solide, aperte al mondo e capaci di generare valore non solo economico, ma anche sociale, per le comunità e per le nuove generazioni. Abbiamo il dovere di lasciare loro un sistema più forte e un contesto in cui possano riconoscersi, crescere e appassionarsi al fare impresa.
Intervista tratta dallo speciale 20+20 – Cosa è successo e cosa può (ancora) succedere, pubblicato sul numero di Business People di giugno. Scarica il numero o abbonati qui
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Cecilia Lulli
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