La riscossa dei vini costieri: il nuovo stile mediterraneo che sta cambiando il nostro modo di bere


Nel Mediterraneo, il vino non è mai stato semplice merce. E nemmeno solo una fonte di nutrimento. Ha sempre viaggiato insieme a persone e idee, diventando cerniera tra i popoli. Di questo e altro si parlerà a Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, l’evento firmato Gambero Rosso (che il 19 giugno approderà a Napoli, alla Stazione Marittima). Perché il mare è stato l’autostrada degli antichi; le navi hanno depositato sulle coste vitigni che, confinati per secoli in zone isolate, si sono adattati fino a diventare “autoctoni”. È per questo che oggi le sue coste sono una riserva di biodiversità vitivinicola quasi senza eguali. Non solo: questo mare è stato anche tra i primi luoghi della globalizzazione del vino.

Il caso del Marsala

Pensiamo al Marsala, primo fine wine d’Italia, nato dall’interpretazione dei mercanti inglesi di una tradizione locale. La tecnica della fortificazione, ovvero l’aggiunta di alcol, nasce per far arrivare il vino intatto fino a Londra, superando gli sbalzi termici e acquistando complessità ossidativa senza andare all’aceto. In questo viaggio il vino ha smesso di essere alimento per diventare un prodotto intellettuale.

Il vino di costa come missione

Com’è possibile, allora, che le vigne italiane vista mare abbiano perso centralità rispetto a quelle dell’entroterra? Nella nostra penisola è difficile tracciare confini, perché litorale, colline e montagne sono spesso contigui. Eppure, se guardiamo ai luoghi dove l’influenza del mare è più diretta, è chiaro che sono rimasti a lungo ai margini del “rinascimento” del vino italiano. Le poche eccezioni riguardano territori nuovi: come Bolgheri, dove fino agli anni ‘70 si produceva tutt’altro. Qui il successo è arrivato per l’intuizione di chi, puntando sui vitigni bordolesi, ha creato un modello da zero.

Eppure, il vino mediterraneo sta vivendo una nuova primavera. È un movimento recente e piuttosto disordinato, alimentato dal forte fascino che la cultura mediterranea esercita sul pubblico internazionale. A guidare la riscossa sono soprattutto piccoli progetti che vanno oltre la semplice logica del profitto. Chi fa vino nelle isole minori o sui crinali a picco sul mare deve affrontare una logistica complessa, vincoli paesaggistici rigidi e la pressione dell’overtourism, che spinge verso attività più facili. In questi contesti, produrre vino diventa più una missione che una professione. A volte, è anche l’unico modo per evitare il tracollo idrogeologico.

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Vigneto a Stromboli

La viticoltura eroica delle Cinque Terre

L’esempio più lampante è quello delle Cinque Terre. «In passato gli ettari di vigna in questa zona erano migliaia, oggi ne sono rimasti poco più di 80. Se spariscono le aziende agricole, la manutenzione dei muretti a secco viene meno e i terrazzamenti rischiano di scivolare a valle», spiega Konstantin Spinetti di Stella di Lemmen, una delle poche realtà nate in zona di recente, raggiungibile solo con una monorotaia che si arrampica sui pendii. Il problema principale è che la manodopera qualificata è introvabile e i costi di produzione altissimi spesso non vengono ripagati dal prezzo finale della bottiglia. Eppure, qualche grande investitore comincia ad affacciarsi in questi scenari.

Cinque Terre - terrazzamenti vitati - eroica - panorama - Foto di Bonat da PixabayCinque Terre - terrazzamenti vitati - eroica - panorama - Foto di Bonat da Pixabay

Nuovo stile mediterraneo

Dalla Sicilia alla Sardegna, i progetti con un taglio più imprenditoriale stanno lentamente crescendo. Il motivo lo spiega Thomas Duroux, ceo di Château Palmer, che ha appena avviato un progetto sull’isola di Salina insieme al vignaiolo Antonino Caravaglio: «Questi luoghi non solo possono produrre vini straordinari, ma soffrono meno di altri il cambiamento climatico». Questo grazie a vitigni e suoli che, se lavorati bene, preservano la freschezza, oltre che a sistemi di allevamento – l’alberello in primis – che proteggono la pianta dall’eccesso di calore.

I nuovi vini costieri sono luminosi, con un’espressione aromatica molto mediterranea – che a tratti ricorda proprio la macchia – ma più precisi che nel passato “remoto” e più incisivi che in quello recente. Lo sono soprattutto i bianchi, proposti sempre più spesso in versione secca anche dove un tempo si puntava su sole e brezze per fare vino dolce. Spesso hanno gradazioni alcoliche più contenute rispetto a quelli delle zone interne, parzialmente alterati nel loro profilo dal riscaldamento globale. Anche se non possono eguagliarne l’acidità, compensano con una sapidità intensa, quasi marina, che li rende tutto meno che piatti. Forse legata ai venti salmastri? Un’idea suggestiva, per ora impossibile da dimostrare. Probabilmente deriva da diversi fattori, tra cui la ricchezza fenolica dei vitigni, che si traduce in note pungenti che rafforzano la sensazione salina.

Vigneti di Marisa Cuomo

Il nuovo vino costiero, tra vulcani e isole

Di certo, la prerogativa è esaltata da alcuni suoli, soprattutto vulcanici o calcarei. Non è un caso che la Campania, che li ospita entrambi, sia diventata uno dei territori con il filone di vino costiero più solido. Dai Campi Flegrei a Ischia, con la Costa d’Amalfi che fa storia a sé: suoli rocciosi, di origine dolomitica; poche vigne impervie strette tra i limoneti, pochissimi produttori. Ma è proprio qui che Marisa Cuomo e Raffaele Ferraioli producono il Fiorduva, primo bianco della costa italiana a superare certe soglie di posizionamento, finendo nelle carte dei vini più importanti al mondo.

Tra gli altri territori costieri di rilievo, la Sardegna, da cui è partito il boom del Vermentino, che oggi si allarga anche a Liguria e Toscana. In Sicilia, invece, la montagna – o meglio il vulcano – fa da traino. E il mare ha un ruolo importante anche lì: separa l’area dei rossi etnei, più continentale, da quella dei bianchi, che vengono meglio nei versanti sud e sud-est, a un tempo più alto e più esposti alle correnti. Poi ci sono le Isole Eolie, in fermento grazie alla Malvasia secca, tanto popolare che la domanda di vigneti e uva supera l’offerta, e chi vuole allargarsi fa molta fatica. A Pantelleria, invece, il Passito regna sovrano, ma c’è chi è andato a piantare vigne sopra i 500 metri in cerca di spinta acida per lo Zibibbo fermo.

I tre master of wine Pietro Russo, Andrea Lonardi e Gabriele Gorelli

E che dire di Marsala? Tra rilancio dei vini liquorosi e riscoperta dei Pre-British (vini ossidativi, senza fortificazione), si fanno strada i bianchi secchi, foraggiati da progetti come Salt West, di cui sono capofila i tre Master of wine italiani. «Perché proprio Marsala? Perché le vigne, affacciate sulle saline, godono di una stabilità climatica impressionante», spiega Gabriele Gorelli MW. La sfida? Creare un racconto corale. Fatto di bellezza, poesia e tradizione, ma capace di unirle a sostenibilità economica e costanza.


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 Loredana Sottile

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